Venerdì, 28 Giugno 2013 17:33

'Diario d'amore': la serenata in versi del Gambino sconosciuto

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Sharo Gambino non aveva neanche trent'anni quando affrontò per la prima volta le colline che dalla pianura di Sibari salgono verso la Sila greca. Quella Calabria proprio non la conosceva. Un altro mondo. Perfino i castagneti, che si affacciavano sulla parte meridionale del golfo di Taranto, non sembravano gli stessi delle montagne delle Serre, dov'era cresciuto. Già scriveva per il Messaggero e per Momento Sera, faceva il cronista di provincia e girava a piedi tra paesini e campagne in cerca di storie da raccontare. Era curioso e testardo, ma ancora non immaginava che quei luoghi gli avrebbero ispirato qualcosa di raro. 
Non sospettava nemmeno che da lì, con la sua penna ancora acerba, avrebbe dato forma e sostanza alle passioni che stavano per invaderlo. E non pensava certo che lo avrebbe fatto in un modo che non si sarebbe mai ripetuto nel suo lungo cammino umano e letterario.

La cittadina che lo aspettava, San Demetrio Corone, era ed è il più importante centro culturale delle colonie albanesi d’Italia. Un borgo che vanta origini antiche, costruito intorno all’abbazia basiliana di Sant’Adriano, fondata nel X secolo da San Nilo di Rossano. In questo, e solo in questo, Gambino vide un somiglianza con la sua Serra San Bruno, nata all'ombra della certosa. Era il 1954, lo scrittore non aveva ancora incontrato Melina - che sarebbe diventata la donna della sua vita e la madre dei suoi sei figli - ed era alla sua prima esperienza nel mondo della scuola: sarebbe stato, nei quattro anni successivi, il vicerettore del Collegio italo-albanese di Sant'Adriano. Gli raccontarono che in origine quella scuola si chiamava Collegio Corsini perchè era stata fondata a San Benedetto Ullano da Clemente XII (nato Lorenzo Corsini) e che, nel 1794, fu spostata a San Demetrio con lo scopo di preparare il clero alla “conservazione” del rito greco. La realtà del paese arbereshe era quella che vivevano molti piccoli centri dell'entroterra. Una realtà che Gambino non scopriva certo in quel momento: l'arretratezza, la fame, l'alfabetizzazione ancora molto scarsa, l'emarginazione geografica e sociale delle “periferie”, rappresentavano una barriera che ovunque si faceva fatica a demolire. Il Liceo Classico italo-albanese era, in questo contesto, una speranza di riscatto sociale per le generazioni cresciute sulle macerie del secondo conflitto mondiale.

Gambino, com'era nella sua indole, si immerse totalmente nel compito che era stato chiamato ad assolvere. Entrò ben presto a contatto con il tessuto sociale del paese e vi penetrò fino a coglierne le sfumature più nascoste, gli aspetti più marginali. Nell'estate del 1955, però, fece un incontro che lo disorientò e lo travolse. Si innamorò perdutamente di Rosella, una sua coetanea del luogo. Fu come un temporale estivo: una passione improvvisa, fortissima, destinata a svanire in poco tempo. Rosella, che apparteneva ad una famiglia benestante, probabilmente ricambiava il sentimento, ma la storia tra i due venne subito duramente osteggiata dai parenti di lei perchè, evidentemente, quel giovane insegnante venuto dalle Serre non era considerato all'altezza della loro figlia. Così Gambino cercò nella poesia lo strumento per comunicare il suo amore alla ragazza, per dare sfogo ai suoi sentimenti e per tentare di placare il malessere quasi leopardiano che cominciava ad affiorargli dentro. Il prodotto di tanta passione fu “Diario d'amore”, pubblicato nel 1958 dalla Mit di Corigliano e mai ristampato. Una raccolta di poesie che oggi è pressochè introvabile, e che rappresenta a tutti gli effetti l'esordio letterario dell'autore.

Quello di “Diario d'amore” è un Gambino che sarebbe rimasto sconosciuto ai più. In seguito, scrisse pochissime altre poesie, e quando lo fece - “La lunga notte della Calabria”, “Il cane ha la bocca maledetta”, “Il paese” - produsse versi legati più al contesto sociale di cui raccontava che alle sue esperienze personali. E' invece un Gambino intimista quello che viene fuori da questi dodici componimenti, romantico ma disincantato, pessimista ma totalmente immerso in una dimensione quasi onirica in cui il desiderio di raggiungere la donna amata viene sublimato fino a diventare effimero. La sua non è certo una poesia che canta di gesta eroiche: benchè classicheggiante nei toni, la si può accostare al crespuscolarismo del primo Novecento. Non si intravede nemmeno la forte coscienza sociale e politica che lo scrittore svilupperà in seguito, non c'è spazio per i sentimenti ispirati da luoghi e storie che, con gli anni, diverranno parte fondamentale della sua opera. Il suo “Diario” è una lunga, intensa e disperata serenata che quasi divinizza la donna amata, la riveste di una purezza irreale, la spinge insistentemente nella “nebbia del sogno” fino a cadere nel timore che non possa esistere veramente una creatura così perfetta. Un “angel d'amore” che ha il potere di renderlo “immortale, come Glauco”, solo con “il dono di un bacio”. E proprio come il personaggio mitologico, logorato da un continuo invecchiare senza neanche la speranza di trovare il riposo della morte, così lo scrittore rincorre costantemente l'oggetto della sua passione rimanendo cosciente di quanto sia per lui sempre più irraggiungibile. “Il futuro non conta, ha solo importanza quest'oggi radioso”, scrive, quasi nascondendo a se stesso il dubbio che lo assilla, evitando il contatto con la quotidianità tanto lontana dall'amore sognato e mai consumato. La sua Rosella è una donna sensibile, pudica, dolce, intrisa di fede e di candore, la cui anima è così idealmente vicina allo scrittore da far perdere ogni importanza alla distanza reale dei corpi. “E se mancano i baci, che importa?/ E' più dolce, più bello/ spartir con l'amato il dolore/ ed insieme sperar nel domani”. La speranza però verrà presto soffocata dalla realtà, la distanza si farà tale che nei versi comparirà il dubbio, l'inganno, il dolore che non può trovare sollievo: “io non credo che esisti:/ sogno d'un sogno,/ del mio fecondo immaginar sei frutto”.

Nel 1958, anno di pubblicazione del “Diario”, Gambino andò via da San Demetrio. Di lì a qualche mese sarebbe arrivato a Cassari, frazione di Nardodipace, come inviato dell'Unione nazionale per la lotta all'analfabetismo. Questa esperienza lo avrebbe portato a scrivere il suo primo romanzo, “Sole nero a Malifà”, un piccolo capolavoro neorealista che condusse Gambino per le stesse strade che prima di lui avevano percorso Alvaro, Seminara, Strati. Quando, nel 1965, lo scrittore tornò a San Demetrio, incontrò fugacemente Rosella, che nel frattempo aveva sposato un politico in carriera. Neanche Gambino era più il 29enne innamorato e malinconico che aveva scritto quei versi per lei: “Sole nero” era già stato pubblicato e adesso stava lavorando giorno e notte alla prima edizione di “La mafia in Calabria”, il primo libro ad occuparsi in maniera organica e documentata del fenomeno 'ndrangheta. Di lì a poco il “barone” della mala sidernese, don Antonio Macrì, avrebbe bussato alla sua porta per chiedere conto delle rivelazioni scottanti che Gambino aveva pubblicato. Gli amori giovanili avevano lasciato spazio al racconto della cruda realtà calabrese, ma il “cantore delle piccole cose”, anche se con modi e registri diversi, continuò comunque per tutta la vita a narrare alla luna “la storia del suo dolore”.

(articolo pubblicato sul numero 105 del Corriere della Calabria)

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