Sabato, 27 Dicembre 2025 18:41

La Banca Bruzia dal boom al crac. Alle origini (oscure) dell'economia serrese

Scritto da Francesco Barreca
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«Il credito del Comune presso la Banca Bruzia nasce da interessi maturati sul c/c che il Comune aveva per i lavori dell’Edifizio Scolastico». L’anno è il 1936, a scrivere è Riccardo Pisani, commissario prefettizio del Comune di Serra San Bruno, già direttore del locale ispettorato per l’agricoltura e futuro segretario politico del fascio serrese. Pisani è da poco subentrato a Lorenzo Torrisi nell’incarico di commissario e le parole sopra riportate sono l’incipit di una serie di appunti manoscritti conservati in un faldone dell’archivio storico del Comune di Serra, presumibilmente buttati giù nel corso di una riunione in cui il commissario viene aggiornato sulle questioni più urgenti da affrontare. Ci sono le petizioni di chi, pur essendo iscritto all’elenco dei poveri, non si vede rimborsati i farmaci; ci sono aggiornamenti sullo spurgo delle fogne tra i fondi Tedeschi e Pisani; c’è un promemoria sul pagamento dei premi di natalità e nuzialità ai dipendenti comunali; e soprattutto c’è la liquidazione della Banca Bruzia: lettere, conti, raccomandate, richieste, ingiunzioni.

Fondata da un manipolo di notabili serresi l’11 gennaio del 1920, la Banca Bruzia era divenuta in pochi anni il principale attore economico locale, capace di ridisegnare la geografia economica del paese e a cambiare irreversibilmente il destino di famiglie, agricoltori, artigiani, piccoli proprietari terrieri. Oggi sopravvive nei ricordi di chi all’epoca era un bambino, ricordi spesso fatti della stessa materia di cui sono fatti gli incubi, intessuti di pignoramenti, risparmi vaporizzati in investimenti “sicuri”, attività e proprietà passate di mano a prezzi ridicoli. C’è chi racconta di risparmi e terreni perduti, chi di immobili pignorati, chi di aver visto i propri familiari lasciare Serra per cercare di ricostruire la propria fortuna altrove, lontano, negli Stati Uniti o in Argentina. Altri riportano di come il fallimento della Bruzia fosse ancora un tema rovente delle campagne elettorali dell’immediato dopoguerra. Ma cos’era, chi era la banca Bruzia? Questo il consiglio d’amministrazione nel 1927: 

Presidente: Carmelo De Stefano
Vicepresidente: Antonio Romano
Consigliere delegato: Achille Gherardi
Consiglieri: Giacomo Pisani, Aldo Alliata, Francesco Andreacchi, Francesco Cuteri.
Sindaci effettivi: Francesco Ferrara, Filippo Pozzi, Luigi Tiani.
Sindaci supplenti: Bruno Manno, Bruno Scrivo.
Direttore: Luigi Mammone

Al principio degli anni ’20 Serra era un piccolo centro montano che faticava, dal punto di vista economico e infrastrutturale, a tenere il passo con la modernità. L’artigianato soffriva per via di uno scarso rinnovamento di mezzi e tecniche di produzione, mentre le infrastrutture e i servizi erano di fatto inesistenti. Non c’erano un sistema fognario né acquedotti efficienti, le scuole erano allestite alla bell’e meglio dove capitava e così la maggior parte degli uffici pubblici. In altre parole, Serra era un paese che aveva un disperato bisogno di capitali, di liquidità, per sopravvivere. È alla luce di queste circostanze che si spiega la fondazione della banca Bruzia, favorita anche dall’assenza di una legislazione precisa sulle attività bancarie, che sarebbe arrivata solo nel 1936 e avrebbe segnato la fine dell’impresa. La Bruzia immette nel sistema economico locale, sotto forma di prestiti e mutui, la liquidità di cui Serra ha bisogno. Il capitale iniziale di 300.000 lire di cui la banca dispone proviene soprattutto dalle entrature politiche e industriali del piemontese Aldo Alliata, importante industriale dell’acciaio, e di Achille Gherardi, banchiere bolognese immischiato con le industrie del cemento. 

La Bruzia presta soldi e gestisce risparmi e investimenti. Tra il 1924 e il 1926 i crediti della banca verso terzi passano da poco più di 37 mila lire a quasi 130. Nello stesso periodo il portafoglio aumenta di un milione, i depositi di un milione e mezzo, i debiti sono azzerati e l’utile netto raddoppiato. Le case dei serresi cominciano a popolarsi di cambiali della banca Bruzia, che nel frattempo stringe rapporti sempre più stretti e controversi con l’amministrazione comunale. Grazie anche a contiguità familiari, la banca prende in gestione importanti capitali pubblici, come quello della locale Congregazione di Carità, e si insinua nella gestione dei fondi comunali, riuscendo a un certo momento a farsi affidare il servizio di riscossione di alcune imposte. Al momento della liquidazione, banca e Comune sono legati in un groviglio di crediti e debiti reciproci che al commissario Pisani appare difficilissimo da sbrogliare. Il Comune vanta un credito nei confronti della banca dovuto agli interessi maturati sul capitale di un conto corrente aperto presso la Bruzia in seguito a un prestito contratto dal Comune con la Cassa Depositi e Prestiti e finalizzato alla costruzione della scuola elementare. Per garantire questo prestito, il Comune contrae con la Bruzia un prestito in titoli che vengono depositati presso la Cassa Depositi e Prestiti. A garanzia di questo prestito in titoli, il Comune cede alla Bruzia 100 titoli di un ente esotico: l’Istituto Nazionale di Credito per il Lavoro degli Italiani all’Estero. In più, ci sono una cambiale da 1200 lire firmata dal podestà Vincenzo Agostino a nome del Comune nei primi anni ’20 e diversi titoli di debito pubblico ceduti dalla banca al Comune a titolo provvisorio quale cauzione per la gestione dei servizi tributari. Insomma, c’è da fare un bel po’ di conti per capire chi deve dare soldi a chi, senza dimenticare il fatto che l’edificio dove ha sede il Comune è di proprietà proprio della banca.

Comunque, nei primi anni la banca prospera, tanto da aprire una filiale a San Nicola da Crissa. O almeno così sembra. Perché a un certo punto molti non riescono più a ripagare i debiti. Terreni, immobili e attività commerciali passano alla banca. E qui inizia a farsi tutto nebuloso e inquietante. A partire dalla seconda metà degli anni ’20 la Bruzia inizia a distribuire ai soci generosi dividendi e a concludere affari apparentemente sconclusionati. Quei terreni, immobili e attività commerciali ottenuti per pignoramento vengono ceduti a un valore inferiore a quello patrimoniale. La banca, insomma, è in perdita, e comincia a emettere obbligazioni, a nascondere lo sporco sotto il tappeto. Come detto, la Bruzia opera in assenza di leggi: è insieme cassa di risparmio e banca d’affari, si dedica al credito e all’investimento, tutto – va detto – in maniera non proprio trasparente. Quando, finalmente, nel 1936, il settore bancario viene regolato la banca Bruzia è tra le prime a cadere: il tappeto è sollevato e il crac è inevitabile. La licenza viene revocata con decreto del capo del Governo, la banca è immediatamente messa in liquidazione e affidata al commissario Francesco Caroleo.

A quella data, comunque, il grosso dei capitali e dei beni ha già preso il largo. La banca ha pochissimi asset, così che quasi nessuno, tra risparmiatori e investitori, rivedrà i propri soldi. La topografia della ricchezza serrese è cambiata: nuovi patrimoni sono stati creati, altri distrutti. Al termine della breve esperienza della banca Bruzia, Serra è un posto diverso. Per alcuni è un posto migliore; per altri, per molti altri, peggiore.

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