Sabato, 22 Novembre 2025 10:44

Cambio di Provincia. La politica della distrazione e il “falso movimento” delle piccole secessioni

Scritto da Sergio Pelaia e Tonino Ceravolo*
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Pur non essendo nuova, la proposta ha scatenato un dibattito che, chissà, è forse lo specchio delle priorità di elettori ed eletti del territorio che segna il confine montano tra le province di Vibo Valentia, Catanzaro e Reggio Calabria. Dalle Serre, polmone verde e anima mistica della Calabria centrale, si alza una voce che pretende la “secessione” dall’Amministrazione provinciale vibonese per un ritorno al futuro con la “madre” catanzarese. Subito si è scatenata una ridda di reazioni, istituzionali e non, ma sempre e comunque a mezzo social, di chi approva o dissente, di chi opera i distinguo e di chi invece diffida sempre, e dunque indaga quale possa essere la regia occulta dietro un riavvicinamento che si vorrebbe addirittura antropologico, prima che geografico e amministrativo. Insomma non si smentisce l’Italia strapaesana di Ennio Flaiano che, anche stavolta, monta una questione grave ma non seria: in una nazione che ha rinunciato da tempo a investire sulle sue aree interne, che ha scientemente deciso di lasciare rinsecchire il suo midollo spinale, si pretende che un cambio di Provincia, da una periferia all’altra, da un dissesto all’altro, da uno sfasciume all’altro, basti a rianimare servizi spirati, a garantire diritti negati, a far completare eterne incompiute come la Trasversale delle Serre, ad attrarre turisti che in realtà ci sono sempre stati e mai hanno rappresentato la manna attesa ormai da tempi biblici. In battaglie più serie, come quella contro i tagli ragionieristici che da quindici anni hanno annichilito l’unico ospedale della zona, sono in pochi a credere. Salvo sostenere o delegittimare i comitati locali che rivendicano sanità a seconda delle convenienze politiche del momento.

Proprio il sindaco del Comune più popoloso, sede dell’ospedale spogliato negli anni di quasi tutti i servizi che garantiva, ha dato il via alle danze. Alfredo Barillari, giovane di belle speranze che ha scalzato dalla scena locale ex deputati e assessori regionali, dinamico e abile nella comunicazione, a sei mesi dalla scadenza del suo primo mandato ha rilanciato la proposta di tornare con Catanzaro, già al centro di una petizione fin dal 2018 e, nei giorni scorsi, unico punto all’odg del Consiglio comunale convocato ad hoc (maggioranza a favore, opposizione fuori dall’Aula). Una sponda è arrivata, non proprio un colpo di scena, dal presidente della Provincia di Catanzaro e da alcuni consiglieri comunali del capoluogo. Anche molti sindaci della zona si sono subito affrettati a dare fiato alla lotta. Quasi tutti, tranne un altro giovane di belle speranze, Antonio Rosso, che guida il vicino Comune di Spadola. Non proprio un dettaglio: nonostante sia un paese piccolo, è fondamentale per la causa, perché è l’unico che può garantire a Serra la continuità territoriale necessaria per il cambio di Provincia. Rosso ha manifestato perplessità e ha detto, insomma, che passare da Vibo a Catanzaro non è la soluzione ai problemi dell’entroterra. Entrambi argomentano con vigore e competenza le rispettive posizioni, ma vale la pena ricordare che sempre di politica si tratta e dunque le dinamiche che sottendono il dibattito, pur legittimo, potrebbero essere dettate da esigenze elettoralistiche e di partito. E sarà pure interessante vedere come si comporteranno i secessionisti in occasione delle imminenti elezioni di secondo livello per il rinnovo del Consiglio provinciale di Vibo.

Intanto, per riportare le cose nella giusta dimensione, torna in mente un episodio vecchio di vent’anni che, all’epoca, attirò l’attenzione del Corrierone e di una sua firma di punta. Gian Antonio Stella la raccontò da par suo nel luglio del 2007, cioè quando la Provincia di Vibo godeva ancora di vacche grasse e non era caduta in disgrazia come oggi. All’epoca dominava incontrastato il centrosinistra – curiosità: tra i consiglieri provinciali c’era anche Raffaello Barillari, padre dell’attuale sindaco serrese – e la dialettica di potere al governo dell’ente era tutta interna, tanto che pure la questione di quale dovesse essere la figura religiosa più rappresentativa per la provincia sfociò in una diatriba tra correnti, con San Bruno finito in «quota Rutelli» e San Francesco da Paola in «quota Loiero». La si risolse con la più classica delle lottizzazioni di democristiana memoria: uno protettore, l’altro patrono. Ma evidentemente neanche due Santi di tale calibro sono riusciti nel «miracolo – fu la “sentenza” di Stella – di instillare in certi politici il senso del ridicolo». Più che altro oggi è la politica che muta se stessa, da arte della mediazione a mezzo di distrazione.

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Tuttora incombente la grande secessione del Nord dal resto d'Italia, si presentano di nuovo anche le piccole secessioni locali, di paesi che vogliono separarsi da una provincia e magari domani (chissà?) di un quartiere da una città. Solo che se la prima è stata, icasticamente, definita la “secessione dei ricchi” (così Gianfranco Viesti), queste altre non si saprebbe bene neanche come chiamarle e tante volte si avverte persino fatica a individuarne le ragioni. Dal macro al micro le cose sembrano complicarsi, perché accade che spesso si abbia a che fare più con il campo delle percezioni che con l’analisi dei dati, più con i sentimenti che con le sfere delle questioni istituzionali, dell’economia o della storia. È vero che i paesi calabresi sono mobili e si “spostano”, con movimenti (si pensi alle frane o ai terremoti) che dispiegano i loro effetti sulle cose e sulle persone, come ha ben fatto vedere Vito Teti, ma qui si rischia di ritrovarsi dentro la categoria del “falso movimento”, del moto apparente generato da un difetto dell’osservazione. Così accade che a far notizia sia il rinnovato desiderio espresso da alcuni sindaci dell’area montana delle Serre di abbandonare la provincia di Vibo Valentia per spostarsi nell’originaria compagine provinciale di Catanzaro, all’evidenza ritenuta più adeguata per lo sviluppo di tale area. La percezione diffusa è, infatti, che l’essere andati con Vibo altro non abbia rappresentato che un inarrestabile depauperamento, del quale è incarnazione visibile lo smantellamento dell’ospedale di Serra San Bruno. Tuttavia, la questione deve essere, forse, osservata da una diversa prospettiva, che costringe a spostare lo sguardo dal rapporto tra una singola area e la sua provincia di riferimento a quello, più generale, del ruolo e della presenza di aree della stessa tipologia (le zone montane) all’interno della configurazione regionale. Ne forniscono alcune coordinate le appendici statistiche pubblicate da Matteo Marini alla fine di un suo contributo (L’economia montana calabrese tra passato e futuro) pubblicato in un volume collettaneo dedicato alle montagne di Calabria (Rubbettino, 2020). Pochi esempi possono bastare. Dal 1951 al 2018 la popolazione residente nel territorio del Pollino passa da 71319 abitanti a 38543, nella Sila da 194151 a 151660, nelle Serre da 32155 a 16686, nell’Aspromonte da 50208 a 22995. Siamo dinanzi, pur con alcune variabili nei flussi, al fenomeno dello spopolamento, per molti aspetti drammatico, ma che è un fenomeno condiviso, non è tipico di nessuna singola area. Richiameremo altri due parametri, per poi giungere a una prima conclusione. I diplomati e i laureati sui residenti: assestati all’1% del 1951 in tutti i territori considerati, quasi settant’anni dopo si moltiplicano dappertutto, per toccare il vertice del 37% nelle zone silane. Un fenomeno analogo si riscontra per gli occupati nei servizi, con un incremento che supera globalmente il 20% e con punte di oltre il 30% nelle Serre e in Sila. Prima conclusione: le Serre, in un arco di quasi sette decenni, condividono le medesime dinamiche delle altre zone montane della Calabria, circostanza che, appunto, fa ritenere non così essenziale (nel bene e nel male) il rapporto con l’ente provinciale (che prima era Catanzaro e dopo Vibo). Introduciamo brevemente una seconda prospettiva: Vibo provincia, che, al confronto con le tre province “storiche” calabresi, sembra essere maggiormente contrassegnata da strutturali fragilità e dalla mancanza di autentici punti di forza, se si eccettua la sempiterna vocazione turistica che, però, non è una sua specificità. Non solo è la provincia più piccola per estensione, per popolazione residente e per numero di comuni (a eccezione di Crotone), ma non ha università, non ha un aeroporto, ha una stazione dei treni che non regge certo il confronto con gli importanti nodi ferroviari di Paola (per Cosenza), di Lamezia (per Catanzaro) e di Villa San Giovanni (per Reggio). Non è neppure sede di diocesi, mentre le altre province lo sono. Allora, forse, la domanda da porsi è anche un’altra: siamo proprio sicuri che sia stata una buona idea farla provincia? E se il problema fosse proprio questo?

*Storico, antropologo e scrittore

(Articoli pubbicati sulla Gazzetta del Sud del 21 novembre 2025)

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