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Martedì, 29 Ottobre 2019 10:34

Vite da migranti. Tra quelli in fuga ci siamo anche noi

Scritto da Bruno Vellone
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MILANO – Mahmud ha gli occhi stanchi e dall’alto del finestrino del bus mi indica che stiamo attraversando la Svizzera. È notte e alle spalle ci siamo lasciati la stazione di Lampugnano. Il rituale è sempre il medesimo, alle 23,55 il FlixBus parte per Dusseldorf con un carico di migranti fatto di meridionali tra cui alcuni vibonesi e africani. Alcuni di loro lo sono due volte, emigrati al Nord anni addietro, ora partono per la Germania. Qualcuno chiama i carabinieri perché il suo autobus ha saltato la corsa ma, per fortuna, il sogno è soltanto rinviato. In un ingorgo di speranze e aspettative l’umanità senza distinzioni si trascina sui gradini del pullman mentre l’autista controlla meticolosamente i documenti. Il migrante più giovane ha solo due mesi, è in braccio alla mamma e viene messo sul seggiolino saldamente ancorato al sedile, mentre il papà rimane in Italia perché il suo documento non ha il visto del consolato. Protesta, vuole indietro i soldi, ma che suo figlio e sua moglie rimangano a terra non ne vuole sentire parlare, oltre il confine c’è un altro mondo e lui li raggiungerà presto. Mahmud è tornato da Dusseldorf la mattina presto con in tasca un lavoro nuovo e la speranza di un futuro migliore ed ora riparte per cercare una sistemazione per i parenti che hanno deciso di seguirlo.

«In Italia ho lavorato più di dieci anni, sfruttato da cooperative che dicono di tenere ai lavoratori. Lavoravo – mi racconta - molte ore al giorno e vedevo i miei figli solo il venerdì sera. In Germania è diverso, ho del tempo per la mia famiglia e col lavoro posso stare tranquillo». È di origini nigeriane ma ha una coscienza sociale da far impallidire molti sindacalisti nostrani. «Sai – mi spiega – ti dico una cosa: in Nigeria andava meglio con la dittatura dei militari, da noi la democrazia costa troppo, troppi parlamentari che paghiamo a caro prezzo. Loro fanno la bella vita e la popolazione vive nell’indigenza. I politici hanno ville e macchine lussuose mentre nelle casa manca l’acqua e la pubblica illuminazione non sappiamo cosa sia. Quando racconto ai miei fratelli che qui nelle strade di notte c’è la luce mi prendono per matto». La frontiera con la Svizzera è attraversata senza controlli, e così dovrebbe essere dappertutto, avendo come unico lasciapassare quello di essere “esseri umani”. Una breve sosta per far scendere alcune persone, tempo di fumare una sigaretta e si riparte alla volta della terra tedesca. Il bus, quando riparte, ha un rantolo da moribondo ma poco importa, basta pigiare l’acceleratore e riprende fiato. Alla frontiera gli agenti teutonici sono inflessibili, bisogna controllare tutti i documenti e poi si può passare. È ormai l’alba, il cielo è solcato da qualche straccio di celeste e il bus viaggia spedito verso la destinazione. Mahmud ed io ci salutiamo, gli stringo la mano e lui mi dice che sono «diverso». Può darsi ma entrambi abbiamo viaggiato con la consapevolezza comune, quella di appartenere alla medesima classe di sfruttati.