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Domenica, 28 Luglio 2013 11:52

Piana colonizzata: a San Ferdinando il 'terzo inceneritore'

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WP 20130502_001_2La paura è tanta nella Piana. Ma è anche direttamente proporzionale alla mancata informazione. Dell'impianto a pirolisi in via di realizzazione nella seconda zona industriale di San Ferdinando, infatti, la gente sa poco o nulla, e quel poco che sa basta ad alimentare il sospetto che stia per essere attivato un terzo impianto che potrebbe pregiudicare l'ambiente e la salute degli stessi cittadini. Per alcuni esponenti politici, appartenenti a schieramenti diversi e in qualche caso opposti, si tratterebbe in sostanza di un «terzo inceneritore».

Ne è convinto, per esempio, Giuseppe Longo, consigliere provinciale del Prc, ed è del suo stesso avviso anche Aurelio Chizzoniti (presidente della commissione Vigilanza in consiglio regionale), così come una dozzina di parlamentari del Movimento 5 stelle che hanno presentato un'interrogazione a risposta scritta al ministro dell'Ambiente. Tra i contrari c'è anche Renato Bellofiore, sindaco di Gioia Tauro, che sulla pirolisi si è duramente scontrato con Confindustria. Gli industriali reggini lo hanno accusato di volersi accreditare come «sindaco barricadero», un appellativo che di certo non può essere cucito addosso al suo omologo di San Ferdinando, che sull'impianto sta mantenendo un profilo decisamente basso. Talmente basso che, dopo la richiesta di accesso agli atti presentata dagli attivisti del presidio “San Ferdinando in movimento”, il Comune ha risposto, il 27 giugno scorso, che «in riferimento alla pratica in oggetto non risulta presente nessuna documentazione inerente il progetto per la valutazione di impatto ambientale della Regione Calabria per il progetto di impianto di pirolisi». Quelle carte però al Comune dovrebbero esserci, come sono depositate alla Regione – dipartimento Ambiente – e alla Provincia di Reggio. E l'ente guidato da Giuseppe Raffa ha anche emanato una serie di prescrizioni indirizzate alla “Tge international S.p.a.”, l'azienda che sta realizzando l'impianto nell'area che tutti, da queste parti, conoscono come “ex Atlante”.

IL FALLIMENTO DELLA SOCIETÀ
La “Atlante” era una società a responsabilità limitata con sede a Leno, nel Bresciano, che gestiva l'impianto oggi preso in mano dalla “Tge”, che ha sede a Bergamo. La “Atlante” è fallita: prima ci sono stati dei pignoramenti, poi la procedura fallimentare portata avanti dal Tribunale di Brescia. Le maestranze e i tanti operai che hanno sgobbato per anni in quella enorme fabbrica che lavorava lo zinco sono rimasti in credito di molte mensilità arretrate, stipendi che, con ogni probabilità, non vedranno più. Un film già visto, purtroppo. Ma quello che stupisce di più, nella procedura di fallimento, sono i tentativi di vendita all'asta dell'immobile andati a vuoto – sarebbero ben sette – e la fluttuazione del prezzo di base, che ha visto ribassi considerevoli e poi impennate improvvise – dovute evidentemente a nuove offerte – non proprio usuali in questo tipo di vendita. Alla fine, comunque, la “Tge” subentra alla “Atlante” nella proprietà dell'impianto, e nella relazione tecnica consegnata a Provincia e Regione parla chiaro e tondo: non si tratta di una nuova attività, ma di riattivazione, «senza sostanziali modifiche», dell'attività «precedentemente autorizzata».

BUCHI E CONTRADDIZIONI
Su queste premesse, la nuova società chiede alla Provincia una nuova autorizzazione «sostanzialmente della stessa natura e potenzialità della precedente», aggiungendo che secondo la “Tge” la procedura di assoggettabilità alla valutazione di impatto ambientale (Via) sarebbe già stata assolta in occasione del rilascio dell'autorizzazione alla “Atlante”, alla quale la nuova società «si sostituisce nella prosecuzione del progetto industriale nulla cambiando rispetto al progetto originale». Nella stessa richiesta di verifica di assoggettabilità a Via che la “Tge” ha inviato alla Regione Calabria – poi pubblicata sul Burc 23 del 7 giugno 2013 – si legge infatti che «il progetto in questione prevede la riattivazione di impianto esistente e già autorizzato al trattamento di 18mila tonnellate all'anno di rifiuti con medesimi codici Cer richiesti». E qui sta l'inghippo. Perché non tutto, come invece sostiene l'azienda bergamasca, sarebbe «coerente» con lo stato di fatto precedente. Innanzitutto, il codice Ateco 2007 – che identifica le attività delle imprese – della “Atlante”, relativo al «recupero e preparazione per il riciclaggio dei cascami metallici», non è perfettamente aderente all'attività di «fonderia di particolari di alluminio ottenuti dal recupero per pirolisi di imballaggi flessibili poliaccoppiati» che la “Tge” si propone di avviare: una mancanza di univocità, questa, che potrebbe inficiare l'eventuale valutazione di impatto ambientale, perché potrebbe trattarsi di due impianti differenti. Ma, oltre a questo, c'è qualcos'altro che preoccupa non poco gli attivisti riuniti nel tavolo tecnico di tutela ambientale che sta studiando la documentazione relativa all'impianto. La Provincia, nelle sue prescrizioni, inserisce tre codici Cer (Catalogo europeo dei rifiuti) che individuano il tipo di materiale da trattare nell'impianto a pirolisi: imballaggi metallici, in materiali compositi (carta e cartone) e in materiali misti. Nel progetto della “Tge”, però, oltre a questi tre, sono previsti altri due tipi di materiale, non contemplati nei dettami dell'amministrazione provinciale: plastica e gomma, rifiuti urbani tritovagliati. Non solo metalli, dunque, ma anche rifiuti urbani indifferenziati, che diventano rifiuti speciali con una semplice operazione di triturazione e di separazione delle diverse categorie di materiale. Ma non è tutto: manca, nelle carte, un indice complessivo del materiale da trattare, come anche qualsiasi riferimento alla sismicità massima dell'area. I dati di salubrità dell'aria, poi, sono riferiti al territorio di Gioia Tauro, che però si trova a 8 km di distanza dall'impianto. Infine, altri impianti simili, trattando, come a San Ferdinando, gas di sintesi, sono assoggettati alla normativa relativa al «rischio di incidente rilevante», mentre la “Tge” nelle sue carte non farebbe alcun cenno a questo tipo di prescrizioni.

PIROLISI O COMBUSTIONE?
Pare che non sia una combustione vera e propria. Ma non è neanche qualcosa di molto diverso. La differenza tra i due processi la fa, in sostanza, la presenza di ossigeno. Nella pirolisi non c'è, dunque  si avrebbe un lento riscaldamento di materiale posto in un reattore tubolare a 500-600 C°. Il risultato è una sorta di carbonizzazione di questo materiale, che può produrre gas e liquidi combustibili o da utilizzare come materie prime in altri processi chimici. Sulla carta, quello che la “Tge” vuole fare a San Ferdinando è un sistema per la produzione di fonderia in alluminio «di getti e pressofusi in cui il metallo è recuperato parzialmente mediante trattamento di pirolisi condotto a bassa temperatura (carbonizzazione) di confezioni flessibili composite». Dovrebbe trattarsi per lo più di confezioni provenienti dall'industria alimentare, rifiuti costituiti da imballaggi plastici accoppiati con fogli di alluminio. Questo procedimento produce dei gas di sintesi che per la “Tge” sarebbero «a bassissimo carico inquinante», ma sul punto i dubbi non mancano. Lavorando questo tipo di materiale, ad ogni modo, per l'azienda bergamasca si può escludere la presenza «sensibile» di inquinanti come cloro, zolfo e metalli, mentre è la stessa azienda a rilevare che «accidentalmente» nei rifiuti trattati potrebbero esserci – anche se «in piccole concentrazioni» – alogeni e zolfo. Stesso discorso per i metalli pesanti, che dovrebbero essere abbattuti – garantisce l'azienda – nelle varie fasi del processo. Ma come, non si sa. Se lo chiedono molti studiosi che stanno facendo le pulci a questo nuovo metodo di dissociazione molecolare. La produzione di gas sintetici suscita molte perplessità, in particolare perché non si capisce bene come questi gas vengano depurati e dove vadano a finire i prodotti tossici che da essi vanno eliminati. Per non parlare dell'eventuale smaltimento di ceneri e nanopolveri che pure questo tipo di processo dovrebbe generare. Insomma, se nulla sparisce e tutto si trasforma, sulla pirolisi c'è ancora molto da chiarire, specie in un'area di fatto colonizzata in cui, nel raggio di pochissimi chilometri, è già attivo un inceneritore – più un raddoppio quasi ultimato – e si è già dato il via, tra le proteste, a un impianto di rigassificazione.  

(articolo pubblicato sul numero 109 del Corriere della Calabria)

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