Domenica, 13 Gennaio 2019 09:52

La Certosa delle cose perdute

Scritto da Tonino Ceravolo
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Se c’è una tipologia di bene culturale della quale, a quanto oggi si sa, non è rimasta alcuna traccia sul territorio di pertinenza della Certosa di Serra San Bruno questa è da individuare nei vasi di farmacia dell’antica spezieria del monastero. Infatti, tra i tanti “oggetti” perduti della Certosa calabrese, per effetto della dispersione del suo patrimonio seguita al terremoto del 1783, il caso degli albarelli destinati alla conservazione delle medicine assume proporzioni così significative da costituire quasi un capitolo a sé stante. La farmacia del monastero era ubicata, come documenta la relazione della visita che il vescovo Perbenedetti fece nella clausura monastica nel 1629, nei pressi della ricca biblioteca e i farmaci, affidati alle cure esperte di Fra Scipione da Chiaravalle, erano custoditi in due vetrine, a beneficio non soltanto dei monaci, ma pure degli abitanti dei paesi vicini, che ne potevano usufruire pagando gli aromi e le medicine. E, come accadde per i volumi della biblioteca e per i manoscritti dell’archivio, anche per questi straordinari oggetti, nelle complicate vicissitudini seguite al sisma settecentesco, prese l’avvio una vicenda di dispersione verso svariate collezioni che non è semplice ricostruire e che, come vedremo, interessò non solo la Calabria. Se ne ha un’importante testimonianza ottocentesca nel resoconto del viaggio che l’archeologo François Lenormant fece in Calabria, consegnando la sua testimonianza al terzo volume dell’opera La Grande Grèce, edita a Parigi nel 1881. Giunto a Monteleone, dopo aver subito la delusione di non poter avere accesso alla ricchissima raccolta Capialbi, Lenormant ebbe modo “di studiare con cura la collezione del signor Cordopatri”, nella quale trovò “un guazzabuglio completo di che fornire copiosamente un magazzino di curiosità”. E tra queste “curiosità” ad attirare la sua attenzione, accanto alle porcellane della Cina, del Giappone e di Capodimonte, fu specialmente “un gruppo di vasi di farmacia dei due grandi conventi vicini di S. Domenico di Soriano e di S. Stefano del Bosco, con la marca di Carlo Antonio Grue, il più abile ed il più famoso dei pittori di Castelli”. Corretta o no che fosse l’identificazione della “marca” dei vasi con quella di Carlo Antonio Grue (1655-1723), invece che con quella del figlio Francesco Antonio Saverio (1686-1746) di cui si ha su alcuni esemplari superstiti la firma, l’osservazione di Lenormant forniva delle informazioni importanti: nelle case religiose di Serra e Soriano erano state presenti ceramiche della famosa manifattura di Castelli in Abruzzo e queste non si trovavano più nei loro luoghi originari, bensì in una collezione privata. A meno di un secolo dal terremoto un testimone d’eccezione forniva l’inequivocabile riscontro di un triste fenomeno, quello della spoliazione e dispersione di parte del patrimonio culturale di due insediamenti religiosi di primissimo piano nell’Italia meridionale. Patrimonio che, relativamente ai vasi apotecari della collezione Cordopatri, avrebbe conosciuto un secondo tempo nel periodo 1913-1918, quando, per iniziativa dell’archeologo Paolo Orsi (Rovereto 1859 – 1935), essi vennero acquisiti dal Museo Comunale di Reggio Calabria, per essere oggi allocati presso il Museo Nazionale della medesima città. Tali vasi occupano, peraltro, un posto nel contesto dell’iconografia di San Bruno, poiché riportano due diverse immagini del santo orante dinanzi al crocefisso e con il crocefisso tra le mani (immagine principale, in alto) che ricalcano modelli figurativi ben documentati nella tradizione iconografica. Di intensa suggestione è anche il vaso con l’immagine di S. Stefano (fig. 1, gallery in basso), a cui la Certosa di Calabria è intitolata, nella quale si vede il protomartire, come riporta la scheda catalografica, “in ginocchio e con le braccia aperte”, che ha nella mano sinistra una pietra, indossa la dalmata e ha il capo nimbato, con il libro e la palma deposti al suo fianco sul suolo. A ben vedere, tuttavia, quello che si conclude a Reggio Calabria, con la sistemazione dei vasi della Certosa nel Museo di Piazza De Nava, è soltanto un paragrafo di un capitolo indubbiamente più vasto, che conosce altre decisive diramazioni sia nella regione, con la presenza di ulteriori vasi nella ricca collezione privata di una farmacia di Vibo Valentia, sia lontano da essa, nel Museo Civico di Rovereto nel quale alla morte di Paolo Orsi venne collocata, per lascito testamentario, la collezione che l’illustre archeologo aveva radunato durante le sue campagne di scavo e le sue indagini scientifiche in Sicilia e in Calabria, impreziosendola (inevitabilmente si vorrebbe dire) con alcuni albarelli provenienti da Serra e da Soriano. Una storia, però, che probabilmente è destinata a rimanere aperta, inconclusa, soggetta a sempre possibili integrazioni e revisioni. Basti pensare che se di due vasi di Francesco Antonio Saverio Grue con la figura di San Bruno (fig. 3 e fig. 4, gallery in basso) rintracciati nella Galleria delle antiche ceramiche del barone Acerbo di Loreto Aprutino non sembra possibile, dalle schede di catalogo, risalire a una provenienza serrese, la Certosa di Serra è, invece, sicuramente il luogo d’origine di uno straordinario esemplare eseguito dal Grue intorno al 1728 e oggi appartenente alla collezione Matricardi di Ascoli Piceno (fig. 2, gallery in basso). Qui, davanti alla figura di San Bruno in estasi, siamo in presenza di alcuni dei contrassegni iconografici più celebri associati al santo: il libro deposto su una roccia e un teschio poggiato sulle sue pagine aperte, il pastorale vescovile adagiato ai piedi di Bruno in segno del rifiuto della sede episcopale di Reggio Calabria. Insomma, un oggetto in un certo modo esemplare, che sembra riepilogare il senso di una lunga storia.

DIDASCALIE
Immagine principale: F. A. S. Grue, San Bruno in orazione con il crocefisso, Reggio Calabria, Museo Nazionale 
Fig. 1: F. A. S. Grue, S. Stefano, Reggio Calabria, Museo Nazionale
Fig. 2: F. A. S. Grue, San Bruno in estasi, Ascoli Piceno, Collezione Matricardi 
Fig. 3: F. A. S. Grue, San Bruno in estasi, Loreto Aprutino, Galleria delle antiche ceramiche del barone Acerbo
Fig. 4: F. A. S. Grue, San Bruno in preghiera, Loreto Aprutino, Galleria delle antiche ceramiche del barone Acerbo.

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