Sabato, 31 Agosto 2019 15:09

Vent’anni di solitudine

Scritto da Salvatore Albanese
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Bilanci affaticati da crediti impossibili da esigere, pompati con l’ipotetica messa in vendita di immobili comunali per centinaia di migliaia di euro e per i quali chiaramente nessuno avrebbe mai investito neanche un centesimo, ripianati in extremis con l’escamotage dei lotti boschivi destinati al taglio, i rilievi seriali della Corte dei Conti sottovalutati come fossero ammonizioni leggere. I nodi delle gestioni allegre, incaute o inette, di decenni di amministrazioni locali arrivano al pettine qui ed oggi. Il Consiglio comunale di Serra San Bruno batte la ritirata e avvia l’iter per il predissesto: «C’è un disavanzo che ammonta a circa un milione e 800mila euro. Non riusciamo a risanare il Bilancio», ammetterà mestamente il primo cittadino Luigi Tassone nel corso dell’ultima seduta. Via allora alla proposta – prevista dalla procedura di riequilibrio finanziario pluriennale – per l’approvazione di un Piano di rientro che potrebbe protrarsi anche per un ventennio e che, giocoforza, costringerà i cittadini a stringere la cinghia a lungo: i tributi potrebbero schizzare fino al massimo delle aliquote, tagli ai servizi, immobili comunali in vendita (questa volta per davvero), l’accensione di nuovi mutui, il blocco delle assunzioni per un ente in cui molti dipendenti stanno o sono già andati in pensione ed in cui molti comparti risultano fortemente sottodimensionati in termini di personale.

La puzza di bruciato galleggiava nell’aria già da tempo ed è chiaro che il grosso delle responsabilità non spetti a chi ha oggi in mano il timone di un Municipio ai minimi storici, ma l’impressione è che si realizzi un clamoroso autogol quando il primo cittadino, ancora nel corso dell’ultimo Consiglio comunale, esclama: «La situazione economica attuale non va in alcun modo accollata a questa maggioranza». Certo, in situazioni come questa la ricerca spasmodica del colpevole si rivela presto un grossolano esercizio di retorica, ma appare altrettanto scontato che Serra San Bruno dall’inizio degli anni ’90 ad oggi sia stata rimbalzata tra le mani sempre uguali, ostili e opposte fino a pochi mesi fa, di chi il sodalizio che tiene in piedi l’attuale maggioranza amministrativa l’ha favorito, ispirato, per diversi aspetti comandato: per trovare i colpevoli basterebbe allora alzare lo sguardo sulla propria testa. La stessa retorica assurge ai massimi livelli se si considera che il nesso di fondo che aveva portato all’ingresso in maggioranza dei rappresentanti del centrodestra di “In alto volare”, a tutela e conservazione degli eterni rivali del centrosinistra de “La Serra Rinasce”, era dettato dall’impellente necessita di scongiurare il commissariamento dell’ente e tutte le “nefaste” potenziali conseguenze.

Il predissesto, per un Municipio, corrisponde in modo preciso alle fasi che precedono la dichiarazione di fallimento di un’impresa. E quasi mai (speriamo non sia questo il caso) chi si è addentrato nella selva oscura della procedura di riequilibrio finanziario pluriennale ha avuto poi la forza di evitare il default. Al di là dei localismi, si deve riconoscere che la crisi serrese matura in un quadro purtroppo ben più ampio. Questa è l’aria che tira, perché di Comuni colpiti dalla malattia da finanza leggera – lo spiega l’ultima relazione della sezione di controllo sugli enti della Corte dei Conti – ce ne sono quasi in tutte le regioni d’Italia. Il record però spetta chiaramente alla Calabria: 41 dissesti e 54 riequilibri, per un totale di 95 Municipi in crisi ai quali presto si aggiungerà quindi anche Serra San Bruno.

Come se ne esce? I Bilanci è bene che restino materia per economisti, ma sul piano politico-culturale l’aspetto che emerge in maniera più netta è che anche accadimenti “drammatici” come questo non riescono a smuovere l’interesse della comunità neanche di un centimetro. La gente non sa che il proprio Comune ha l’acqua alla gola, e se lo sa o non capisce la portata della cosa o se ne frega altissimamente. Mostra – questo è il paradosso – totale disinteresse rispetto alla propria stessa sorte, rispetto a quella dei propri figli. E che ci sia disinteresse da parte dei cittadini nei confronti di tutto quello che ruota attorno alla politica è ormai un fatto assodato, ma se questo disinteresse resta intatto anche quando ti trovi a vivere la crisi più profonda della storia del tuo Comune, quello che amministra più di ogni altra istituzione la tua quotidianità, allora vuol dire che il momento è davvero buio. Sono forse queste le conseguenze crude e dirette di un microcosmo, quello della politica locale, ridotto a mero esercizio tattico dentro una prospettiva di breve periodo che produce risultati distruttivi tanto sulla fiducia delle persone quanto sulle loro tasche.

Occorre forse allora scardinare il “consenso” da quella dimensione riduzionistica che chiama i cittadini a raccolta in “sezioni di partito” che si biodegradano subito dopo il voto, con il solo intento di impartire qualche rapida indicazione da campagna elettorale in assemblee che nulla hanno di assemblee. Occorre iniziare a trasmettere significati precisi dell’impatto diretto che la gestione amministrativa e l’attività politica ha sulla vita delle persone ed occorre farlo sempre, trecentosessantacinque giorni all’anno. Bisogna evitare che le poche volte che si trova la forza di sollevare istanze sociali queste vadano a spegnersi rimbalzando contro il muro di gomma degli addetti ai lavori. Bisogna tendere alla condivisione di ciò che si propone ancora prima che venga realizzato, perché la capacità di un paese di saper affrontare e di saper evitare le crisi politiche ed economiche passa dal ruolo attivo giocato dalla società. Cosa che mai si è fatta nel lasso di tempo che ha determinato il fallimento per il quale potremo ritrovarci a leccarci le ferite per i prossimi vent’anni.

Per uscire dalla crisi, finanziaria e culturale, dal torpore e dall’apatia, serve uno scatto in avanti da parte della politica. Evitare di insistere in visioni dal fiato corto, che portano ad agire nel breve termine e che mettono al centro la necessità di mantenere delle posizioni di potere piuttosto che di suscitare la partecipazione attiva del cittadino in quanto non soltanto portatore di voti ma anche di idee. Idee che possono aiutare a vedere meglio, a investire meglio, a risparmiare meglio, ad amministrare meglio. Per ritrovare spessore e dignità, la politica si deve alimentare di confronto, includere la comunità, coinvolgere il mondo civile e produttivo per pensare assieme proposte e soluzioni. È difficile che la politica da sola sia in grado di costruire ricette per uscire da una crisi che la politica stessa ha determinato. In altre parole la condivisione di percorsi e decisioni con il volontariato, le associazioni, le imprese, le aziende, il cittadino, le famiglie, rappresenta l’unica strada per uscire dal pantano ed evitare lunghi anni di solitudine.

 

 

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