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Prende un moto d’invincibile stanchezza ad ascoltare ancora, come avvenuto di recente, l’intervistatore o l’intervistatrice di turno, sulla scia di altri cento e mille altri consimili colleghi, porre di nuovo la domanda se ci sia stato o no Ettore Majorana nel monastero, laddove monastero sta per Certosa di Serra San Bruno. E la stanchezza trascolora in una sensazione di fastidiosa sazietà quando, subito dopo, si giunge al secondo quesito sul pilota di Hiroshima, che anche lui, pentito, si sarebbe rinchiuso in quelle celle, tra gli spazi capienti e silenti del chiostro monastico. E se poi l’intervistatore o intervistatrice ha familiarità con la cultura, eccolo esibire per il fisico siciliano il nome di Sciascia e per l’aviere americano quello di Sharo (pronunciato anche come Sciaro) naturalmente Gambino, il quale avrebbe fatto conoscere al mondo la storia del contrito pilota del velivolo da cui sarebbe partita la devastatrice atomica sopra il Giappone. E smentire le cento e mille volte l’una e l’altra cosa sembra, ahinoi, un esercizio inutile, se, come disse qualcuno, una smentita è una notizia data due volte. Ma, almeno, esortare alle storie si dovrebbe, esortare a leggerli i libri e gli articoli scritti dagli altri, se non altro per scoprire che mai (mai) Gambino ebbe modo di dire che quel pilota aveva indossato il candido saio dei certosini e anzi (anzi) spese pagine e inchiostro proprio per segnalare la presuntissima notizia come un falso. E ci si consola a pensare, davanti a come vanno le cose nel mondo, che ben altri falsi sono quelli che la storia ci consegna e ci ha consegnato, falsi che hanno prodotto guerre, lutti, morte e distruzione (qualcuno ha memoria delle inesistenti “armi di distruzioni di massa” che condussero al conflitto iracheno?) e allora questi falsi di cose nostre sono falsi di serie B, falsi innocui e piccini, persino patetici nel loro stolido ripetersi di decennio in decennio a dispetto di ogni contraria evidenza, forse generati da abitudine o pigrizia o da Dio sa cosa.
Non solo Majorana
E giusto per non farsi mancare nulla, fossero stati solo Majorana e il pilota di Hiroshima. Perché negli anni da Silvano Girotto (“frate mitra”), a cui, per chi voglia leggerla, Wikipedia dedica un non esilissima biografia all’economista Federico Caffè e, cronologicamente da ultimo, al vescovo Milingo sono stati più di uno i personaggi pubblici in vario modo scomparsi (temporaneamente o per sempre che fosse) collocati tra le mura della Certosa da un giornalismo frettoloso e immune dall’esigenza della verifica delle notizie. Talvolta, addirittura, con il contorno di altri pubblici personaggi giunti dinanzi alla porta del monastero per denunciare inesistenti fatti, con (in aggiunta) qualche voce del luogo a dare conferma di notizie a lui o a lei perfettamente sconosciute. Ma, intanto, la conferma del nulla poteva iniziare il suo viaggio, per diventare verità rivelata, fatto indubitabile, granitica certezza sempre più resa tale dal suo essere ripetuta ad libitum, senza che alcuna evidenza contraria potesse riuscire in qualche modo a scalfirla. Si proteggono spesso dietro lo schermo dell’impersonale “si dice” questi falsi plateali, perché se qualcuno “dice”, se la notizia gira, allora, per ciò stesso, deve essere vero. La calunnia è un venticello ….
Misteri e segreti della Certosa
E però, per chi voglia davvero interrogarsi e provare a osservare, i “misteri” della Certosa sono altri. Forse non evidentissimi da cogliere perché, certo, è più semplice raccattare false notizie e tramutarle in verità per vox calami piuttosto che porsi domande sulle infinite varietà dell’animo umano. Nel tempo in cui l’utile è legge suprema e metro di misura delle cose, in cui chi più ha è più ammirato e invidiato (persino, scandalosamente, in modo indipendente dalla circostanza su come abbia avuto e ottenuto quel che ha), come mai ci sono vite quali quelle dei monaci che all’avere preferiscono l’essere, che cercano e praticano l’inutile della preghiera e del raccoglimento silenzioso rispetto alla bramosia e alla frenesia del vivere a caccia di sempre maggiori utilità (economiche, di cariche, di potere)? Nel tempo in cui la visibilità è quasi universalmente inseguita, bramata, praticata, nel tempo dei “grandi fratelli” televisivi per ventiquattr’ore sotto gli occhi del mondo e delle migliaia di selfie quotidiani, nel tempo dei social, dei tiktok, degli instagram, dei facebook, attraverso i quali esibire intimità, amori, malattie, come si fa a vivere nel nascondimento, dentro il chiuso di una cella, dietro le mura alte di un monastero? Nel tempo in cui quasi tutto è chiacchiera, parola vana, bla bla quotidiano, come è possibile dedicarsi alla sobrietà delle parole e del linguaggio e all’esercizio del silenzio? Ecco alcune possibili sfide per chi voglia davvero penetrare dentro i “misteri” della Certosa e nei suoi “segreti”, che interpellano credenti e non credenti, chierici e laici. “Ingrediatur gens justa” recita il versetto di Isaia inciso sul portone d’ingresso del monastero e vogliamo pensare che queste parole possano valere non soltanto per chi ha fatto dell’oltrepassamento di quella soglia la propria scelta di vita, ma anche per coloro che dal di fuori la osservano quella vita e dovrebbero anch’essi praticare lo sforzo, ancora con Isaia, di custodire la verità o, se non altro, almeno cercarla.
*Storico, antropologo e scrittore, cura per il Vizzarro la rubrica Nuvole
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