Venerdì, 12 Aprile 2019 17:49

Un «errore fatale». E il boss Mancuso (secondo i pentiti) ordinò di sparare al nipote

Scritto da Redazione
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  • Dall’operazione portata a termine stamattina dalle Squadre mobili di Vibo Valentia e Catanzaro emergono i contrasti interni al casato di ‘ndrangheta di Limbadi. Una frattura che secondo il pentito Emanuele Mancuso «si è composta dopo la scarcerazione di Luigi», capo indiscusso del clan

Sedici anni. Tanto è trascorso dall’agguato che, il 9 luglio 2003, costò la vita a Raffaele Fiamingo, all’epoca 43enne, pluripregiudicato di Zungri. Un delitto di ‘ndrangheta rimasto impunito per tutto questo tempo, sul quale però avrebbero fatto luce gli agenti delle Squadre mobili di Vibo Valentia e Catanzaro che, sotto il coordinamento della Dda del capoluogo guidata dal procuratore capo Nicola Gratteri, hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di quattro persone (una era già in carcere e tre in stato di libertà), ritenute responsabili del tentato omicidio di Francesco Mancuso e dell’omicidio di Fiamingo, detto “il vichingo”. Tra le persone arrestate stamattina, Cosmo Michele Mancuso (detto “Michelina”), 70enne ristretto in regime di 41bis nel carcere di Prato e considerato al vertice del clan e Giuseppe “Peppone” Accorinti, presunto boss 60enne di Zungri. Oltre a loro sono finiti in manette anche Domenico Polito, di 55 anni e Antonio Prenesti, di 53.

Nell’agguato che causò il decesso di Fiamingo, come detto, rimase ferito anche un personaggio di spicco del clan Mancuso di Limbadi: Francesco Mancuso, detto “Ciccio Tabacco”, colpito al torace, all'addome e al braccio sinistro. Fiamingo e Mancuso avevano chiesto il pizzo al gestore di un panificio di Spilinga. Un “errore fatale” (dal nome dell’operazione di oggi) in quanto tra i proprietari dell’attività c’era anche il fratello di Antonio Prenesti, ritenuto braccio destro del boss Cosmo Mancuso. Ricevuta la richiesta estorsiva, i gestori del panificio in quella occasione chiesero a Fiamingo e “Ciccio Tabacco” di tornare dopo un’ora. Giusto il tempo di consentire al gestore del panificio e al fratello di Prenesti di recarsi da Cosmo Michele Mancuso insieme a Polito per chiedere al boss il via libera all’agguato. Proprio l’esponente di spicco del clan di Limbadi avrebbe dato l’ok a sparare contro il nipote. Una volta tornati al panificio, Fiamingo scese dall’auto ed entrò nell’attività, ma si ritrovò davanti due persone che gli spararono contro, lo inseguirono all'esterno e lo finirono in una via vicina. Anche Ciccio Mancuso venne colpito, però riuscì a fuggire in auto e ad andare a casa di una persona dove avrebbe ricevuto le prime cure da un medico.

Determinanti sono stati per l’operazione anche i contributi forniti dai collaboratori di giustizia Emanuele Mancuso - figlio di Pantaleone, alias “L’Ingegnere” - il quale avrebbe raccontato agli inquirenti di aver appreso da suo cugino Domenico “The red” (figlio di Diego Mancuso) che l'ok all'agguato a “Tabacco” era arrivato proprio da “Michelina”. In un’occasione, proprio suo zio Ciccio aveva chiesto ad Emanuele se avesse armi a portata di mano, perché servivano «per quel gran cornuto di “Totò yo-yo” (altro soprannome di Prenesti, ndr)». Emanuele, però, ha risposto che se “Totò” aveva fatto a rientro a Nicotera, significava che «aveva avuto l'autorizzazione dai miei parenti». Sempre a giudizio del neo collaboratore di giustizia, inoltre, “Ciccio Tabacco” «era solito commettere danneggiamenti nei confronti di sodali e soggetti vicini a Cosmo Mancuso e Pantaleone “Vetrinetta”. È l'unico che non va d'accordo con il ceppo degli 11 (ad eccezione della famiglia di Scarpuni con cui ha buoni rapporti)». Nonostante i dissidi interni al potente clan di Limbadi, però, Emanuele racconta che «oggi la situazione si è composta». E questo «dopo la scarcerazione di Luigi», capo indiscusso dell’omonimo clan.

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