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Sharo Gambino (nella foto sotto assieme a Mario La Cava, si ringrazia Franco Gambino per la gentile concessione)
Abbiamo già avuto modo di ricordare, in un precedente articolo sul Vizzarro (che potete leggere qui), l’intenso legame, anche affettivo, che Sharo Gambino intrattenne con Mario La Cava (Bovalino, 1908 – 1988) e come abbia rievocato tale legame nelle pagine di Accadde in Calabria: “Amo Mario La Cava, la sua semplicità, la sua disponibilità all’amicizia, così come amo tutto quel che lui scrive. Sto bene in sua compagnia, le rare volte che le circostanze ci fanno incontrare”. Una vicinanza al grande scrittore di Bovalino non certo sorprendente se si pensa all’aria di famiglia che si respira nelle opere dei due autori, all’identica scelta di campo per una letteratura che faccia della Calabria il suo oggetto privilegiato e che la Calabria racconti alla luce di un robusto realismo. Non per nulla Pasquale Tuscano, nella sua ampia indagine sulla letteratura della regione pubblicata nel 1986 dall’Editrice La Scuola, dopo aver ricordato la prova giovanile di La Cava sulla scia di Teofrasto e di La Bruyère intitolata Caratteri (Le Monnier, 1939 e dopo Einaudi, nei “Gettoni” di Vittorini, 1953), osservava come “l’osservatore pungente dei Caratteri allarga l’orizzonte narrativo, calandosi nella radici della sua terra e tra la sua gente” nei romanzi degli anni Cinquanta del secolo scorso, ampliando ulteriormente il proprio orizzonte su “vicende di ancora più ampio respiro”: “Il suo bisogno di dialogo lo porta all’attenzione allo stato dell’uomo del Sud, alla condizione contadina e operaia, ai fatti pubblici quanto alle vicende paesane e familiari. Così, prova il romanzo vero e proprio secondo la tradizione del più valido realismo meridionale corroborato dalla sua congenita, risentita moralità”. Come non scorgervi una consonanza, uno stesso sentire, con quelle prove di Gambino che da Sole nero a Malifà al Vizzarro, da In fitte schiere a In nome del re schiavo, nella medesima Calabria si immergevano per denunciare, con analoga “risentita moralità”, le condizioni di arretratezza e sofferenza dei ceti subalterni?
San Bruno a teatro (tra le memorie di un Settecento ritrovato)
Adesso del rapporto tra i due scrittori emerge un frammento, una lettera di Mario La Cava ritrovata tra le carte di Gambino per la quale è d’obbligo ringraziare il figlio Sergio se ne siamo venuti a conoscenza. Lettera interessante e curiosa, bisogna dire, anche perché mette in gioco un vecchio reperto bibliografico, in possesso di La Cava, che a Serra potentemente rinvia trattandosi di un’opera teatrale settecentesca dedicata a Bruno di Colonia: “Carissimo Sharo – scrive La Cava da Ardore Marina il 26 agosto del 1982 – tra vecchie carte di famiglia ho rinvenuto due opere di Scipione Careri, di cui una di teatro dal titolo ‘La Santità Nelli Eremi ovvero il S. Bruno Certosino’, stampata in Napoli nel 1748 nella Stamperia De’ Muzi. È preceduta da due sonetti, scritti, ritengo, da poeti di Serra S. Bruno in onore dell’autore. Non è improbabile che tale opera sia stata allora rappresentata in Serra San Bruno; puoi accertartene? L’opera, a mio giudizio, ha i suoi pregi, anche se infarcita di retorica, secondo il costume dei tempi. Si potrebbe rappresentare anche oggi, se la cosa interessasse la locale Amministrazione Comunale e la Certosa. Ti accludo, per ora, la copertina e i due sonetti insieme con un mio libricino. Abbracci carissimi Tuo Mario La Cava”.
Quel che la lettera di La Cava non dice (e ciò che non potrebbe nemmeno dire)
Troppe e tante sono le cose che la lettera lascia aperte, a partire dal fatto che non sappiamo se Gambino abbia risposto (ma, avendolo ben conosciuto, ipotizziamo di sì) e che cosa abbia detto a riscontro delle richieste dell’amico scrittore. Né sappiamo quale sia la seconda opera di Careri rinvenuta da La Cava tra le sue carte di famiglia. Forse quella Vita del glorioso s. Elia detto speliota abate dell'ordine di s. Basilio Magno, pubblicata a Napoli, nella emprenta de' Severini Boezj, nel 1757, che è una delle due sole censite, insieme con il volumetto dedicato a San Bruno, dall’Opac SBN dell’Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle biblioteche italiane? O forse Il divertimento del Sonno, edito a Napoli nel 1748, di cui dà notizia un Indice alfabetico dei libri in lingua italiana esistenti nella pubblica biblioteca di Malta (Valletta, 1857)? E certamente non aiutano le scarne notizie biografiche intorno a Careri (1671-1761), del quale si conosce la nascita a Melicuccà e la professione di farmacista (oltre che di scrittore delle opere sopra richiamate), insieme con la fondazione dell’Accademia di Sant’Antonio che sorse nel centro del reggino coagulando interessi letterari e filosofici. Analogamente, nulla si sa intorno al fatto, oggetto della richiesta di La Cava a Gambino, se il testo teatrale di Careri sia stato rappresentato a Serra nel Settecento o se Gambino, sollecitato dalla lettera dell’amico, abbia provato a sondare l’interesse dell’Amministrazione comunale serrese dell’epoca per una rappresentazione dell’opera. Quanto al suo “libricino”, con cui La Cava chiude la lettera, soltanto una ricerca nella biblioteca di Gambino potrebbe fornire una risposta, ammesso che qualche elemento (una dedica? La coincidenza tra la data della lettera e una data apposta sul foglio di guardia o sul frontespizio del “libricino”?) possa aiutare in tal senso.
Due sonetti (serresi?) e subito dopo le “furie infernali”
In compenso, grazie alla circostanza di aver rintracciato la composizione teatrale di Scipione Careri, è possibile conoscere i due sonetti (scritti da “poeti di Serra S. Bruno”, come ritiene La Cava?) in lode dell’autore “Compositore, e famoso Comico della Opera Sagra di S. Brunone Fundatore della Certosa”. Entrambe prove scolastiche e accademiche, di genere encomiastico, risolte in un verseggiare spesso faticoso. Del primo sonetto è autore Agostino Gioffrè:
Ecco un Proteo novel, bifronte Giano.
Allievo di Esculapio, e di Avicenna,
Sirena del Sebeto, e de la Senna
Col Plettro incanta armonico, e soprano
E SCIPIONE costui, nello Africano
Chè Cartago distrusse; anzi sua Penna
Alza, se i Carmi 'n pubblico ci accenna,
Elogj al Fondator Cartusiano.
La Fama i Socchi suoi, non fu bastante
Co i Coturni lodar; profetizollo
Stella fissa in virtù, non Stella errante.
Se guardi chè sostiene il Mondo in collo,
Del Mondo Letterario, egli è lo Atlante;
Se riguardi i suoi Allori. Egli è lo Apollo.
Il secondo, dovuto a Michele Palacanò, “affezionatissimo servidore”:
L’Altiera Penna tua, famoso Auttore
Di Certosa al Campion scrisse le glorie:
Ed esprimendo al vivo le memorie,
Accrebbe al gran Brunon, dovuto onore:
Concitò l'Estro tuo nobil furore
E in brieve epilogo tante vittorie
L'Ere, l'Epoche antiche anzi le Storie
Ai dotti carmi tuoi diero splendore.
Le Muse tutte del Castalio Regno
Cinser le Tempie tue d'aurea corona:
Perché tu de lo Allor fosti ben degno.
Che un Pindaro tu sei: Fama risuona;
E per virtù del tuo famoso Ingegno.
Tutta melicocco sembra Elicona.
Tali versi come prologo per introdurre l’opera teatrale del Careri su San Bruno, il cui argomento ha per cuore l’inattendibile episodio del “famosissimo Dottore”, quel Raymond Diocrès teologo parigino, che per tre volte si sarebbe alzato post-mortem dal suo catafalco per richiamare il “giusto giudizio di Dio” che lo aveva accusato, giudicato e condannato, inducendo Bruno, impressionato dal terribile spettacolo, a ritirarsi nel deserto per intraprendere la vita monastica. Che poi tra i personaggi dell’opera di Careri ci fossero anche Lucifero, Asmodeo e Astarot, “furie infernali”, era qualcosa che ben si adattava al contesto (come dire?) oltretombale del testo.
*Storico, antropologo e scrittore, cura per il Vizzarro la rubrica Nuvole
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