Giovedì, 14 Agosto 2025 07:45

Un libro, un autore, una storia/2. Silvano Onda e la chiesa dell’Assunta di Spinetto

Scritto da Tonino Ceravolo*
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Foto per gentile concessione della moglie di Silvano Onda, Fiorella Carchidi Foto per gentile concessione della moglie di Silvano Onda, Fiorella Carchidi

Una biografia poliedrica quella di Silvano Onda, scomparso prematuramente nel 2010 a poco più di sessant’anni. Docente nei licei (anche in quello di Serra e poi al liceo “Benedetti” di Venezia), pittore dai molteplici interessi, scrittore per il teatro e studioso delle arti. Con una carriera cominciata tra le tele, i pennelli e i colori e proseguita anche lungo i sentieri di una riflessione storica e critica sulle opere d’arte del passato e sui loro autori. E pure la sua carriera artistica un chiaro segno di un’intelligenza mobile, inquieta, votata alla sperimentazione: partita da presupposti e scelte di tipo figurativo, a cui era ben presente la lezione novecentesca del surrealismo, sarebbe approdata, in tempi nei quali si poteva considerare un’opzione d’avanguardia, alla computer art negli ambienti di Palazzo Fortuny a Venezia. Ma questa vivacità intellettuale aveva bisogno di indirizzarsi anche per altre vie, come rivelava la passione per il teatro che si sarebbe tradotta in quel Fuocu, quantu patimu, il testo e la sua rappresentazione, che recuperava il lascito poetico di Mastro Bruno Pelaggi per proporlo sotto altra veste, ben intuendo nei componimenti pelaggiani (si pensi a Li scarpi d’Affruonzu o a Li’zzuoccula di Tiresa) e nella figura stessa di Mastro Bruno un significativo potenziale drammaturgico. Di questa poliedricità è importante tener conto anche quando ci accosta all’altro Silvano Onda, lo studioso e non il creativo.

Dipinti a tecnica mista di Silvano Onda

Una chiesa nella storia di Serra

Chiese, eremi e incursioni su personalità del mondo dell’arte costituiscono la cifra riconoscibile dell’attività critica di Silvano Onda, come dimostrano gli studi dedicati alle origini dell’insediamento certosino a Serra (L'eremo di Santa Maria della Torre: arte, forme e modelli di vita dei primi eremiti di San Bruno, Pellegrini, 1992), alla chiesa veneziana di San Francesco della Vigna (La Chiesa di San Francesco della Vigna e il Convento dei frati minori: storia, arte, architettura, edito a Venezia nel 2008) e alla figura poco conosciuta di Francesco Caivano, l’autore della grande tela secentesca Trinità con santi certosini oggi conservata nella chiesa Matrice di Serra San Bruno (La pittura colta di Francesco Caivano, pubblicato nel 1992 nella rivista “Brutium”). In questo medesimo ambito è, ovviamente, da collocare anche La chiesa dell’Assunta di Spinetto nella storia civile e religiosa di Serra S. Bruno, apparso nel 1999 con il marchio editoriale dell’omonima confraternita. Un libro in cui la seconda parte del titolo specifica e chiarisce ciò a cui la prima parte rinvia immediatamente: non semplice indagine intorno a una chiesa, alla sua architettura, alle sue opere d’arte, bensì una ricostruzione nel quadro della storia più ampia del contesto urbano che la ospita. Storia “civile e religiosa” di tale contesto recita, infatti, la seconda parte del titolo, naturalmente ponendo l’attenzione su quegli ineliminabili aspetti che con la vicenda della chiesa si legano e si collegano: la storia del paese tra Sette e Ottocento, il sorgere di Spinetto successivamente al terremoto del febbraio-marzo 1783, le intricate vicende che fecero seguito a questo terremoto con l’edificazione della cosiddetta chiesa “Terza” e della chiesa di Spinetto, i “capitoli” stabiliti da Monsignor Tommasini per riportare la concordia tra il clero spinettese e quello di Terravecchia agli inizi del XIX secolo. Con una consapevolezza a cui Onda approda come risultato della sua ricerca: “[…] Nonostante si sia parlato sempre poco e in modo distratto di questa chiesa, essa rappresenta un importante punto di incontro in ambito serrese delle diverse maestranze artigianali ed artistiche e di quelle singole personalità che hanno lasciato la loro impronta nella cultura figurativa locale. Le registrazioni nei libri dei conti sono una fondamentale testimonianza che segna il cammino religioso della Confraternita, la quale si è sempre adoperata per la valorizzazione della chiesa e questo non può che andare a merito di tutti i priori che fino ad oggi hanno operato per mantenere viva una fra le più significative pagine d’arte e di storia civile e religiosa della nostra cittadina”.

La Madonna dell'Assunta di Spinetto

Artisti, artigiani, mastri al servizio dell’Assunta

E in questa storia emergono personalità, come quella del progettista della chiesa Biagio Pelaggi e del “piperniere” Domenico Drago, forse “non sufficientemente prese in considerazione fino ad ora” come osserva Silvano Onda, “maestri scalpellini che hanno chiuso il ciclo delle grandi costruzioni nel paese con un linguaggio architettonico rinnovato, quello Neoclassico, non ancora indagato a sufficienza nell’ambito della storia dell’arte locale e negli effetti indotti su gran parte dell’architettura presente in paese, tutta in diretto rapporto con la chiesa stessa”. Non soltanto Pelaggi e Drago, ma anche gli altri artefici serresi che contribuirono all’allestimento della chiesa con i loro manufatti di arte sacra depositati al suo interno. Per dire, tra gli altri, di Antonio Scrivo autore del busto di San Giuseppe con il Bambino e della statua di Sant’Anna con la Vergine, di Raffaele Regio che nel 1861 scolpì su incarico di don Luigi Anastasio un San Francesco di Paola in forme “baroccheggianti” (“imponente ed elegante, appare chiuso nel suo saio nero: una impenetrabile corazza, solcata da profonde pieghe scandite dal cromatismo ritmico della luce”), di Venanzio Pisani che nel 1870 dipinse una Maria SS. Assunta in cielo dispiegando nell’opera “tutti i raffinati mezzi dell’arte barocca”. Ed emergono gli artigiani autori degli arredi della chiesa: Davide Calafati autore di due stalli in legno di castagno, Luigi Pelaia intagliatore del pulpito e Alessandro Barillari (detto di “Gargia”) autore degli stalli per il seggio priorale uscente, Salvatore De Raffaele per la cattedra riccamente decorata che è conservata nel coro della chiesa. E poi le anonime e sapienti autrici dei paramenti liturgici, le pianete, i piviali, le tunicelle, le stole, i veli, l’ombrello processionale in seta, con decorazioni a motivi floreali, a tralci ricamati in fili d’oro, a foglie verdi e rosa. Spicca, sopra tutto, la statua della Madonna dell’Assunta, anche al centro di una storia serrese di copie, una nell’Assunta di Terravecchia e l’altra nel Museo diocesano di Rossano, a cui Silvano Onda dedica una consistente scheda catalografica: “è questa l’opera che più ha fatto parlare di sé. La Vergine sembra veramente ascendere al cielo con il volto dolcissimo e pieno d’umiltà. La figura, grande al naturale, ha le vesti e il manto gonfi di vento. Riavvitandosi nel gesto di rapita adorazione, viene spinta verso la luce sino all’Eterno da quattro puttini che le fanno corona ai piedi. La Vergine, aggraziata, è rappresentata appena genuflessa nell’atto di salire al cielo”.

A futura memoria

Due postille, per concludere. La prima. A Silvano Onda, come a Salvatore Dominelli e Antonio Amato, rimarrà per sempre legato un importante frammento della storia di Serra quando, negli anni Settanta del secolo scorso, la Certosa rischiò di chiudere in seguito a una riorganizzazione delle case religiose all’interno dell’ordine certosino e Silvano, con Salvatore e Antonio, cominciò uno sciopero della fame per protestare contro quella chiusura, che poi fu scongiurata. La seconda. Di Silvano è stata di recente rintracciata, tra le carte di Sharo Gambino, una lettera che aveva inviato allo scrittore dalla cella di rigore in cui si trovava durante il servizio militare. In questa lettera (la cui lettura dobbiamo alla gentilezza di Sergio Gambino), tra le altre cose, scrive: “Il tutto può essere degno del peggior assassino che possa esistere, al contrario l’ingresso si apre proprio per chi parla di Amore, di Pace di Libertà, per chi può capire anche lo stesso superiore che lo punisce. Sono già due giorni che mi trovo qua dentro, senza che nessuno mi abbia detto almeno il motivo. Mi dicono semplicemente che sono in attesa di punizione. Lungo è il giorno e lunga anche la notte, i miei pensieri sono flemmi, i miei occhi pur grandi fissi verso il soffitto sfaldato per l’umidità. Ogni piccolo rumore è un terremoto, ogni grido che dall’esterno entra è una paura. Guardo dall’inferriata, il pezzo di cielo che si intravede là c’è la libertà … la mia libertà che stanotte dorme in una cella accanto al ferro della reclusione protetta soltanto da un filo spinato”. Una pagina intensa, con tre parole (amore, pace e libertà) che sembrano quasi un lascito spirituale, a futura memoria.

Alcune tele della Certosa di Silvano Onda

Foto per gentile concessione della moglie di Silvano Onda Fiorella Carchidi

*Storico, antropologo e scrittore, cura per il Vizzarro la rubrica Nuvole

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