Giovedì, 30 Maggio 2013 17:59

Donne, ma anche uomini: la Calabria vale

Scritto da Francesco Villari
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mini foto_di_Andrea_CannizzaroLa tragedia mediatica successiva alla cronaca che riporta l’ennesimo caso di violenza in Italia mi ha profondamente colpito. Quando ho letto del clamore post assassinio di Fabiana Luzzi il mio corpo si è contratto perché non si è mai abituati ad un certo tipo di sorprese. Sono calabrese, esattamente di Bagnara Calabra. E so meglio di molti altri quanto vale agli occhi dell’italiano nell’era di SB la mia regione: zero.

“Non generalizzate”, dico ai tanti  conoscenti sparsi per lo stivale che mi accusano di non fare niente per la mia terra.  “Non generalizzate e cercate semplicemente la verità”. In Calabria, per i ragazzi e per le ragazze che la vivono, sembrerebbe non esserci scelta. Non puoi scegliere facilmente una scuola da frequentare perché spesso è lontana dal tuo paese ed i collegamenti e la viabilità ti costringono ad enormi sacrifici in termini di tempo e denaro. Non puoi scegliere i fratelli perché il Signore è sì il tuo pastore ma di questi tempi lo vedo affaticato a forza di star dietro a tutte queste pecorelle. Non puoi scegliere di fare cose “da grande” perché non crescerai mai se passi il tempo a pensare che non crescerai mai. È così da sempre. E chi conosce bene la realtà sociale calabrese non può che stupirsi, che scandalizzarsi. O peggio ancora accusarmi di non fare niente per la mia terra. Ho 34 anni e ho frequentato le scuola superiore dal 1992 al 1997, in provincia di Reggio Calabria. Ebbene io ho visto ragazzine svogliate costringere i genitori a sostenere i costi per gli studi. E nonostante le speranze e gli enormi sforzi delle famiglie per farle studiare secondo propensione abbiamo per le nostre strade tante belle “giovani” (che in Calabria sono una sorta di mostro mitologico metà pie donne, metà animali domestici) che hanno scelto di fare le veline. C’è già un futuro per loro. E, se tutto va bene, faranno come la Gregoraci e sposeranno un Briatore che comprerà tante case per il papà, per la mamma e per i fratelli che avevano cercato di lavorare per permetter loro di coprire le spese per gli studi mentre lei, convinta, inseguiva il “sogno italiano”.   

Per molti calabresi, i calabresi sono oggetti che possono usare a loro piacimento. E quando qualche impavido eroe, o qualche degna eroina, decide di ribellarsi partono le minacce, l’emarginazione, le teste di capra e gli altri avvertimenti. È così. Lo so perché l’ho visto. Lo so perché tra quei ragazzini ci sono nato e cresciuto. E la situazione è addirittura peggiorata negli ultimi anni, perché i tagli nazionali alla cultura hanno contribuito all’imbarbarimento di coloro i quali a vivere di cultura ci tenevano. Allora alla parola “cultura” si è aggiunto l’aggettivo “televisiva”. “U rissi ‘a televisioni”, come si dice da queste parti. Cioè affidarsi ad un’arma di distrazione vestita da amica, alla moda, capace di camuffare uomini e donne (Dio mi perdoni per questo involontario dazio da pagare alla lingua che fu di Cecco Angiolieri) sotto una mano di fard ed un tratto di eyeliner. E gli adulti, quelli che dovrebbero essere la guida, si sentono in diritto di approfittarne. Perché in fondo quei ragazzi sono cosa loro, corpi senza diritti a loro completa disposizione. Chi si stupisce, oggi, di quanto succede sulle pagine dei quotidiani e sui media in larghissima parte, non conosce l’Italia. E non conosce la Calabria. Quando frequentavo l’ultimo anno dell’istituto Tecnico Commerciale per Ragionieri Programmatori, io stesso avevo chiesto aiuto alla mia famiglia perché non avevo più voglia di continuare gli studi e volevo solo sposare Ambra. Ebbene, la mia famiglia ha pensato bene di investire sul proprio figlio affinché potesse essere non solo il loro, ma quello di una Calabria che merita di essere considerata rispettabile e di scoprirsi orgogliosa dei propri figli.

Questa è la Calabria. Questa è la condizione dello stato sociale dei calabresi. Nessuno stupore, dunque, ma solo tanto orgoglio che nessuna nefandezza di circostanza e nessuna macchina del fango potrà mai arginare. 

Francesco Villari

(foto di Andrea Cannizzaro)

di seguito l'articolo di Domenico Naso pubblicato il 27 maggio 2013 su ilfattoquotidiano.it

 Calabria, la donna non vale nulla

La tragedia di Corigliano Calabro non mi ha colpito per nulla. Quando ho sentito la notizia, non ho mosso un muscolo, non ho mostrato segni di sorpresa. Sono calabrese, esattamente della piana di Gioia Tauro. E so meglio di molti altri quanto vale la donna nella mia regione: zero.

“Non generalizzare”, mi dicono alcuni corregionali orgogliosi che mi accusano di sputare sulla mia terra. Non generalizzo affatto, ma dico semplicemente la verità. In Calabria, la maggioranza delle ragazze non ha scelta, in nessun campo. Non può scegliere la scuola superiore da frequentare (quando le è permesso frequentarla), non può scegliere il fidanzato (soprattutto se ha la sfortuna di avere fratelli), non può scegliere cosa fare da grande (lo farà per lei il futuro marito, che lei non sceglierà). È così, da sempre.

E chi conosce bene la realtà sociale calabrese non può stupirsi, né scandalizzarsi o peggio ancora accusarmi di sputare sulla mia terra. Ho 33 anni, e ho frequentato la scuola superiore dal 1993 al 1998, in provincia di Reggio Calabria. Ebbene, io ho visto ragazzine costrette a ritirarsi da scuolanonostante voti ottimi e menti brillanti, semplicemente perché la “famiglia” (che in Calabria è una sorta di mostro mitologico metà pranzi luculliani, metà aguzzino) aveva scelto per lei. C’era già un fidanzato pronto per lei. O, quando andava bene, semplicemente serviva una mano in più in casa, perché il papà e i fratelli che tornavano stanchi da lavoro volevano il piatto caldo o le camicie stirate.

Per molti ragazzini calabresi, le donne sono oggetti che possono usare a loro piacimento. E quando qualche impavida eroina decide di ribellarsi e dire no, può partire il ceffone, il pugno, il calcio. È così. Lo so perché l’ho visto, lo so perché tra quei ragazzini sono nato e cresciuto. E la situazione è addirittura peggiorata negli ultimi anni, perché alcune ragazzine si sono emancipate e osano truccarsi e vestirsi come vogliono.

Allora, alla parola oggetto si è aggiunto l’aggettivo “sessuale”. Sono “facce toste”, come si dice da quelle parti. Cioè poco di buono, solo perché vestono alla moda o tentano di camuffare l’acerba gioventù sotto una mano di fard e un tratto di eyeliner. E i ragazzini si sentono in diritto di approfittarne. Perché in fondo quelle ragazze sono cosa loro, corpi senza diritti a loro completa disposizione.

Chi si stupisce, oggi, di quanto è successo a Corigliano alla giovane Fabiana Luzzi, non conosce la Calabria. E non conosce le famiglie calabresi. Quando frequentavo l’ultimo anno di liceo, una mia compagna di classe aveva chiesto aiuto alla famiglia perché un signore stimatissimo e rispettato in paese le aveva messo le mani addosso. Ebbene, la famiglia ha pensato bene di riempire di botte la ragazza, accusandola di mentire e di voler screditare una così rispettabile persona.

Questa è la Calabria. Questa è la condizione delle donne calabresi. Nessuno stupore, dunque. Ma solo una rassegnazione impotente che nessun discorso di circostanza potrà mai attenuare.

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