Lunedì, 25 Dicembre 2017 15:00

“La Chartreuse”, l’elisir alchemico dei certosini

Scritto da Francesco Barreca
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SERRA SAN BRUNO - Nella sua diafanezza flava o grossularica, alla quale, albergandola, l’atticciatura dell’involucro vetrigno conferisce la vertigine di una varietà riemanniana, la Chartreuse, il liquore amabilmente zuccherino vanto e gloria dei certosini, è una presenza consueta sulle tavole dei serresi e ancor più nei condotti che, in un brulicare di fibre e muscoli, l’adducono all’antro cocollato dallo zirbo, donde è poi diffuso a scaldare l’algente bruma delle festività natalizie. Come la maggior parte dei liquori tradizionali, anche la Chartreuse origina alla luce della fornace dell’alchimista, dal calore provvisto a una cucurbita colma d’una miscela d’erbe e vinaccia, dall’evaporare e ricondensare, dalla speranza della quinta essenza, l’al-iksīr, promessa di medicamento e, nelle fantasie più sfrenate e non necessariamente benevole, ricchezza d’oro filosofale.

Al parlar comune, l’alchimia evoca sinistre immagini di segreti iniziatici e procedure stregonesche; nella più prosaica realtà dei fatti, tuttavia, e soprattutto nella fase più tarda, quella della iatrochimica, gli alchimisti erano soprattutto arditi sperimentatori intenti a esplorare le possibilità delle tecniche di separazione delle sostanze. Il cielo dei filosofi (1525-1528) di Philipp Ulstad, ad esempio, a dispetto del titolo intrigante e fascinoso è un austero trattato sulla distillazione; e uno dei più grandi segreti lasciatici da Maria la Giudea è la tecnica del balneum Mariae, ovvero quella che oggi chiamiamo bagnomaria. Anche la segretezza dell’alchimia fu più immaginata che reale: alle donne, generalmente escluse dalle professioni che potessero fornire un minimo di appagamento personale, era però concesso trafficheggiare con erbe, fornaci ed alambicchi, tanto che donne furono alcune tra le più luminose figure di quest’arte. Uno dei laboratori farmaceutico-alchemici che meglio conosciamo è quello allestito nel 1608 a Leonberg da Sybille von Anhalt, vedova del duca Frederick del Württemberg, insieme all’amica Maria Andreae, madre di Johann Valentin Andreae, supposto autore de Le nozze chimiche di Christian Rosenkreutz. Tra le sostanze a disposizione nel laboratorio, oltre alle erbe raccolte da Maria, anche limoni, mele cotogne e diverse qualità di “balsamo”, ossia grasso estratto dalle carcasse di cani e lupi e dai cadaveri dei criminali giustiziati. Qui, Sybilla e Maria passavano il tempo “raccogliendo erbe e distillando acque, preparando polveri e sali per lenire le sofferenze dei poveri” seguendo scrupolosamente le ricette e le prescrizioni accumulate anni prima da Eleonore von Württemberg, cognata di Sybille.

Nel 1605, più o meno nello stesso periodo in cui a Leonberg si stillava lardo da uomini e animali e si provava a realizzare una mumia aurea con il sangue di un monaco errante, la ricetta di un al-iksīr arrivava alla Certosa di Parigi. Il latore – maresciallo François-Hannibal d’Estrées – assicurava trattarsi dell’opera di un alchimista vissuto secoli prima. Sapendo della passione, galenica fino a un certo punto, dei certosini per i distillati, il maresciallo gli affidava il manoscritto per farne fare un elisir di lunga vita. La storia seguente è invero notissima e la riassumerò qui senza ritegno col dichiarare la versione originale dell’elisir essere un torcibudella di 70 gradi atto a far effluire dalle docce sinaptiche del malcapitato bevitore i nembi pantocratici delle visioni mistiche; una bevanda spacciata da monaci ciarlatani sulle strade fangose del Delfinato, più miracolosa della teriaca e più ottenebrante del balsamo dello Spirito Santo; fino a raggiungere, dopo diverse vicissitudini, lo status di prodotto delizioso che oggi universalmente le riconosciamo.

Bevete, allora, ma attenzione: il liquore è ancora oggi molto forte e, come si evincerà da questo articolo sconclusionato, andrebbe consumato con moderazione.

 

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