Domenica, 11 Febbraio 2018 12:09

Carnevale, dalla fame di ieri al “malessere di abbondanza”

Scritto da Vito Teti
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San Nicola da Crissa, Carnevale 1982 (foto di Salvatore Piermarini) San Nicola da Crissa, Carnevale 1982 (foto di Salvatore Piermarini)

Carnilivari fa pe’ li cuntente, / Pe’ cu’ àve carne, casu e maccaruni. / Ed eo l’amaru chi non aju nente / Mi curcu a paru paru de lu suli; / E poe la notte mi rivigghiu e sentu / E cuntu li ciaramidi unu pe’ unu. (Carnevale fa per i contenti, / Per chi ha carne, formaggio e maccaroni. / E io l’infelice che non ho niente / Mi corico alla stessa ora del sole; / E poi durante la notte mi sveglio e ascolto / E conto le tegole, una per una).

Carnevale, festa dell’abbondanza e delle maschere, non era festa per tutti. Ascoltavo da bambino questa filastrocca dalle donne della ruga e poi dai “farsari” che rappresentavano nelle strade e nelle piazze i funerali, il trionfo e la morte dell’imperatore Carnevale. Era festa soltanto per chi aveva cibi buoni da mangiare, ma c’era chi amaramente doveva andare a letto presto, ascoltava triste i canti e i suoni dei mascherati, non prendeva sonno e contava, non le pecore, ma le infinite tegole delle case del paese. La carne di maiale forniva le proteine animali alle persone magre e macilente, che vivevano e parlavano di fame e che, nelle farse, desideravano di morire per eccessi nutritivi. Il sogno di morire per aver mangiato a “scasciapancia” rifletteva la paura di poter morire di fame. Non ci sono più le maschere e i farsari, anche se esistono tracce, schegge, memorie, ritorni, invenzioni che vanno interrogati e compresi. Resiste, nei nostri paesi una convivialità e vive, o è stata reinventata, la tradizione di preparare le “frittole”, di conservare salami e soppressate, di banchettare nel periodo del Carnevale.

E tuttavia, pure nell’abbondanza, le persone non sono “contente” e per “dormire”, adesso che non vengono in soccorso più le pecore e le tegole, bisogna ricorrere a sonniferi e psicofarmaci. Dal “malessere da fame” siamo passati al “malessere di abbondanza”. Dalla paura di “morire di fame” siamo arrivati a quella di “morire per eccessi nutritivi”, per il consumo esagerato di alimenti malsani e avvelenati. E i digiuni obbligati, le diete e le erbe, un tempo disprezzate, adesso sono diventati tratti di modelli dietetici, alimentari, estetici per quanti sognano il mangiare puro e perfetto, la salute e la gioventù perenni. La dimensione oppositiva e di ribaltamento dello status quo sembrerebbe essere passata dal Carnevale alla Quaresima se non fosse che la nuova ideologia quaresimale è il frutto di un eccessiva ricchezza di pochi.

Non bisogna certo rimpiangere il passato di digiuni obbligati, ma nemmeno accettare l’imperante dittatura dei cuochi delle pance piene di una società ortoressica (come scrive il mio amico sociologo Guido Nicolosi).

Dalla necessità del risparmio e da una sobrietà calcolata siamo passati alla pratica dello spreco, di buttare e sciupare il cibo, incuranti della fame e della sete di miliardi di persone nel mondo.

Forse possiamo riflettere sull’antico detto popolare secondo cui “l’assai è come il niente”, il troppo pieno rende infelici quanto il troppo vuoto. Forse, senza facili moralismi, dovremmo capire che il nostro assai e il poco degli altri generano diseguaglianze e ingiustizie, che sono all’origine dei problemi e delle difficoltà, delle crisi e delle lacerazioni, della nostra società. Sono diseguaglianze e disparità insensate e ingiuste create da noi anche se pensiamo di poter dare la colpa e la responsabilità agli altri. Eppure lo spirito di Carnevale, che arriva dal passato e che soffia in molte realtà del presente, suggerisce che nuove convivialità e altre comunità vivibili sono possibili.

“Amici, eo non su mortu / L’ogghiu de la mia lampa ancora ajuma” (“Amici, io non sono morto / L’olio della mia lanterna ancora manda luce”). Cosi salutavano Bruno de Betta, Turi, Vitantone de la Pinnata, Tropeano, figure dal nome e dal fare magico, di una magia intrisa di sacralità e mistero, a cui prendevano parte anche i defunti, che tornavano come cari estinti benevoli.

Dobbiamo immaginare e sperare che si trovi sempre un olio che allontani le tenebre, faccia riconoscere le ombre e dia luce alla vita.

Vito Teti

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