Domenica, 14 Aprile 2019 14:32

Serra dà l'addio a Giuseppe Jellamo, artista d'altri tempi

Scritto da Bruno Greco
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Foto di Salvatore Costa Foto di Salvatore Costa

Serra San Bruno, si sa, è patria di artisti fin dalla sua nascita e questa propensione ad essere “mamma” di personaggi con doti eccelse per le arti figurative è stata una sorta di calamita anche per persone che qui non sono nate ma per le quali la cittadina della Certosa ha rappresentato la propria casa. Oggi la comunità si è riunita, nella chiesa di Maria SS. Assunta di Terravecchia, per dare l’ultimo saluto a Giuseppe Jellamo (deceduto ieri all’età di 91 anni) il pennello più “potente” che i serresi abbiano mai conosciuto per la tecnica che imprimeva sulle tele, permettendo al colore di emergere in rilievo alla maniera degli artisti del post-impressionismo che, “rei” della loro rivoluzionaria cultura anti-accademica, facevano affiorare i sentimenti più profondi dell’inconscio come nessuno mai era riuscito a fare. Se solo le mura, gli angoli, le chiese e gli scorci di Serra potessero raccontare il loro approccio con l’artista, sicuramente parlerebbero di un rapporto tormentato, perché soltanto Giuseppe Jellamo ha avuto la capacità negli anni di scavare finanche nella psiche delle cose inanimate. Ogni cosa di Serra è stata raccontata sulle sue tele da più punti di vista, un modo anche per comprendere che un solo sguardo non può raccontare i fatti nella sua interezza… cosa fondamentale anche nel coltivare i rapporti umani.

Giuseppe Jellamo era originario di Gerace e già all’età di 8 anni aveva avuto il suo primo approccio con i colori, dato che, incuriosito dall’attività del padre tintore di stoffe, aveva deciso che quello sarebbe stato il suo mondo. E proprio ad 8 anni su una stoffa compose l’immagine di un cane, momento in cui negli occhi sognanti del bambino si poteva intravedere già il futuro artista. Dato il suo ottimo rapporto con la chimica, dopo gli studi da liceale Jellamo ha conseguito la laurea in Farmacia. E proprio in qualità di farmacista arriva nel 1951 a Serra San Bruno per lavorare nella farmacia “Caparrotta” di proprietà del suocero. Quella farmacia che negli anni è diventato il suo atelier. Luogo di attività artistica, di incontri e soprattutto di confronto anche sul piano intellettuale. «Il nonno – ha raccontato una delle nipoti, Martina Caridi – soprattutto dopo aver finito la sua attività nel 1988, ha trasformato quel posto in un punto di ritrovo dove si discuteva di tutto e in cui poteva mostrare a tutti come nasceva la propria arte. Il confronto con le persone per lui era fondamentale, non solo dal punto di vista artistico ma soprattutto umano, per questo il suo atelier poteva definirsi quasi un circolo a causa del “vai e vieni” di persone che in quel posto avevano trovato un luogo di incontro». E rispetto alla sua passione per l’arte, tanto si può capire dalla sua tecnica soprattutto se si comprende che i suoi studi artistici lo hanno condotto ad adorare Marc Chagall, che nelle proprie opere prediligeva l’aspetto onirico piuttosto che meramente denotativo. Proprio come lui ha sempre espresso l’aspetto psicologico e profondo delle cose, anche se non era per nulla estraneo alla tecnica classica, che nella vita gli ha permesso di coltivare un breve periodo come scultore.

Serra oggi deve a Jellamo un’immagine diversa e più profonda di sé grazie al contributo di questo artista, che con la sua personale tecnica, fatta di intense pennellate, graffi praticati con la punta del manico del pennello e spatole, è riuscito ad entrare nel subconscio di un paese quanto di un’intera comunità.

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