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Martedì, 01 Ottobre 2019 13:12

“Misteri”, “enigmi” e altre false notizie nell'informazione sulla Certosa

Scritto da Tonino Ceravolo
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Purtroppo (e periodicamente) si è costretti a tornare sul tema, che, come un fiume carsico, ogni tanto riaffiora, soprattutto quando qualcuno scompare e ancor più se lo scomparso è persona di qualche fama. Se si dovesse dar credito alle gabole, diffuse nel tempo sui presunti ospiti del monastero certosino di Serra, si potrebbe riempire un intero numero di Cronaca vera, con tanto di retroscena incredibili, particolari curiosi e intrecci che nemmeno John Le Carré o Ian Fleming. I nomi sono tanti e alcuni molto noti, dal fisico Ettore Majorana all’ex arcivescovo Emmanuel Milingo all’economista Federico Caffè (per tacere dei numerosi altri che si potrebbero elencare). E la cosa all’apparenza sconcertante è che le smentite (svariate volte e autorevolmente intervenute) non soltanto risultano inutili, ma sembrano dare ragione alla celebre affermazione di Enzo Biagi, secondo il quale una smentita rischia di essere una notizia data due volte. Quindi, quasi quasi, meglio non smentire nulla e subire il trionfo delle false notizie. Infatti, in barba a ogni contraria evidenza, basta che si verifichi un nuovo caso di sparizione e il riflesso condizionato scatta: lo scomparso viene dato da qualche gazzetta come ospite della Certosa e, giusto per concedersi il gusto dell’inedito (anche qui, Biagi docet: non c’è niente di più inedito della carta stampata), gli si affiancano i nomi, milioni o miliardi di volte già smentiti, dei tanti altri che, pure loro, si sarebbero rifugiati nel monastero calabrese. Se si volesse minimamente nobilitare, con una interpretazione un po’ più raffinata, una vicenda giornalistica, ahimè ormai lunga, che poca nobiltà ha si potrebbe dire che entra in campo un procedimento per conferma il quale, ignorando qualsiasi verifica empirica (che, inevitabilmente, farebbe crollare le facilonerie informative di tanti giornali), si limita a ribadire all’infinito e a dare credibilità a presunte notizie, già replicate in cento altre occasioni,  che tali non sono, poiché, più propriamente, appartengono all’universo delle favole, sono, insomma, letteratura (?) d’invenzione e non giornalismo, finzioni narrative passate per informazione. Il famoso motto del grande giornalista Lamberto Sechi – “I fatti separati dalle opinioni” – si potrebbe, nel caso in questione, diversamente declinare come “Solo opinioni e niente fatti”.

C’è, poi, un secondo aspetto semplice, che, talvolta, sembra passare in secondo piano e che forse, proprio perché così semplice, è tranquillamente e bellamente ignorato da parte di chi costruisce castelli in aria con presunte notizie imbastite di fuffa: le Certose, come tutti gli altri conventi e monasteri di clausura e non, sono sottoposte alla legge dello Stato italiano e, pertanto, se dovessero ospitare qualsiasi persona sulla quale esistono indagini dell’autorità giudiziaria, come prevedibilmente succede nel caso di una scomparsa, violerebbero, puramente e semplicemente, quella legge perché ostacolerebbero l’esercizio della giustizia. Basta fare due più due, per trarre un’elementare conclusione: scrivere, peraltro senza la minima parvenza di nessuna conferma fattuale, che dentro una Certosa abbia trovato rifugio uno scomparso equivale, né più né meno, a sostenere che i monaci si pongono contro una legge dello Stato. È troppo chiedersi se ne è consapevole chi compone frettolose e disinformate articolesse, chi confeziona servizi televisivi, magari accattivanti nelle immagini e nell’uso ben dosato dei “si dice”, ma che stanno da un’altra parte rispetto alla verità dei fatti? E senza voler impartire lezioni o prediche a nessuno è eccessivo, da lettori, pretendere il quotidiano e paziente riscontro delle notizie, la verifica di quanto si scrive, l’utilizzo attento delle fonti, insomma tutto quello che dovrebbe costituire il pane di ogni giorno per chi sui giornali dice di fare informazione apponendo la propria firma?

E veniamo al terzo aspetto, che ha a che fare con l’impiego di paroline magiche le quali sembrano avere per chi le usa, regolarmente inflazionandole, la funzione di tanti “Apriti sesamo”, in grado di svelare segreti altrimenti insondabili. Enigma e mistero: sono questi i lessemi che ricorrono con una certa frequenza, associati al mondo della clausura certosina, quando si tratta di far esplodere il presunto “caso”. Qui, in quest’uso inflazionato di termini che avrebbero la pretesa di creare un’aura intorno a quei “casi”, siamo dalle parti di Winston Churchill, quando aveva affermato come l’Unione Sovietica fosse “un dilemma avvolto in un mistero, racchiuso in un enigma”. Per i certosini, nella leggerezza pseudo-informativa che talvolta ci (e li) circonda, accade più o meno la stessa cosa: un enigma dentro un mistero o un mistero dentro un enigma. Tutto deve essere enigmatico e misterioso, per l’ipse dixit di chi forse ritiene di aver colto così l’essenza della clausura. I presunti misteri campeggiano nei titoli di libri, di articoli di cronaca, di locandine pubblicitarie di quotidiani locali, senza neppure farsi venire il dubbio che un fatto non diventa “vero” per averlo descritto su una pagina e che l’aver dichiarato qualcosa come misteriosa non sottrae il dichiarante dalla verifica del presunto accaduto. Quel che è certo, invece, è che in questa maniera il significato della clausura finisce per essere snaturato e questa cessa di essere una scelta (difficile) di vivere la fede nella radicalità di un’esperienza di solitudine e preghiera, per diventare lo scenario di vite che racchiuderebbero, al dire di chi in questo modo ne scrive, soprattutto misteri, segreti, inconfessabili verità. Che, infine, questo sia un modo per non rispettarle quelle vite e per negare il loro diritto a essere ciò che hanno scelto di essere (senza che altri dall’esterno si arroghino la facoltà di perturbarle) sembra sfuggire o, peggio, essere accettato come qualcosa di normale. E forse non sarebbe male se ci si soffermasse, ogni tanto, a riflettere sull’antico motto dell’esicasmo (fuge, tace, quiesce), interrogandosi sulle profonde implicazioni del secondo termine e chiedendosi se il suo esercizio non possa essere, in alcune circostanze, preferibile al continuo cicaleccio fondato sul nulla.