Stampa questa pagina
Lunedì, 21 Gennaio 2013 20:47

Le Terre che ballano da sole

Scritto da Sergio Gambino - Sergio Pelaia
Letto 1890 volte

mini mormanno“Lu Siettu”. La seduta. In ogni paese, e nel meridione la cosa diventa quasi obbligatoria, c’è un angolo del centro storico eletto dagli anziani indigeni a punto di ritrovo quotidiano. Le facce e i personaggi, in una sorta di equazione che si ripete anche in luoghi molto diversi, sono quasi sempre uguali, e se anche non vi fossero somiglianze somatiche tra i vari personaggi, certamente le assonanze caratteriali, le similitudini antropologiche, aumentano in modo esponenziale. L’impiegato comunale in pensione, l’operaio che ha perso la giornata di lavoro causa maltempo, l’emigrato di ritorno che racconta delle sue avventure e del suo “Klondike”, chi ancora non ha mai lavorato e fa l’opinionista di paese come attività prediletta.

 

Insomma un paese, una micro comunità come tante in Calabria. Lu “siettu” di Mormanno ha una storia. Un muro che costeggia un lato di una chiesa dalla facciata barocca dove gli elementi e i fregi in pietra locale la fanno da padrone. Questo muro era stato preso “di mira” dai commercianti del vicino paese, Laino Borgo, che arrivavano due volte a settimana in quel di Mormanno ad offrire i loro prodotti in cambio di denaro, oppure ancora barattando le proprie mercanzie con altri prodotti dei mormannesi.

Un paese come tanti, si diceva. Quando le regole del mercato erano eque, erano rispettose della persona, delle comunità e dei territori, i due piccoli centri montani arrivarono ad un accordo. Il comune di Laino, per agevolare i propri produttori, comprò quel muretto alto sessanta centimetri, pagandolo con un bosco di sua proprietà, di modo che i Lainesi avessero libero accesso al proprio “spazio commerciale”. Col passare del tempo e con l’affievolirsi dell’economia territoriale e locale, i mercati e gli scambi andavano scemando, preparando in questo modo la strada all’estinzione, poi avvenuta, della quasi totalità di quel tessuto virtuoso di scambi e di produzione che mantenevano in vita sia la terra che la sua popolazione. Il colpo di grazia lo diede quel minuto “ospedale di montagna” che, da buona arma a doppio taglio, offrì un servizio necessario a quei territori impervi ma, dall’altro lato, trasformò ottimi artigiani, allevatori e quant’altro in portantini e uscieri. La storia della Calabria. Quanti non cedettero più al proprio lavoro, alla propria arte ricevuta da generazioni  di lavoro e di esperienze, quanti videro nel posto statale la possibilità di migliorarsi e di lavorare in condizioni di non precarietà, decisero, forti di qualche decina di voti familiari, di farsi assumere nella struttura ospedaliera, decretando la definitiva e quasi assoluta dipartita delle attività artigianali.

Torniamo al “siettu” però. Divenne il centro di un paesino. Uno come tanti altri dicevamo. Ieri era transennato, e il sole, che nella tarda mattinata fino al primo pomeriggio (ore tipiche dei mercati) riscaldava quelle pietre trasformate in una lunga panca, non trovava più i suoi compagni a godere del suo timido calore invernale. Una trincea di tavole e nastro rosso e bianco strappato dal vento che separavano inesorabilmente “lu siettu” dai suoi ospiti, che rimanevano lì in piedi, quasi a disagio, ad ascoltare la zampogna. Tante case sono state trincerate dalle tavole e dal nastro. Tanti luoghi, tante storie, sono stati cancellati e nascosti ai propri abitanti.

Una terra che balla sotto il sole di montagna. Terre che ballano da sole in una danza tragica che smuove, che rompe, che incrina, che uccide, che terrorizza. Un ballo assordante e lunghissimo, durato per qualche decina di secondi. “I più lunghi della mia vita”, dice Francesco, che con la divisa della protezione civile ci accompagna a prendere gli strumenti che di lì a poco riempiranno di suoni della tradizione i viottoli del centro storico. “Pensavamo che non smettesse più: gli scricchiolii delle travi di legno e i solai che ad un certo punto ballavano al ritmo di un danza alla quale non ti puoi permettere di rifiutarti di ballare…le grida di paura di quella gente che oramai se lo aspettava… Da mesi sentiamo decine di scosse al giorno – aggiunge – ci siamo quasi abituati”. Ma alla paura non ci si abitua. Non si può fare l’abitudine all’ansia, all’attesa di un evento che vorresti non accada mai, ma che sai bene che è in agguato, sotto terra, come un gigante sepolto vivo che cerca di uscire dalle viscere della terra nella quale è stato intrappolato, un precipitato dal cielo nelle viscere della terra, come Lucifero, che si trova incastrato tra la pietra calcarea “Pollinare” e si dimena per rivedere la luce.

IL TERREMOTO. 25 ottobre, poco dopo l’una di notte, magnitudo 5. Il Pollino già tremava da due anni, continuerà a tremare anche dopo. A Mormanno 250 abitazioni vengono dichiarate inagibili. Centinaia di persone vengono allontanate dalle loro vite, dalle loro storie. Devono arrangiarsi, chiedere aiuto a parenti e amici, trovarsi un posto dove vivere, da ospiti. Nessun luogo sarà mai più casa per loro, se non potranno tornare a Mormanno. Anche la chiesa, nella piazza del paese, dove c’è “lu siettu”, è inagibile. Niente più messa. Il supermercato di fronte, chiuso. Tutto il centro storico è piegato dal sisma. L’ospedale, purtroppo, non ha dovuto attendere di essere ridimensionato dal piano di rientro. Inagibile, chiuso. Il paese, ricadendo nel Parco nazionale del Pollino, si stava risvegliando. Un centro storico aggrappato alla montagna, a 800 metri di altezza, circondato da cime innevate che abbracciano vallate e paesi avvolti dalla nebbia. Un nugolo di vicoli lastricati in pietra che salgono in alto fino a dare il senso della sospensione. Ogni angolo curato, pulito. La gente di montagna si assomiglia tutta: ospitale e sanguigna, diffidente solo all’apparenza ma poi quasi grata al visitatore per la sua occasionale attenzione. Ogni muro però ha una ferita, un segno del passaggio della calamità. L’ostello della gioventù è vuoto, danneggiato. Dopo il sisma Mormanno si è fermata, e un altro spettro ha cominciato ad aleggiare come la nebbia bassa sulle montagne.

La gente ha cominciato ad andare via per il drammatico bisogno di trovare altrove una casa. Con l’ospedale chiuso, chi ci lavorava viene ovviamente trasferito altrove. Le strade, i bar, le piazze, si svuotano. Gli anziani non hanno più neanche un muro dove ritrovarsi. Lo spopolamento incombe, come su tanti altri meravigliosi paesi dell’entroterra calabrese resi unici ma talvolta anche sfregiati dalla natura. Non una sola persona, delle centinaia rimaste senza una casa, ha avuto finora l’aiuto delle istituzioni pubbliche. “Dicono che i soldi stanno per arrivare - ci spiegano - ma qui noi non abbiamo visto ancora nulla. E poi adesso ci sono le elezioni...”. Intanto, se mai questi finanziamenti arriveranno, la paura è che interessi loschi si incontrino con la malapolitica per spartirsi a tavolino una torta invece destinata a far rinascere un paese. Uno come tanti, ferito e lasciato lì a sanguinare.

Articoli correlati (da tag)