Martedì, 22 Gennaio 2013 13:02

Centocinquant’anni di Serra e San Bruno

Scritto da Francesco Barreca
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mini luigidamiani_www.settedolori.org_dipinto_G.M._PisaniEsattamente centocinquant’anni fa, il 22 gennaio del 1863, in virtù del Regio Decreto numero 1140 il Comune di Serra nella Calabria Ulteriore Seconda assumeva ufficialmente il nome di “Serra San Bruno”. Il Regio Decreto, firmato dal “Re galantuomo” Vittorio Emanuele II, accoglieva e ratificava la deliberazione approvata l’11 novembre 1862 dal consiglio comunale serrese guidato dal sindaco Luigi Damiani. Il cambio di nome era stato sollecitato dal Ministero dell’Interno: in seguito all’Unità d’Italia, infatti, molti comuni si ritrovarono a condividere la medesima denominazione. Per evitare ambiguità, il 30 giugno del 1862 il Ministero suggerì ai comuni che versavano in tale situazione “se non di cangiare affatto la attuale denominazione, farvi almeno qualche aggiunta che desumere si potrebbe dalla speciale situazione topografica secondo che il comune si trova nel monte o nel piano, al mare, o sovra un fiume o un torrente”.

A Serra, tuttavia, si preferì aggiungere un riferimento storico-religioso alla figura di San Bruno, una scelta dal valore altamente simbolico che –salutando il ritorno dei Certosini a Serra, avvenuto solo nel 1857, a cinquant’anni di distanza dal decreto di espulsione firmato da Giuseppe Bonaparte– idealmente “sanava” le fratture createsi tra il paese e la Certosa nel corso del XVIII secolo. Nell’anno 1700, infatti, “l’Università” degli artigiani serresi (circa 180 mastri di diverse professioni) denunciò a Don Felice Lanzina y Ulloa, presidente del Sacro Consiglio di Napoli e Vicegranprotonotario del Regno, le vessazioni alle quali essa veniva continuamente sottoposta dal Padre Priore e dai suoi monaci. “Detti supplicanti –si faceva presente nella denuncia– per buscare un carlino e campare le loro famiglie, girano per tutta la provincia, essendo che la terra della Serra sta situata dentro il centro di una montagna, dove stanno coperti di neve quattro e cinque mesi l’anno senza havere di che vivere, e da detto Padre Priore e i suoi monaci vengono trattati da schiavi non che da vassalli, quando gli corre d’entrata più che trentamila scudi annui”. La Certosa, secondo i denuncianti, esigeva un tributo annuo di 15 carlini da ogni artigiano (la cosiddetta adoa), e pretendeva che essi mantenessero a proprie spese i mulini del monastero e prestassero la loro opera ogni volta ve ne fosse bisogno contro un irrisorio pagamento di massimo un carlino al giorno (nel diritto medievale, tale obbligo imposto dal padrone ai servi era detto angarìa) .

La denuncia avviò una lunga controversia legale che si trascinò fino al 1774, e nel corso della quale furono messi in discussione i titoli feudali vantati dalla Certosa, in primo luogo il Privilegium magnum del 1099, che garantiva al monastero autorità spirituale e temporale, con tutti i privilegi feudali connessi, sui territori donati a San Bruno da Ruggero il Normanno nel 1091 e nel 1093. Si trattava di una situazione giuridica assai complicata, e una prima sentenza arrivò solo nel 1730, quando il Tribunale della Regia Camera di Napoli liberò i serresi dall’angarìa e stabilì una più lieve adoa, lasciando però immutate le altre prerogative –civili, fiscali e giudiziarie– rivendicate dalla Certosa. Contro l’esercizio di queste ultime si levarono, nel 1751, due poveri cittadini serresi, Domenico Giancotti e Santo Timpano, i quali contestarono la legittimità del Privilegium magnum di fronte alla Camera della Sommaria e ottennero, nel 1758, che alla Certosa fossero tolte le “giurisdizioni di seconde Cause civili, militari e miste, assieme coi frutti” grazie ad esse maturati a partire dal giorno della denuncia. In seguito al ricorso presentato dalla Certosa e dai denuncianti, nel 1765 il Tribunale inasprì ulteriormente la sentenza e tolse ai certosini anche la giurisdizione delle prime cause, dichiarando al contempo Serra “città regia”, e pertanto libera da qualsiasi obbligo feudale (anche dall’adoa) nei confronti della Certosa. L’ulteriore ricorso inoltrato da quest’ultima nel 1773 fu rigettato dal Tribunale l’anno successivo, e Serra fu così confermata città sottoposta unicamente all’autorità regia.

Gli anni seguenti, per la Certosa ormai spogliata dei suoi privilegi, furono travagliati. Il terremoto del 1783 che distrusse gli antichi edifici e poi l’espulsione del 1807 allontanarono sempre più i certosini da Serra. Ma un forte e intimo legame rimase a dispetto delle vicissitudini legali, politiche e ambientali. Dopo l’espulsione la popolazione di Serra, su iniziativa dell’arciprete don Bruno Maria Tedeschi, si mise in moto per mettere in salvo, nelle chiese del paese, gli arredi e le reliquie conservate nel monastero ormai abbandonato; nel 1820 il Comune di Serra  ne acquistò i ruderi, in previsione di una riedificazione, venendo così in possesso del busto argenteo di San Bruno e delle reliquie sue e del beato Lanuino. Grazie agli interventi realizzati dal Comune nel 1840 don Stefano Franchet riuscì a ripristinare la Certosa, che però fu nuovamente abbandonata in seguito all’uccisione del monaco Arsenio Compain (1844).

Rimarcando “la grande pena dei serresi” per questi eventi, nel 1852 il sindaco di Serra Vincenzo Scrivo si adoperò affinché da Napoli potessero giungere i fondi per accogliere nuovamente i monaci, e nel 1856, in concomitanza di segni miracolosi in prossimità del monastero, Ferdinando II  ne permise il ritorno. L’anno seguente il Comune riconsegnò le reliquie in suo possesso, dietro stipula di un regolare contratto, suggellando così la ritrovata unità, infine confermata dalla deliberazione del novembre 1862, che legava indissolubilmente il nome di Serra a quello di San Bruno e dei suoi seguaci.

 

in foto: Giuseppe Maria Pisani, ritratto di Luigi Damiani (collezione privata), da www.settedolori.org

Per saperne di più:

Caminada, Basilio Maria, La Certosa di Serra San Bruno. Scritti storici, a cura di Tonino Ceravolo, Vibo Valentia, Monteleone, 2002.

Ceravolo, Tonino, La Certosa calabrese nel XIX secolo: fonti inedite e problemi storiografici, in “Rogerius. Bollettino dell’Istituto della Biblioteca Calabrese”, anno I (1998), n.1, pp.11-24.

Ceravolo, Tonino, Ruggero I d’Altavilla e Bruno di Colonia, in Giuseppe Occhiato (a cura di), Ruggero I e la provincia Melitana, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2001, pp. 63-66.

Colapietra, Raffaele, Vita pubblica e classi politiche del Viceregno napoletano (1656-1734), Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1961.

Mosino, Franco, Variazioni toponomastiche in calabria dopo l’Unità (1862-1864), in “Historica. Rivista bimestrale di cultura”, anno XXX (1977), n. 3, pp. 127-135.

Principe, Ilario, La Certosa di Santo Stefano del bosco a Serra San Bruno. Fonti e documenti per la storia di un territorio calabrese, Chiaravalle C., Frama Sud, 1980.

Teti, Vito, Paesi vecchi, nomi nuovi, inserto domenicale de «il Quotidiano della Calabria», 29 gennaio 2012.

Gazzetta universale, o sieno notizie istoriche, politiche, di scienze, arti, agricoltura ec., vol. III, anno 1776, num. 70 (31 agosto).

Raccolta Ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d'Italia. Anno 1863, vol. VI dal n. 1101 al 1628, Torino, Stamperia Reale, 1864.

 

 

 

 

 

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