Mercoledì, 08 Marzo 2017 16:56

Da Nardodipace a Malifà, le dimore dell’assenza

Scritto da Sergio Pelaia
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Malifà esiste davvero. Me la sono immaginata così tante volte da finire per dimenticarmelo. Esiste e ancora oggi, come 60 anni fa, custodisce la vita e la morte, la partenza e il ritorno. A raccontarmela fu Sharo Gambino, uno che fin lì ci era arrivato a piedi, negli anni ’50, pensando di dover solo insegnare a leggere e scrivere a contadini, massari e boscaioli. Fece molto di più: dall’incontro di quei luoghi con i suoi occhi scuri nacquero Gesuino e l’indimenticabile “Sole nero”.

Ma Malifà, adesso lo so, esisteva già ed esiste ancora.

Oggi capisco che per scoprirla e per raccontarla serve solo lo sguardo di un bambino. Me lo ha ricordato un mio amico fotografo, Salvatore Federico, che con un bellissimo reportage mi ha restituito ciò che negli anni avevo finito per dimenticare, allontanandomi sempre di più da quella realtà magica e cupa che adesso rivedo nelle sue foto.

Malifà esiste e il suo destino non sta certo scritto nel nome. Perché Malifà è Nardodipace e nasce da una tragedia, è figlia di quel “flagello” che nel 1783 devastò gran parte della Calabria centro-meridionale. All’epoca alcuni abitanti di Fabrizia scesero dalle montagne delle Serre per rifugiarsi dal terremoto e diedero vita a un villaggio collinare che sarebbe stato riconosciuto come Comune autonomo solo agli inizi del ‘900. Fu quello il primo distacco, la prima separazione per le popolazioni di quei monti a cui il destino sembra aver riservato nient’altro che partenze e ritorni. A quella seguirono altre fratture, compreso uno sdoppiamento al contrario che vide un’insolita migrazione non verso il mare ma, di nuovo, verso le alture. Accadde nel 1951, quando la natura si mostrò ancora una volta madre feroce per gli abitanti di questi luoghi, che a causa dell’alluvione si spostarono di nuovo tornando oltre i mille metri per stanziarsi nel piano di Ciano, quello che oggi è il nuovo abitato di Nardodipace.

Della storia più recente, e quindi di De Gasperi, della Cassa del Mezzogiorno, dell’emigrazione, dei tetti in eternit, dell’etichetta di paese più povero d’Italia e di tutto il resto si è scritto tanto e non sempre senza pregiudizio. Non tutti però andarono via, un pugno di uomini e donne ancora vive e ama il “vecchio abitato”, la vera Nardodipace, così come le altre frazioni, che restano vive e immobili, tra le valli attraversate dall’Allaro, come a segnare una presenza ostinata ai margini del mondo.

Non è facile per nessuno osservare e raccontare una realtà frammentaria, scomposta e multiforme come Malifà. Solo chi ha il dono della semplicità, dell’empatia, solo chi non deve sforzarsi per vedere il sentimento di un luogo riesce a non farsi ingolosire dalla retorica dell’isolamento, dello spopolamento, dal vittimismo pseudoidentitario, dal compiacimento nella nostalgia. Salvatore ci è riuscito e io, che non sono un critico né un esperto di fotografia, non so spiegarlo diversamente.

Perché sono posti che sarebbe facile descrivere come poveri, arretrati, abbandonati, maledetti. Invece portano nella pancia il peso dell’assenza e la dolcezza del ritorno, sono dimore abbandonate da cui nessuno se ne va mai veramente, se non per coltivare il desiderio di tornarci. Sono i luoghi in cui Salvatore ha ritrovato Gesuino, il “poeta” di Ragonà che ispirò la penna di Sharo e a cui il mio amico, andando oltre, oggi ha fotografato l’anima. Ricordandomi che Malifà esiste, e che io la amo ancora.

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