pizzo ospedale2Solo il 24 aprile scorso, i carabinieri della Compagnia di Vibo Valentia avevano eseguito diciassette provvedimenti cautelari nei confronti di altrettanti dipendenti dell’Asp Vibonese - tra i quali dirigenti sanitari, assistenti amministrativi ed infermieri - tutti in servizio presso la struttura di Pizzo Calabro, inquisiti a vario titolo per truffa aggravata nell’ambito dell’inchiesta denominata “Asp-etta”. 

Le indagini dell'Arma, partite nel giugno del 2012, avevano quindi portato ad un blitz condotto dai militari proprio la mattina del 24 aprile scorso, avviate a seguito di una serie di informazioni confidenziali segnalate direttamente da parte di cittadini ai carabinieri della Stazione di Pizzo. Le indicazioni avevano consentito - attraverso attività di appostamenti e di monitoraggio, effettuate con telecamere istallate fuori e dentro la struttura sanitaria, nonché sulla macchinetta marcatempo - di documentare reiterate condotte di assenteismo, di cui si rendevano autori i dipendenti Asp, avvezzi ad allontanarsi dal luogo di lavoro per finalità estranee alle attività d’ufficio. Inoltre, secondo quanto asserito dagli inquirenti, alcuni erano soliti affidare il proprio “cartellino” ad altri colleghi, disposti a “strisciarlo” al loro posto, in maniera da artefarne dunque gli orari di entrata ed uscita. Già in quella fase, a conclusione delle indagini, era scattata nei confronti delle persone coinvolte la sospensione dall'impiego per due mesi.

Stamattina, per loro, il gip Fabio Regolo ha fissato il procedimento penale in accoglimento della richiesta di immediato presentata dal pubblico ministero, Vittorio Gallucci. La prima udienza è stata fissata, però, addirittura per il 2 febbraio del prossimo anno. Solo allora gli indagati saranno chiamati a comparire davanti al Tribunale monocratico.

«Un'Asp la cui gestione è improntata alla navigazione a vista e i cui settori, quantomeno alcuni, si reggono solo grazie alla volontà dei singoli che cercano di fare fronte alle carenze di sistema» commentava lo stesso Regolo nella sua ordinanza di custodia cautelare.

 

 



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Mercoledì, 30 Gennaio 2013 13:32

Serra, continua la mattanza dei cani

 

mini cani_avvelenati

È l’ennesimo e drammatico caso nel giro di pochi mesi di diffusa mentalità zoofoba nel territorio di Serra San Bruno. Dopo le vicende della scorsa estate, in cui il fenomeno si era diffuso a macchia d’olio in quasi tutti i quartieri della città, torna l’incubo dell’avvelenamento degli amici a quattro zampe.
Questa mattina, infatti, in via Gramsci è stato rinvenuto un cane, non randagio, agonizzante per aver ingerito dei bocconi di carne, probabilmente,  alla stricnina. In seguito lo stesso cucciolo è deceduto.
Si tratta di una vicenda atroce avvalorata dal fatto che ai decessi già noti potrebbero aggiungersi quelli di altri tre animali, al momento dispersi, che per esalare l’ultimo respiro e lasciarsi morire, avranno probabilmente cercato rifugio in zone più defilate, tra i cespugli o sulle rive del fiume Ancinale. Si tratta di cani in libertà ma comunque con un padrone.
Da ciò emergono le incapacità gestionali dell’amministrazione comunale per un fenomeno non nuovo a Serra San Bruno e soprattutto rimangono i dubbi su come si stia gestendo un’emergenza che riaffiora ormai con cadenza quasi trimestrale. Il caso è reso ancora più ambiguo dal fatto che, proprio la giunta guidata dal Sindaco Bruno Rosi, si era affrettata nel 2012 ad approvare uno schema di convenzione per affidare il recupero ed il ricovero dei cani randagi - i più esposti al rischio avvelenamento - ad un canile privato e di cui ad oggi non se ne conoscono i successivi risvolti. Ciò avvalora l’insensibilità dell’amministrazione rispetto ad un’emergenza che potrebbe mettere a repentaglio oltre che la salute dei cani o degli animali in genere, anche dei bambini soliti giocare nelle vie della cittadina. 
Il grado di civiltà di un paese si misura, non soltanto da come i cittadini trattano gli animali, ma anche da come chi amministra riesce ad incidere in tal senso.
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