Domenica, 30 Novembre 2025 08:33

Carte “segrete”. Nelle buste rosse di Sharo Gambino

Scritto da Tonino Ceravolo*
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Una foto con dedica di Giuseppe Selvaggi. In basso, un biglietto di Luigi Maria Lombardi Satriani e una lettera di Antonio Altomonte Una foto con dedica di Giuseppe Selvaggi. In basso, un biglietto di Luigi Maria Lombardi Satriani e una lettera di Antonio Altomonte

Cartoline illustrate, cartoline postali, lettere scritte a mano o composte con la macchina per scrivere, fogli intestati o semplici pagine senza alcuna intestazione, pagine tagliate (per risparmiare sulla carta?), biglietti da visita: com’è prevedibile sono molto vari, compositi, anche diseguali, i materiali epistolari provenienti dall’archivio di Sharo Gambino, per lo spoglio dei quali è doveroso e sentito il ringraziamento al figlio Sergio. Altrettanto varia è la tipologia dei suoi corrispondenti: giornalisti, amici, docenti universitari, poeti, uomini politici, scrittori, studiosi di “nulla accademia”, che tante volte scrivono usando la carta da lettera o la busta dell’istituzione a cui in quel momento appartengono. E così compaiono famosi giornali (Il Tempo, il Corriere d’Informazione, il Corriere della Sera), importanti riviste (Il Ponte di Firenze, fondata da Piero Calamandrei), università (Messina, Catania, Salerno), circoli culturali, associazioni, periodici regionali. Un patrimonio di carte per le quali, se la famiglia lo riterrà opportuno, bisognerà porsi il problema della conservazione (un’istituzione universitaria? un archivio o una biblioteca?), della catalogazione, dello studio sistematico, perché, com’è ovvio, esse aprono squarci di storia della cultura della regione e non solo della regione di grande interesse. Qui daremo solo dei piccoli esempi, ma come si vedrà, per i nomi coinvolti e per alcune vicende di cui è questione, già questi sembrano sufficienti per avere una prima idea delle tante strade che si dischiudono.

“Se verrai a Roma, procuriamo d’incontrarci”

La busta, rossa come tante altre che custodiscono il carteggio Gambino, riporta alcuni dati essenziali per l’identificazione della persona di cui si conservano le lettere (poche, in questo caso): “Antonio Altomonte – Scrittore giornalista – redattore 3a pagina del quotidiano Il Tempo di Roma”, un protagonista non di secondo piano della vita culturale italiana del XX secolo. Nato il 25 novembre del 1934 a Palmi e morto a Roma l’1 gennaio del 1987, aveva cominciato la sua carriera letteraria nel 1964 con il romanzo Il feudo, ma, come ha scritto Pasquale Tuscano, “con Altomonte […] dalla koiné regionale si prendono le mosse spostando l’asse su un più vasto orizzonte”, tanto che nella sua produzione letteraria lo scrittore passa da “un’esplorazione in profondità della cultura e della società meridionali […] a un’analisi decisa e umoristicamente dissacratoria del ‘potere’, in Dopo il Presidente (1978) e Sua Eccellenza (1980)”. E con Dopo il Presidente, edito da Rusconi, Altomonte avrebbe vinto anche il prestigioso premio “Viareggio”, in occasione del quale Gambino gli avrebbe inviato, come si desume da una minuta ancora conservata, un telegramma di congratulazioni. La prima lettera di Altomonte è del 5 maggio 1964 e porta anche, vergato a mano, l’indirizzo romano di Piazza Firenze, 24: “Caro Gambino, mi scuso per il ritardo. Sono rientrato ieri da Torino, dove è in corso di stampa il mio primo romanzo [Il feudo, sopra citato, n.d.A.]. Quanto al tuo, dovresti inviarmene un’altra copia, la precedente l’ho data a un collega il quale sta per scrivere, o avrebbe voluto o ha scritto, un saggio sulla letteratura calabrese, con cui concorrere al ‘Villa S. Giovanni’. Insieme al tuo ho dato molti altri libri, i quali (mi è facile prevedere) non mi torneranno presto. Oggi dirò a Crescimbeni del tuo articolo da Mongiana. Confidenzialmente ti debbo comunicare che non si vede di buon occhio il doppio uso (per il Tempo e per la Gazzetta del Sud) di taluni tuoi articoli. Cerca di non incorrere in quest’inconveniente. Da parte mia, con molta simpatia, una cordiale stretta di mano, Antonio Altomonte”. Laddove (e per inciso) occorre dire che la lettera illumina pure un lato del rapporto di Gambino con la scrittura, quel suo non voler stare neppure un giorno senza una riga, quel suo timore di vedere gli articoli trasmessi non uscire (e da qui, talvolta, anche il fatto di inviarli a due diversi giornali), quel suo voler essere sempre presente, testardamente e diffusamente presente, sulla carta stampata. La seconda lettera di Altomonte, spedita dal medesimo indirizzo di Roma su carta intestata del quotidiano Il Tempo, è di appena quindici giorni dopo, il 20 maggio 1964: “Caro Gambino, ai primi del mese, rientrando per qualche giorno a Palmi, ho trovato il tuo libro: a circa un anno perciò dall’omaggio che gentilmente avevi voluto farmene. Capirai il mio impaccio di oggi alla tua cortesia, tanto più che il libro mi sembra meritevole di segnalazione. Non vorrò ammannirti un discorso critico, specie ora che saprebbe un po’ di riparazione, e del resto qualcuno avrà già detto dei pregi di quelle tue pagine, ma a me – sinceramente – son piaciute. Se verrai a Roma, procuriamo d’incontrarci. Mi troverai in Redazione al Tempo. Cordialmente, tuo Antonio Altomonte”. Una postilla anche qui, perché il libro in questione, grazie al riferimento di Altomonte dell’anno trascorso dall’omaggio, era, con ogni probabilità, Un uomo ha perduto l’ombra pubblicato proprio nel 1963, essendo forse più improbabile che Gambino avesse potuto dare Diario d’amore che era, invece, di cinque anni prima. Veniamo all’ultima lettera di Altomonte, che è di quasi nove anni dopo (il 3 gennaio 1973, sempre da Roma, sempre su carta intestata del Tempo presso cui lavorava): “Caro Gambino, abbiamo perso i contatti da anni, ma per anni io mi sono occupato solo marginalmente (e di malavoglia, per tutta una serie di motivi e vicende) di cose letterarie. Ora ritorno al primo (e forse unico) amore, con questo libro che segnalo alla tua attenzione. Ne ho parlato con Mimmo Zappone, il quale mi avrebbe preceduto presso di te (così mi assicura) con una sua lettera. Spero comunque che ‘La sostanza bruna’ sia per te una buona lettura. Ed è inutile dirti quanto per me è importante che lo sia. Felice di ‘ritrovarti’, ti saluto con tanta cordialità Antonio”. E a Domenico Zappone, suo grande amico, faceva ritorno Gambino in una lettera ad Altomonte, di cui è conservata la minuta, del 28 febbraio 1984 (altri undici anni di reciproco silenzio?), inviandogli copia della raccolta da lui curata Il mio amico Hemingway e altri racconti (Frama Sud, 1984) per “due motivi”: “primo, perché tu di Zappone eri grande e buon amico (eri con lui la sera che a Palmi mi regalò copia de ‘Le cinque fiale’) e poi perché sono stato pregato di pregarti (perdona il bisticcio) di scrivere qualcosa sulla tua terza pagina de Il Tempo alla quale egli collaborava. Avrebbe potuto essere un’edizione migliore; ma alla Frama hanno deciso di farne un costoso tascabile e pazienza!”.

Come quell’agricoltore a cui la siccità ha seccato la semenza

Domenico Zappone sarebbe comparso di nuovo in uno scambio epistolare con Antonio Piromalli (Maropati, 3 settembre 1920 – Polistena, 7 giugno 2003), docente universitario di Lingua e letteratura italiana, di cui l’enciclopedia Treccani traccia questo sintetico profilo:Intellettuale poliedrico e pensatore rigoroso, ha coniugato studio e impegno sociale radicandosi nella vita culturale delle numerose città in cui ha vissuto e accogliendone proficuamente gli stimoli”. Ed era, la lettera che Gambino indirizzava a Piromalli il 29 marzo 1989, una nota di garbato dissenso con una posizione che l’importante studioso aveva assunto in merito alla qualità letteraria dell’opera di Zappone: “Egregio Prof. Piromalli, da tempo mi ripromettevo di scriverle, anzi anni, ma ho sempre rinviato perché non mi pareva importante quel che avevo da dirle. Oggi, invece, credo ci sia una ragione e lo faccio assai volentieri. Premetto subito che non c’è assoluta volontà di polemica, solo il piacere di offrirle un’informazione, la possibilità di ampliare la conoscenza d’un uomo al quale siamo stati amici. Ho letto su ‘Comunità bruzia’ la nota riguardante Gianni Mazzei e mi ha colpito la sua drastica affermazione che ‘Zappone era un giornalista e non più’. Credo di non sbagliare se dico che evidentemente, per colpa dell’editore, che non ha dato diffusione alcuna al libro, lei ignora Zappone narratore, autore d’una serie di racconti rimasti inediti fino a quando io stesso non ne ho curato un’edizione per i tipi della Frama di Chiaravalle C.le. è così, oppure lei mantiene il giudizio pur essendo a conoscenza del fatto che io or ora le ho comunicato? […]”. Manteneva il giudizio Piromalli, che, a leggere la sua risposta a Gambino del successivo 10 aprile, appariva senza possibilità di appello: “[…] Zappone non era un critico ma un giornalista senza filosofia, un buon giornalista. Avrebbe potuto fare il critico e il primo a scrivere di lui (di un estratto della tesi di laurea su Pirro Schettini) sono stato io ancora studente universitario. Ma Zappone non era fatto per gli studi severi; aveva ingegnosità e la sfruttava. Ho letto Le cinque fiale ma si tratta di prosette d’arte, un genere letterario degli anni Trenta di elaborazione compiaciuta. […]”. Alla lettera di Piromalli faceva seguito una risposta di Gambino di cinque giorni dopo che accompagnava, cogliendo un invito dello studioso presente nella chiusura della lettera del 10 aprile precedente, l’invio di due libri. Si trattava di una comunicazione a cuore aperto, nella quale Gambino lamentava la scarsissima attenzione della critica nei suoi confronti, tanto da “vivere in uno stato di grande sconforto, come quell’agricoltore a cui la siccità ha seccato la semenza tra i solchi”. E dopo aver ricordato come sulla Gazzetta del Sud Giuseppe Aprile avesse scritto che “né io né Mario La Cava abbiamo le carte per scrivere ‘di’ narrativa”, sollecitava Piromalli – “il critico letterario più seguito e indiscusso di cose calabresi” – a esprimersi sulla sua produzione letteraria qualsiasi fosse il suo parere, che si augurava (ovviamente, potremmo aggiungere) benigno, ma che avrebbe accettato pure qualora fosse stato negativo. E quando quel parere era arrivato, Gambino aveva ringraziato Piromalli con una lettera del 6 giugno 1990: “Egregio Prof. Piromalli, ben oltre le mie aspettative è andato quando ha scritto la pagina che mi riguarda. Non mi resta che sperare di meritare almeno in parte il suo giudizio. […]”. Questo scambio epistolare, di cui fanno parte anche altri materiali qui non citati, non era in realtà il primo tra Piromalli e Gambino, poiché è depositato tra le carte dello scrittore serrese un primo biglietto che reca la data del 3 maggio 1966 in cui Piromalli chiede di fargli avere una copia delle poesie di Mastro Bruno Pelaggi delle quali era uscita nel 1965 l’edizione curata da Angelo Pelaia e ancora negli anni Settanta altre volte Piromalli gli avrebbe scritto sempre a proposito di Pelaggi e della Ceceide di Vincenzo Ammirà.

Nascita di una casa editrice

Veniamo al terzo esempio, che è legato al nome di Luigi M. Lombardi Satriani (Briatico, 10 dicembre 1936 – Roma, 30 maggio 2022), tra i più importanti antropologi italiani a cavallo dei due ultimi secoli, con il quale Gambino ebbe una lunga consuetudine anche sul piano dei rapporti interpersonali e di cui, qui, riportiamo parte di una lettera del 14 novembre 1970, importante perché documenta la nascita a Vibo Valentia della casa editrice Qualecultura, ideale gemella della rivista di impegno meridionalista Quaderni calabresi. Quaderni del Mezzogiorno e delle Isole fondata da Francesco Tassone. La lettera, su carta intestata dell’Istituto Calabrese Raffaele Lombardi Satriani per la ricerca folklorica e sociale, viene spedita da Roma il 14 novembre 1970: “Carissimo Sharo, abbiamo ufficialmente fondata la casa editrice e, per farla funzionare concretamente, ci siamo dati delle regole precise da osservare per ogni pubblicazione. Il testo proposto dovrà essere letto da un ‘comitato di lettura’ che discuterà, successivamente, dell’opportunità della pubblicazione presso la nostra casa editrice, della rispondenza tra materia e titolo, della collocazione del nuovo volume in una collana o in un’altra. Questo per poterci impegnare tutti nel massimo sforzo di pubblicizzazione dell’opera una volta pubblicata. Si tratta, ripeto, di criteri generali validi per tutte le opere che ognuno di noi potrà segnalare alla casa. Per quanto riguarda il tuo libro si pongono essenzialmente i problemi del titolo e dell’inserimento in una collana o in un’altra. Ti pregherei, perciò, di voler inviare a Franco Tassone il testo perché possa passarlo al comitato. Non avere un’impressione negativa di questa procedura – che, a prima vista, può sembrare come un appesantimento burocratico – siamo costretti a stabilire una prassi precisa che impegni tutti noi e non scarichi su qualcuno tutto il lavoro. […]”. Era la prima di un piccolo nucleo epistolare composto in tutto da cinque lettere comprese tra il novembre 1970 e il novembre del 1972, più due biglietti dei quali uno non datato e l’altro, che è cronologicamente il primo documento della serie, del 21 novembre 1967. Nel carteggio si trova anche la minuta di una lettera di Gambino del 7 marzo 1991 in cui si parla di un suo contributo da inviare a Lombardi Satriani per un volume in onore di Enzo Misefari, che così avrebbe potuto avere la “testimonianza tangibile dell’affetto e della stima di cui gode”.

Il sottobosco regionale dei falliti e un grande poeta

Tante altre sono le vicende della cultura regionale ed extra-regionale che questo importante fondo archivistico contenente la corrispondenza di Gambino consente di documentare, come la nascita della sezione regionale del “Sindacato Nazionale Scrittori” di cui gli scrive Pasquino Crupi (Bova Marina, 24 marzo 1940 – 19 agosto 2013), in una lettera non datata, lamentando che “tutto il sottobosco regionale dei falliti è sceso in armi a votare e a rivendicare”, nonché rammaricandosi del trattamento che avevano subito Mario La Cava con l’esclusione dal Comitato esecutivo e Fortunato Seminara per quella da rappresentante regionale nel Sindacato Nazionale: “è uno schifo. La Cava è amareggiato così pure Seminara. Noi speravamo tanto in questa sezione: ma mantenerla in piedi non è possibile” e poi aggiungeva che intellettuali come Franco Tassone, Nicola Zitara e Lombardi Satriani non erano stati invitati, per concludere che lui stesso, La Cava e Seminara avrebbero ritirato la loro adesione. E ci sono, poi, due lettere di due diversi corrispondenti in cui è la figura del grande poeta Lorenzo Calogero (Melicuccà, 28 maggio 1910 – 25 marzo 1961) a entrare in scena. La prima, su carta intestata del Circolo culturale “Lorenzo Calogero” di Melicuccà e datata 9 settembre 1966, è a firma di Paolo Martino e riguarda la statua di Calogero che si stava realizzando per la villa comunale, della quale racconta la genesi e le tante difficoltà connesse: “St.mo Prof. Gambino, […] il motivo principale […] di questa nostra […] riguarda la richiesta di un suo parere circa il monumento che lo scultore C. Pirrotta sta realizzando per la villa comunale di Melicuccà. L’opera consiste – brevemente – in un libro aperto alto due metri, largo tre, spesso mezzo metro sulle cui pagine frontali verranno scolpite, in composizione marmorea, due lastre. Altre due sulle facciate retrostanti. Il libro, socchiuso, poggerà su un piedistallo ricoperto di travertino alto un metro, basato su una sopraelevazione di due scalini. Il prof. Pirrotta, per quanto abbia cercato di studiare la produzione calogeriana onde trarre spunti per trasportare sul marmo qualcosa di ‘significativo’ e – importante – di comprensibile al pubblico, si è visto di fronte a serie difficoltà. Queste difficoltà, ben lo sappiamo, si presentano a chiunque apra con intenzione di studio, un libro di Calogero, trovandosi davanti a quel sistema così intricato, a quella forma d’espressione così tormentata. Il difficile sta nel saper cogliere, nel gorgo tumultuoso di quelle immagini e di quei suoni, un’immagine che, interpretata plasticamente, abbia un senso. Necessitano tre immagini per tre delle quattro lastre; in una ci sarà il busto del poeta in altorilievo, colto nell’atteggiamento della fotografia qui allegata. Lo scultore, leggendo, è rimasto impressionato da questi versi: 1) … vanno cavalli lontano / e salutano il sole morente. (l’immagine è così ardita che ci par di vedere un galoppo di cavalli selvaggi in un turbinio di polvere …) 2) – chiome di fanciulle ondeggiano / alla tenue carezza del vento … (il quadro potrebbe realizzarsi in un’atmosfera di sfumato ed aereo; quella che circonda la donna in Calogero) 2b) oppure, in sostituzione della precedente, passavano le pastorelle pensose / e sui volti alitava la cruda carezza / del cielo e del mare … (questa potrebbe riprodurre un quadretto tanto malinconicamente familiare alla nostra Calabria) 3) I bambini sono piccoli per parlare. / Stanno al sole, giocano: Ora ci rendiamo conto – e lo scultore Pirrotta ce lo ha fatto presente – che sarebbe più logico che l’opera maturasse tutta, anche per quanto riguarda questi spunti, nell’animo dell’artista, al quale esclusivamente spetta individuare le immagini più adatte e realizzarle, poi, senza aspettare, il beneplacito dei critici. Ma, trattandosi di un poeta, la cosa diventa più difficile; specie, poi, se il poeta è L. Calogero sul quale dobbiamo confessare tutti di saperne poco; e devono, una volta tanto, confermarlo pure quelli che lei giustamente chiama i “pontefici massimi della critica ufficiale”, con un impercettibile ma efficacissimo spunto d’ilarità. Saremmo ora lieti se lei ci potesse esprimere un giudizio sui versi precedenti, se possono cioè essere espressi nel marmo e se, rappresentati, interpretano ‘qualcosa’ di Calogero. Riuscirebbero graditissimi allo scultore altri spunti che lei avrà sicuramente colto, leggendo, e che a noi sono sfuggiti. […]”. Due postille per capire l’antefatto di questa lettera a Gambino e anche il post-factum. Se il circolo “Lorenzo Calogero” si era rivolto a Gambino era anche perché lo scrittore, il 10 luglio dello stesso anno, aveva tenuto a Melicuccà una conferenza sul grande poeta molto apprezzata di cui è, peraltro, traccia pure in una lettera che il medesimo Martino, in qualità di presidente dell’associazione, gli indirizza il 25 luglio del 1966, ringraziandolo “per aver dato un tono a quella che è stata la prima uscita del Circolo in mezzo ad una cerchia così vasta e scelta”. Sul post-factum troviamo un’indicazione importante in un articolo di Natale Pace (Quei ragazzi che riuscirono a riaprire il discorso su Lorenzo Calogero), dedicato proprio al circolo culturale e pubblicato nel 2025 in un numero monografico di Calabria live:Ma Lorenzo Calogero non smentì neanche da morto e nella vicenda del Monumento, il suo destino di maledetto. Carmine Pirrotta dopo aver completato le prime due lastre, cadde in depressione irreversibile, fu assalito da turbi psichiche, per le quali fu ricoverato senza più riprendersi fino alla morte. Fu giocoforza accontentarsi delle due lastre ed erigere con quelle il monumento a memoria imperitura del grande melicucchese”. Passiamo alla seconda lettera di interesse calogeriano conservata tra le carte di Gambino e, soprattutto, al suo allegato. Autore è Giuseppe Selvaggi, nato a Cassano Jonio il 29 agosto 1923 e morto a Roma il 26 febbraio 2004, poeta e giornalista del Tempo e del Messaggero (per chi volesse saperne di più si può vedere quanto si dice nel suo profilo in https://www.icsaicstoria.it/dizionario/selvaggi-giuseppe-peppino/). Buon amico di Gambino, allo scrittore serrese si rivolge il 19 agosto 1968 (ma tante altre sono le sue lettere) e, dopo avergli comunicato di averlo letto “anche nel saggio su Calogero”, scrive annunciandogli una “rettifica di un dato di fatto” sbagliato da Gambino e concludendo con una veloce notazione critica sull’opera del grande poeta: “[…] Per invito della Commissione, ho fatto una breve precisazione, che ti unisco in copia. Niente toglie al tuo articolo. È solo una rettifica di [?] un dato di fatto. A proposito di Calogero, non è da considerare ciò che Seminara afferma su Campana. Il nostro Calogero, vissuto nell’ambiente letterario toscano, tra ammiratori di Campana, lo conosceva a fondo, subendone l’influsso. […]”. Ed ecco il testo della lettera allegata, con la rettifica dell’errore di Gambino, indirizzata, su carta intestata “Camera dei Deputati – Giornalisti parlamentari”, a Nicola Zitara, direttore della rivista Quaderni calabresi: “Caro Zitara, devo scrivere una lettera di ammirazione e adesione all’intervento di ‘Quaderni calabresi’ nella vita della regione. Rimando da tempo, e rimando anche oggi. Difatti l’occasione di questo biglietto è solo per chiarire una svista in cui è incorso il nostro Sharo Gambino riferendo, nel suo saggio su Lorenzo Calogero (pag. 87, n. 3), una inesatta versione del ‘come’ Calogero ha vinto il Premio Villa San Giovanni di cui sono segretario. Leonardo Sinisgalli non ha mai fatto parte della Giuria, e perciò non ne poteva essere il Presidente allorché vinse Calogero. Io stesso, che ho votato Calogero per il Premio, ho conosciuto il poeta lucano a Villa, dove venne invitato, anche perché uno dei libri di Calogero (premati: sic!) recava la presentazione di Sinisgalli. Se ben ricordo fu Enrico Falqui a puntare per primo, nella Giuria, su Calogero per il Premio. Con il consenso di tutti, poi, chi con più chi con meno entusiasmo. Concorrente era anche Geppo Tedeschi che l’amico Gambino cita, nella stessa pagina, come amico di Calogero, scambiandolo con Giuseppe Tedeschi. Tutto questo, certo, non diminuisce il saggio di Sharo Gambino e questa precisazione è necessaria per stabilire l’autonomia con cui agiscono le giurie dei Premi Villa San Giovanni. Grazie e buon lavoro a ‘Quaderni calabrese’ [sic!] Giuseppe Selvaggi”. È un mondo culturale che irrompe in queste lettere, una società letteraria in cui lo strumento epistolare è, nel medesimo tempo, occasione per creare o rinsaldare rapporti amicali e momento di scambio su vicende, persone e cose, un universo, in queste sue modalità di porsi, ormai (irrimediabilmente?) scomparso, di cui queste pagine, tuttavia, restituiscono le coordinate vitali. 

*Storico, antropologo e scrittore, cura per il Vizzarro la rubrica Nuvole

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