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Martedì, 11 Aprile 2017 16:12

Sotto il vestito niente

Scritto da  Salvatore Albanese

Un lifting rigenerante agli esterni del presidio, un intervento a 360 gradi che avrebbe dovuto rappresentare un primo concreto impegno verso il rilancio tanto atteso del “San Bruno”, ospedale di montagna, struttura sanitaria di riferimento per un bacino di utenza che sfiora i 40mila cittadini.

Un’ora della riscossa annunciata a più riprese che dopo la ristrutturazione degli esterni avrebbe presto determinato l’incremento di contenuti, prestazioni e servizi offerti all’interno del nosocomio serrese. Più posti letto, più medici, più anestesisti, più sanità. Ma, in realtà, al di là del nuovo “cappotto”, nulla pare essersi mosso nei locali del presidio che, di recente, aveva anche beneficiato della visita del direttore generale dell’Azienda sanitaria provinciale, Angela Caligiuri.

La stessa che già mesi prima, alla data del suo insediamento, aveva esordito con pochi tentennamenti. Era il gennaio 2016 quando la “donna nuova” al comando dell’Asp più disperata d’Italia aveva annunciato a telecamere, fotografi e giornalisti di voler impegnarsi da subito per «migliorare la sanità vibonese partendo dalle piccole cose», con, soprattutto, la pronta pianificazione «su un territorio articolato e complesso, di una rete ospedaliera efficiente».

«I lavori in fase di realizzazione all'ospedale “San Bruno” – aveva assicurato la Caligiuri nell’autunno successivo, durante il suo sopralluogo alla struttura serrese – non sono interventi di facciata. Al contrario, serviranno ad allocare i posti letto previsti e noi vigileremo affinché tutto proceda per il verso giusto». E i posti letto previsti avrebbero dovuto essere tanti, come quelli del reparto di Medicina «dove – prometteva proprio la Caligiuri – dall’inizio del 2017 si lavorerà per incrementare i 30 posti attuali portandoli a 40, divisi tra 20 di Medicina e 20 per la Lungodegenza, mentre per quel che riguarda l'ex reparto di Ostetricia e Ginecologia, al suo interno sarà trasferita la Riabilitazione che avrà altri 20 posti letto e dove prima c’era la sala operatoria sorgerà una palestra». Non sfuggivano ai buoni propositi della neo dg neanche il reparto Dialisi da trasferire «in un'ala dell'ex Chirurgia e costituito da 9 posti letto, che potranno comunque soddisfare 18 utenze al giorno» e il comparto 118 con l’arrivo della seconda autoambulanza che sarebbe stata ormai molto più di un pensiero astratto.

Ma da quel giovedì 13 ottobre 2016 in poi, poco o nulla si è registrato a beneficio del “San Bruno”. Qualche avvicendamento fra le file del personale sanitario, l’arrivo di qualche medico come un nuovo anestesista che ha però, di fatto, sostituito una collega in gravidanza. Tutto il resto risulta fermo, ingoiato dallo stallo più totale. Una condizione che, al di là degli intonaci esterni e di qualche altro piccolo rinfresco strutturale, nel concreto ha consegnato al nosocomio di Serra San Bruno niente di più e niente di meno di quello che si era già ereditato dall’era infruttuosa dell’ex commissario ad acta Scopelliti e della gestione targata centrodestra della Regione Calabria.

Perché quello della Caligiuri e dell’assetto dirigenziale dell’Asp non è l’unico anello che ha girato a vuoto nella cronistoria recente del presidio serrese. Nulli sono stati infatti anche i benefici imputabili alla classe politica attuale che proprio nella sanità, più che in ogni altro comparto, ha fatto palesare tutto il proprio fallimento. Così come fu in passato proprio per Scopelliti e Salerno, impalpabile è infatti oggi l’apporto alla rete sanitaria regionale e locale del centrosinistra di Scura, Oliverio e Censore. In entrambi i casi gli impegni e le promesse si sono tradotti in un nulla di fatto, che porterà a generare gli alibi perfetti che rappresenteranno nel prossimo futuro il terreno fertile per un ulteriore, e forse definitivo, smantellamento dei servizi. Perché oggi la sanità opera come un’azienda, e se non è produttiva, se non è economicamente efficiente ed efficace, proprio come un’azienda va verso il crac e chiude battenti.

Restando salva la buona fede, l’impegno, la dedizione al lavoro e tutto il bla bla bla di rito, allo stesso tempo non si può non riconoscere che vi è un comportamento poco edificante, soprattutto per la propria stessa posizione, da parte dei medici e del personale sanitario in genere, poco avvezzo a denunciare le molteplici situazioni “rischiose” e le croniche difficoltà in cui si trovano a lavorare se non con comunicazioni interne – anche queste assai sporadiche – che fino ad ora hanno prodotto effetti irrisori.

In un’emergenza sanitaria piena, in cui i livelli essenziali di assistenza non sono affatto rispettati, è a dir poco singolare che non si faccia nulla per denunciare pubblicamente i disservizi e le condizioni proibitive in cui si lavora o si tenta di lavorare. Questo soprattutto per i tanti che continuano a praticare ogni giorno, con onestà, abnegazione e sacrificio il proprio lavoro all’interno di un ospedale che sotto il vestito nuovo ha ormai poco o niente.

 

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