Martedì, 13 Febbraio 2018 00:03

Schegge di memoria, il cacio di Spadola e le nuove forme di comunità

Scritto da Vito Teti
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«Una volta si aspettava la fine del gioco del cacio per poter fare le braciole e le polpette a Carnevale». Così racconta un amico davanti a un bar di Spadola (alle porte di Serra San Bruno) e lungo la ex statale 110 animato da giovani, passanti, persone che si preparano per il gioco del cacio. Il formaggio, pecorino e vaccino, adesso abbonda ma il rito continua. Fa un freddo gelido di montagna, e il tempo è cupo e incerto se fare scendere dal cielo pioggia, grandine o neve. I lanciatori delle forme di cacio a Spadola sembrano indifferenti al freddo, alle macchine che sfrecciano con gli autisti che sterzano all’ultimo istante per evitare di prendere la forma di cacio che rotola nell’asfalto della strada che da Spadola porta alla vicina, quasi confinante, Simbario. Sono concentrati a sistemare la corda o la fettuccia con cui viene legata la forma del formaggio per farlo rotolare per terra il più lontano possibile. Il metodo tradizionale del luogo era quello del filo, la cordella, che una volta arrotolato ti consentiva di tenere la forma di cacio nel palmo della mano girato in alto e di lanciare facendo forza sull’avambraccio. Il metodo introdotto consente di arrotolare una fettuccia di stoffa e di stringere la forma di formaggio con il palmo della mano tenuta in basso e di lanciare, lontano, lontano, facendo forza sul braccio. I più rigidi custodi della tradizione adoperano il filo, ma ammettono che, dopo l’introduzione della fettuccia, su suggerimento di un loro amico di un altro paese dove si pratica il gioco, anche i più giovani si sono riavvicinati a una tradizione che stava morendo. Adesso sono in tanti a giocare.

Domenica mattina le due squadre che si sfidano e si divertono. Sono composte da sei persone (di solito sono in quattro per gruppo). Si fa la staffetta. E ognuno, nel tratto di strada che collega i due paesi, percorsa all’andata e al ritorno, effettua il lancio dal punto in cui il compagno di staffetta è riuscito a fare arrivare il cacio. Quando la forma di formaggio si spezza, se ne adopera un’altra ottenuta col legno. Vince la squadra che arriva per prima al traguardo stabilito. I dettagli di questo gioco attestato in varie parti della Calabria e d’Italia (Messina, Lucca, Parma) cambiano da zona a zona. Il gioco è molto antico e, senza avventurarsi in datazioni sempre opinabili, è senz’altro un gioco pastorale del periodo di Carnevale, prima della fine dell’inverno. Ci sono i bravi e ci sono quelli meno bravi, ci sono anche quelli scarsi. Alla fine una bevuta al bar e chi vince si tiene il formaggio. C’è chi tifa, c’è chi consiglia, chi si lamenta, chi impreca, chi urla alla fortuna, al culo dell’altro, chi stringe la mano a chi ha lanciato il cacio molto lontano. Il bar vicino è pieno di giovani che bevono qualcosa davanti al banco o seduti al tavolo. A fianco una sala gioco scommesse e di computer con ragazzi che entrano ed escono. Quattro giovani ragazzi di colore, che vivono nel vicino centro di accoglienza della Lacina, camminano e parlano tra loro. Dall’alto di un palazzo incompiuto, in una strada di case non finite, con vicino un grande supermercato, due forni a legna, delle trattorie e dei ristoranti, un cane sembra sfidare il freddo e l’altezza per guardare lo spettacolo. Da lì sopra si vede senz’altro l’abbraccio dei tre paesi vicini, come ricorda il detto «Spatula, Brognaturu e Zìmbariu – Catte ’nu pogghiareju e li ’mpittau», modo di dire ripetuto dagli abitanti delle Serre ancora oggi, per indicare sia la «piccolezza», il carattere «minuto» dei tre paesi (Spadola, Brognaturo e Simbario), sia la loro vicinanza, per cui sarebbe bastato il crollo di un pagliaio per schiacciarli tutti e tre insieme. In passato la contiguità territoriale e abitativa dei tre paesi facilitava scambi e rapporti di vario genere, ma ha dato origine anche a contrasti, rivalità e ostilità attestati dalla tradizione orale e dalla memoria popolare. L’antagonismo trovava una sua conferma e rappresentazione nel corso delle visite ai Sepolcri che le confraternite e gli abitanti delle tre comunità si scambiavano in passato la sera del Giovedì e oggi la mattina del Venerdì Santo. Nel corso delle visite che gli abitanti di ogni paese facevano alle chiese degli altri due si verificavano incontri che davano origine a sfottò e ad ironie. Ma questa ritualità ribadiva anche i legami e la vicinanza tra di essi. Il rito si snoda lungo una linea di lontananza-vicinanza, separazione-unità.

Il mio amico Graziano è andato a Brognaturo a riempire le bottiglie di plastica di acqua gelida e salutare che scorre da una fontana che non è inquinata o avvelenata. In questi paesi, che navigano sulle acque, nelle case l’acqua arriva trattata e spesso inquinata. Ci sono per fortuna numerose fontane, quelle che da giovane mi accoglievano dopo una bevuta o dopo una corsa nella notte. Mentre aspetto Graziano, amici e conoscenti di Spadola mi raccontano del loro paese, di questo gioco, dei giovani che partono e non vorrebbero partire.

Mi viene in mente la storia della scomunica, che per secoli è rimasta sulla testa e nella memoria degli abitanti di Spadola. All’origine dei paesi c’è spesso una benedizione e la causa della loro fine o crisi spesso è ricondotta a una maledizione. Si narra, tra storia e leggenda, che nel 1122, Callisto II – nel periodo normanno segnato da aspri scontri – dopo aver visitato la Certosa di Santo Stefano del Bosco, durante il viaggio di ritorno, si sarebbe fermato per ristorarsi a una fonte nei pressi di Spadola, allora piccolo villaggio poco distante dall’attuale Serra San Bruno. Gli abitanti del paese, saputo che quel forestiero che sostava alla fonte era il papa, si recarono in massa per rendergli omaggio e ricevere la benedizione, dopo avergli baciato devotamente il piede. Callisto II dovette togliersi una delle sue pianelle di colore dorato e la poggiò in un angolo della carrozza, ma qualcuno, credendola d’oro, gliela rubò. E così il papa, infuriato, avrebbe pronunciato la terribile maledizione.

Su quel viaggio non si è mai smesso di fantasticare ed esso appare come una sorta di grande mito di fondazione e di costruzione di appartenenza. La maledizione o la scomunica lanciate in un tempo mitico e leggendario permangono, non si cancellano facilmente nella memoria popolare, ma restano come qualcosa che continua ad agire nella vita delle comunità. Il 5 ottobre del 1984 Giovanni Paolo II, in visita alla Certosa di Serra fondata da Bruno di Colonia, si vede presentare da una delegazione della cittadinanza di Spadola una pianella come riparazione per quella rubata al suo predecessore. Il pontefice, sorpreso, la benedice. Alcuni professionisti, con l’intento di far togliere l’antica maledizione al loro paese, innalzano, tra la folla, uno striscione con la scritta: «Spadola ciò che tolse a Callisto II lo restituisce a Giovanni Paolo II». C’è chi giura che da allora il paese ha cominciato ad espandersi e ad avere sempre più abitanti. Fatto è che, anche chi non crede nelle maledizioni e nelle scomuniche, Spadola con meno di mille abitanti, diversamente da altri paesi, presenta sorprendenti segni di vitalità e di iniziative in campo agricolo, artigianale, commerciale.

Il caffè al bar è di rito e di obbligo. Le persone mi guardano come per dirmi cosa penso di quello che ho visto. Ringrazio. La gara è finita. Vincitori e vinti sorridono e si sfottono e si danno appuntamento per pomeriggio o per Martedì Grasso, quando con un banchetto collettivo si chiude Carnevale, durante il quale viene rinnovato e reinventato questo rito. Qualcuno potrebbe immaginare che ci attardiamo su schegge, tracce, residui di un passato che è morto, ma qui è difficile distinguere antico da nuovo, tradizione da modernità. Non amo i termini post-modernità e post-tradizione: mi sembrano tendenziosi e frutto di una pigrizia culturale e intellettuale che non riesce a raccontare le novità e le complessità del presente. Non amo, anche quando lo adopero, il termine «neo-folklore» e tanto meno post-folklore: mi sembrano formule magiche per ridurre ancora una volta a colore e a pittoresco quanto di nuovo avviene nei nostri paesi. La mattina del Carnevale mi sono divertito osservando un gioco e un rito che appassionava e commuoveva i suoi protagonisti. E guardando i loro volti, le loro mani, la loro abilità nel sistemare il filo o la fettuccia o nel fare il lancio, e poi i loro passi e le loro corse dietro la forma di formaggio, i loro entusiasmi ho pensato che forse queste schegge di memoria e di vita contribuiscono a inventare una nuova idea di stare assieme nei paesi che hanno conosciuto gravi processi di disgregazione. Le forme di cacio che rotolano e corrono nell’asfalto parlano di nuove forme di inquietudine e ricerca di senso in comunità per lungo tempo abbandonate a se stesse e dove, però, la gente ancora resiste.

Non sappiamo cosa avverrà domani. Il cacio in qualche dialetto del luogo si chiama caso. Quanto accadrà domani dipenderà forse dalle nostre azioni e dai nostri progetti. Forse anche dal gioco della storia e della vita, dal caso. Il cacio, il caso, non fa mai il tragitto che hai immaginato e si ferma nel punto che non hai previsto e immaginato. È bene non dimenticarlo quando ci sentiamo onnipotenti e padroni del nostro destino. Non certo per rinunciare all’azione o per non doverci sentire responsabili, ma per accogliere tutto con maggiore leggerezza e anche con rispetto e riguardo del caso.

Vito Teti

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