Venerdì, 11 Gennaio 2019 09:41

Vent'anni senza Faber. Prostituzione e santificazione nella poetica di De Andrè

Scritto da Bruno Vellone
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«La morte si sconta vivendo», diceva Giuseppe Ungaretti.

E la pensava esattamente così il compianto cantautore genovese Fabrizio De André, il cantore delle puttane e degli ultimi, scomparso l'11 gennaio 1999, esattamente venti anni fa.

Una scomparsa che si è fatta sentire anche a Serra San Bruno dove Faber fece tappa nell'agosto di 35 anni addietro durante un concerto di Dori Ghezzi in occasione dei festeggiamenti dell'Assunta di Terravecchia, quando la festa ferragostana era ancora divisa da quella del rione Spinetto. De Andrè fu ospite di alcuni fan serresi con i quali si intrattenne chiacchierando e bevendo del cognac, soffermandosi sulla natura delle sue storie e sulla bellezza dei paesi. Un ricordo indelebile tra quanti ebbero la fortuna di incontrarlo. Potrebbe sembrare paradossale a un osservatore superficiale ma proprio le puttane, secondo Faber, sono quanto di più vicino ci possa essere alla “santificazione”, al Paradiso, perché l'inferno lo hanno già vissuto sulla Terra. «Madame Bovary sono io», ebbe a dire Gustave Flaubert in una celebre lettera ad una delle sue donne amate, e così è per De Andrè: Bocca di rosa è lui, è la canzone che più lo rappresenta. Nel paesino di Sant'Ilario, dove l'amore lo faceva per passione, Bocca di rosa incarnò il pericolo per le comari e la loro vendetta non tardò ad arrivare. Come successe per la Brave Margot cantata dal suo maestro, George Brassens. Che la prostituzione possa essere veicolo di santificazione era convinzione anche di Victor Hugo, che lo scrisse in qualche modo ne I miserabili, e non a caso la notte in cui il romanziere morì le prostitute parigine lavorarono gratis. Tutto ciò fece dire a Sciascia che quel poco di Cristianesimo che c’è in Europa lo dobbiamo più a lui che alla Chiesa. Ma prima ancora di Bocca di rosa c’è Barbara, la bocca infedele che sa di fragola e miele, che si dà all'amore libero senza porsi alcun problema, perché «l'amore ha l'amore come solo argomento». E poi Marinella, le prostitute di Via del Campo, e quelle della Genova dell'angiporto, nei Carrugi, dove «il sole del buon Dio non da i suoi raggi». Fino ad arrivare all'ultima, Fernanda Farias de Albuquerque, in carcere in Italia dopo aver vissuto l'adolescenza con uno spirito femminile in un corpo di maschio, fino a che raggiunse il diritto di somigliare a se stessa con una «vertigine di anestesia». La sua storia di ordinario dolore, di notti sul marciapiede, di carcere e droga, è diventata un libro scritto con Maurizio Jannelli, "Princesa", pubblicato dalla cooperativa “Sensibili alle foglie. E poi l'epilogo, quel male che lo portò via. «Dicono che la malattia colpisca anche le persone buone. Chi è buono? È buono solo il cancro che non fa distinzioni e non si lascia corrompere perché conosce il teatro e gli attori e soprattutto sa che questo mondo non è stato fatto per gli uomini».

Coerentemente anarchico fino alla fine.

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