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Dopo l’autonomia differenziata, i paesi di montagna. Un’altra legge targata Calderoli fa discutere da Nord a Sud, ma soprattutto a Sud. Sarà anche un intervento legislativo atteso da tempo, visto che la precedente classificazione dei Comuni montani, suggerisce il leghista che guida il Ministero per gli Affari regionali, risale al 1952. Ma il rischio è che aumenti ulteriormente il divario tra legislazione e realtà.
Guardando all’elenco varato nei giorni scorsi dalla Conferenza Unificata – senza coinvolgere Uncem, sottolinea la stessa organizzazione nazionale che da oltre 60 anni rappresenta gli enti montani – emergono comunque diversi dati: la legge individua 3.715 Comuni, 347 in meno rispetto ai 4.062 precedentemente classificati come totalmente o parzialmente montani; la Calabria è una delle quattro regioni con più Comuni montani (256, a fronte dei 216 precedenti), ma Piemonte e Lombardia da sole rappresentano quasi un terzo dell’intera platea nazionale. Tra i Comuni montani calabresi rientrano anche Reggio Calabria, Cosenza, Paola e molte altre località che sono notoriamente costiere. Ma ciò non deve sorprendere, perché si tratta di Comuni che hanno larghe parti di territorio anche in altura. Il punto è un altro: la montagna non è fatta di numeri. Dunque lasciano il tempo che trovano le analisi spicciole, le semplificazioni e, come nel caso di specie, le classificazioni.
La legge 131/2025, di cui l’elenco varato in Conferenza Unificata rappresenta la prima conseguenza attuativa, fissa l’obiettivo di dare «una risposta perequativa incardinata nella rimozione delle diseguaglianze generate dalla situazione di obiettivo svantaggio economico-sociale delle zone montane». Ma lo fa, ovviamente, «nel limite delle risorse disponibili», che sono quelle a valere sul Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane e saranno definite con apposito decreto ministeriale. Ci sarà poi da individuare, all’interno dei 3.715 Comuni, un elenco ristretto di quelli considerati più fragili che potranno godere di crediti d’imposta ed esoneri contributivi. Sarà dunque con questi provvedimenti che si passerà alle vere scelte politiche. Una su tutte: lo Stato sosterrà i Comuni effettivamente più in difficoltà o punterà su territori che pur essendo fragili dimostrano, per usare i termini del tanto decantato marketing territoriale, un più alto grado di attrattività?
Restano infine delle semplici domande, un dubbio e qualche certezza. Una classificazione operata applicando parametri uguali su tutto il territorio nazionale, come se non ci fossero differenze sociali, economiche e di contesto, serve davvero a risollevare le comunità di montagna che ne hanno più bisogno? E servirà a fermare quello spopolamento che in altri documenti ufficiali del governo viene rappresentato come un declino talmente irreversibile da essere accompagnato da una sorta di eutanasia istituzionale? Il dubbio è che la classificazione alimenti ulteriori divisioni e campanilismi, nonché pressioni politiche per strappare più risorse, magari a danno di chi sta peggio. La certezza è che la montagna non può esistere senza servizi, infrastrutture, diritti. Ospedali, scuole, strade. E non può essere trattata come una grande riserva da recintare e tutelare solo a beneficio di chi la guarda da lontano, al sicuro da tutti i problemi che oggi comporta scegliere di viverci. O essere costretti a farlo.
Fonte: Gazzetta del Sud
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