Venerdì, 13 Febbraio 2026 13:07

Dal Covid ai cicloni, un’unica soluzione: chiudere tutto. In attesa della fine

Scritto da Sergio Pelaia
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A quanto pare il periodo del Covid, non l’epidemia in sé ma tutto ciò che ne ha rappresentato la conseguenza in termini di politica emergenziale, non ha insegnato niente. Men che meno la retorica dell’“andrà tutto bene” e del “ne usciremo migliori”, che non ha impresso alcun cambiamento concreto nel modo di affrontare avvenimenti che non sono più, purtroppo, imprevisti.

In questi giorni chi vive nelle Serre sta riscoprendo il sapore amaro dell’unica risposta che le istituzioni sembrano riuscire a dare a queste latitudini in simili circostanze: chiudere, chiudere tutto. Proprio come i coprifuoco di qualche anno fa. Non ci sono vaccini? Arrivano i vaccini ma non ci sono i posti letto? Troviamo i posti letto ma non ci sono i ventilatori polmonari? Ci mandano i ventilatori ma non abbiamo chi li sappia usare? Risposta unica: chiudiamo i paesi, le città, le regioni.

Con quello che ormai non è più maltempo, ma una vera tragedia climatica annunciata, la suonata è esattamente la stessa. Non si può nemmeno dire che non si sapeva, che non se ne potevano immaginare proporzioni e conseguenze. Eppure ogni volta l’unica soluzione arriva dopo, ed è sempre la stessa. Anzi, se una volta si chiudono le scuole, la volta dopo si chiudono anche le strade: prima un piazzale, poi una provinciale, poi chissà.

Così si crea un precedente, per cui se oggi hanno isolato interi paesi, già piegati da mille drammi, alla prossima emergenza si può star certi che la prima cosa che faranno sarà chiudere di nuovo. Pazienza se c’è gente che resta in casa senza il necessario, che deve fare percorsi lunghissimi per andare a lavorare in posti in realtà vicini, che resta senza badanti o caregiver che dovrebbero garantire servizi essenziali.

Pazienza. È l’unica cosa che non sembra esaurirsi in queste contrade tanto decantate per bellezza e unicità quanto depredate dei diritti fondamentali. Eppure c’è anche qui chi sfrutta le risorse naturali senza alcun freno, c’è chi lucra sulle emergenze, c’è chi non vede l’ora di buttarsi sugli appalti e di scambiarsi incarichi e progetti col compare di turno. E c’è, soprattutto, chi dovrebbe vigilare su tutto questo a tutela della popolazione, chi dovrebbe occuparsi del dissesto e del ripristino idrogeologico, chi dovrebbe evitare nuovi assalti a una diligenza già abbondantemente razziata. Invece ci si limita solo a chiudere, sempre dopo, ogni volta di più. L’unico pensiero è autoesimersi da qualunque responsabilità. Con una popolazione ormai assuefatta a vivere in uno stato di perenne emergenza.

Nessun dramma, con questo stato di cose, può dunque insegnare niente a nessuno. Né a chi governa, che evidentemente, nonostante tutto ciò, riesce sempre a incassare consensi e fiducia. Né a chi è governato, che è incapace di ribellarsi e di fare la propria parte, una pur minima parte, per la cura del territorio. Per evitare che, dopo lo smantellamento di ogni presidio di dignità civile, dagli uffici agli ospedali, ci frani addosso la nostra stessa montagna, ci crolli in testa la nostra stessa casa.

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