Il Vizzarro.it - quotidiano online
Direttore responsabile: Bruno Greco
Redazione: Salvatore Albanese, Alessandro De Padova
Reg. n. 4/2012 Tribunale VV
SERRA SAN BRUNO – A 19 anni credi che nulla possa intaccare la tua felicità. Ti senti quasi onnipotente. Sai di avere tutta una vita davanti, e quindi ti godi a pieno la dolcezza di quell’età. E’ giusto che sia così. E Filippo Ceravolo era così. Stava vivendo la sua giovinezza in un angolo di Calabria in cui nascere, purtroppo, è una sfortuna. Si divideva tra il lavoro, che lo portava in ogni angolo della regione a vendere dolciumi insieme al padre, e la fidanzata. Probabilmente proprio da lei stava andando giovedì sera. Era tranquillo, come al solito, perché a 19 anni non pensi di rischiare la vita se chiedi in prestito l’auto ad un conoscente. Ed è giusto che sia così. Invece a Soriano, nell’Alto Mesima, nelle Serre, non è così. Si muore a 19 anni, assassinati, senza nessuna colpa. Filippo è stato scambiato per un altro, e gli hanno sparato a pallettoni, alla testa. L’auto su cui viaggiava è intestata a Danilo Tassone. Pare che gliel’avesse prestata il fratello di Danilo, Domenico, 27 anni. Ancora non è chiaro se Domenico fosse insieme a Filippo al momento dell’agguato, se gli avesse dato un passaggio o se gli avesse solo prestato la macchina, fatto sta che Filippo è stato trovato sul ciglio della strada 15 anni dopo l’omicidio Macrì, che passò alle cronache – furono ferite gravemente altre due persone – come la “strage di Soriano”, un altro ragazzo innocente ammazzato. Anche se il movente e le vittime, in alcuni casi, non c’entrano nulla con questi ambienti, sempre di ‘ndrangheta si tratta, e sempre per mano della ‘ndrangheta si muore. In questo territorio ce ne sono stati molti, di innocenti uccisi. Per motivi a volte futili, per un cavallo, o per l’amore di una ragazza “sbagliata”. Ma la giusta indignazione del momento non cambia le cose. Negli anni, i morti vengono ricordati solo dalle famiglie, ma la tanto invocata “società civile”, la “maggioranza silenziosa”, da queste parti non ha mai fatto rumore. Non si è mai schierata, anzi forse non è mai esistita. Perché le persone che, nella vita di tutti i giorni, parlano della ‘ndrangheta semplicemente perché la vedono, che denunciano, che non si girano dall’altra parte, che non rimangono neutrali spettatori di questa mattanza, sono sempre di meno. Sono una sparuta minoranza, isolata e guardata con sospetto. Si preferisce non scendere in piazza, non parlare, non sentire e non vedere. Perché è più comodo. “Fin quando si ammazzano tra di loro…” è una frase che si sente dire spesso dalle “persone perbene”, che avallano la mentalità della faida come se fosse inesorabile, e poi si indignano eccezionalmente quando cade un innocente. Anche quando viene ucciso uno ‘ndranghetista ci sono delle vittime innocenti, e se non si insorge anche di fronte a quelle vittime, se non si contrasta quotidianamente il modo di pensare e di vivere di chi la vita la toglie agli altri per mestiere, se si lascia passare tutto, succede che la ‘ndrangheta si sente onnipotente e inattaccabile, e in questo meccanismo infernale ci perdono la vita gli innocenti. Questo può insegnarci una storia come quella di Filippo. Un sacrificio tremendo, insopportabile, che spetta a tutti noi non rendere vano.
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