mini brunodicoloniaSta riscuotendo enorme successo la rappresentazione teatrale “San Bruno di Colonia” inscenata dagli studenti dell’Istituto “Luigi Einaudi” di Serra San Bruno. L’opera è stata allestita di recente in due delle più importanti rassegne teatrali per studenti. La rappresentazione, che vede coinvolti ben venti ragazzi, tutti frequentanti il locale Liceo Scientifico, ha infatti conquistato il gradino più basso del podio al recente “Festival del Teatro Scuola di Girifalco” e si è, invece, aggiudicata l’ambita Coppa Belluscio in palio al “Festival Teatro Scuola regionale di Altomonte”. In particolare quest’ultima, viene considerata la più prestigiosa rassegna teatrale scolastica dell’intero meridione, tanto da divenire appuntamento imprescindibile per decine di scuole arrivate ogni anno da diverse regioni d’Italia per prendere parte al concorso.

Oggi, sarà di nuovo la volta di Serra San Bruno. La rappresentazione verrà infatti portata nuovamente in scena nella cittadina della Certosa, a partire dalle ore 20.30 nei locali di Palazzo Chimirri.

Gli spettatori avranno dunque modo di prendere visione dell’opera che vede impegnato un nutrito staff di attori, tutti studenti del locale Istituto Superiore: Raffaele Giancotti, Salvatore Zaffino, Alberto Ierullo, Bruno Scopacasa, Francesco Muzzì, Sergio Pasquino, Vincenzo Reggio, Luigi Rachiele, Domenico Mannella, Lorenzo Bertone, Caterina Mangiardi, Ilenia Zangari, Raffaella Calabretta, Bruno Bartone, Mattia Arena, Antonio Miletta, Vincenzo Manno, Valerio Lagrotteria, Salvatore Catroppa e Mattia Calabretta. Mentre le scenografie sono state curate da Annalisa Mangiardi, Maria Concetta Ariganello, Giuseppe Manno e Giulia Scordo. Grandi meriti, dunque, vanno riconosciuti alle due insegnanti curatrici dell’opera: Maria Consolata Iennarella e Marilena Schiafone.

 

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mini comune_serraLa Procura della Repubblica di Vibo Valentia ha notificato nei giorni scorsi l'avviso di conclusione delle indagini nei confronti dell'ex primo cittadino, Raffaele Lo Iacono e di altri otto ex amministratori serresi, accusati di abuso d'ufficio nell'ambito della gestione della Fondazione ''Monsignor Biagio Pisani'', presieduta dallo stesso Lo Iacono: si tratta di Luigi Calabretta, Leonardo Calabretta, Biagio Vavalà, Giuseppe Raffele, Antonio Procopio, Maria Abronzino, Francesco Bonazza e Vincenzo Damiani. L'avviso è stato disposto anche nei confronti di Salvatore Amato, all'epoca vice segretario comunale, oggi in pensione.
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mini monumento_bruno_pelaggiUn secolo fa, 6 gennaio 1912, moriva a Serra San Bruno, dove era nato il 15 settembre 1837 da Gabriele e Giuseppina Drago, Mastru Brunu Pelaggi, poeta dialettale, che si può considerare il precursore e protagonista/vittima della mai risolta “questione meridionale”. Parlare e scrivere di Mastro Bruno, infatti, è di una forte e sconcertante attualità a dispetto del secolo che ci divide. I temi della sua poesia spicciola e senza pretese linguistiche o sintattiche e tanto meno metriche (scalpellino da mattina a sera senza voler essere o apparire “poeta” ma semplicemente raccontare a se stesso e al suo vicinato “li stuori” come definiva i suoi componimenti che non scriveva, seppur sapesse leggere e scrivere, ma dettava alla figlia Virginia) sono la disperazione, la fame, la povertà, l’inquietudine della povera gente che resta sempre e comunque classe subalterna e derisa dalla “casta” di ieri come di oggi. Temi questi che erano un piacere ma soprattutto riflessione anche per le orecchie dell’altro illustre serrese, il Ministro Bruno Chimirri forse non affetto dai vizi della casta parlamentare del tempo, amico del poeta al quale non disdegnava di rivolgersi spesso per consigli. Durante il ‘900 postbellico, molti eminenti rappresentanti della letteratura italiana si sono interessati della figura e della poetica dello scalpellino di Serra San Bruno. Tra i tanti, Umberto Bosco che scrive: “Nei primi decenni del secolo, quando ero a Catanzaro, la figura di Mastro Bruno aveva i contorni incerti del mito. Se ne vantava l’arguzia che era addotta a esempio della causticità comunemente attribuita ai compaesani del mastro, gli abitanti di Serra San Bruno”.

E più avanti per lo stesso Bosco “colpisce nella poesia del Mastro la totale assenza di fatua sconcezza, fatto singolare, dato che la poesia in dialetto era tradizionalmente considerata e non solo in Calabria, il rifugio di scherzi più o meno grossolani, di argomenti più o meno scurrili. […] Certo Bruno non arretra dinanzi a parole energiche ma nel suo testo […] esse hanno perduto il loro originario valore greve, talvolta sono intercalari. Tuttavia l’aspetto più interessante di Mastro Bruno non ci è dato da versi di questo genere, ma da altri di diverso tono, come quelli nei quali denuncia la necessità in cui i poveri si trovano a votare secondo la volontà di coloro ai quali ‘si dici no pierdi lu pani’”.

Per Vincenzo Paladino, il Pelaggi è accostato al Campanella e allo Alvaro in quanto “eroi dell’azione, dell’azione e dell’utopia”. La tematica, sempre attuale più che mai, del poeta serrese, resta tutta focalizzata su: la mancanza di lavoro, la continua disoccupazione che spopola i paesi e che riempie di delusione e di profonda amarezza la povera gente arricchita di vane promesse di grandezza e di sicurezza economica predata dai Sabaudi dell’Unità d’Italia dopo la caduta del regno borbonico che non era certo da mandare sotto la ghigliottina. Scrive Gualtiero Canzoni: “Di supa sta montagna/ ti jiettu ‘na gridata…’, così si leva alta e irriverente la protesta della Calabria, attraverso i versi di Mastro Bruno Pelaggi dedicati a ‘Mbertu Primu, re di un’Italia che, appena unita, cominciava a mortificare le speranze e le aspettative dei calabresi”.

Ordunque il secolo è passato e se rileggiamo alcuni passi della poesia Ad Umberto I notiamo quanto ancora sia vera e attuale la fotografia sulla Calabria e sui Calabresi fatta dal Pelaggi.

“…Si buoi mu si aduratu / di tutti li Taliani /spartandi lu pani /e sient’a mia // ch’è truoppu tirannia / pi nui, povara genti: / a cu’ tuttu a cu’ nenti / non è giustu. // Duna a cu vuoi l’arrustu, / lu miegghiu e lu cchiù gruossu, / a nui dunandi ‘n’uossu / cuomu cani! // Sempi lavuru e pani / circau lu calabresi / ma tu sciali di risi / e cugghiuniji! […] Taliani cu la cuda / ndi carculasti a nui, / ma tu si duru cchiui / di ‘nu macignu! […] Basta…simu Taliani! / – gridammo lu sessanta -/ e mò avogghia mu canta / la cicala!// La fami cu’ la pala / si pìgghia e cu’ la zappa: / cu è guivini si la scappa / a Novajorca. // A nutri ndi tocca / suffriri e mussu chiusu / e quaci ntra lu pirtusu / di lu culu!! //[…] Picchì ha’ mu li nascondi /li gridi calabresi? / Non pagami li spisi / guali a tutti?// Ma tu ti ndi strafatti / li deputati cchiui: /duvi ncappamma nui /povara genti! // Non spirari cchiù nenti / Calabria sbinturata…”.

E nella lirica Ricorso al Padreterno Mastro Bruno implora il buon Dio: “…Priestu mina li mani! /Vidi cuomu mu fai! / Càcciandi di stiì guai, / manneja aguannu! // Non vidi can di fannu / muriri a puocu a puocu! / Tu ti mintisti dduocu / e stai mu guardi’…”.

Povero Mastro Bruno, voce nel deserto, inascoltato dai potenti di cielo e terra, indirizza anche una Lettera al demonio perché “ Nuddu mi rispundiu, scuntientu mia! / Io li prigai non li chiamai cornuti! /e tanti cuosi giusti nci dicia…/’Nci dissi ca ccà simu strafuttuti. […] Mo’ nci scrivu a Lucifaru, a lu mpiernu / ch’è mperaturi di ‘nu gruossu riegnu. / Si statru non mi rispunda, si strafutta. /Armenu sacciu ca li pigghiai pari ../ […] Mò no’ scrivu cchiù a nuddu, cà mi ncrisciu / di riestu, viju ch’è tiempu pirdutu…”.

Ormai Mastro Bruno non ha alcuna speranza e il compianto poeta e scrittore serrese, dal quale ha attinto a piene mani tutta l’arguzia nel denunciare i mali delle popolazioni delle Serre, Sharo Gambino dice che: “ per sfogare le proprie amarezze non ha più che da rivolgersi alla luna”.

Leggiamone alcuni passi: “ Cu sapa chi nci vò / mu cangiria fortuna. / Forsi chi tu, uhè luna, sapirissi. / Si ‘n casu volarissi / datu chi tuttu puoi / cà cu li giri tuoi / puru niscimu./ Fuocu quantu patimu! / […] Quant’agghiuttivi amaru / ntra st’esistenza mia! / Luna, si no niscia, / quant’era miegghiu! / Ma mo chi cazzu pigghiu / ca ti li cuntu a tia / para ca sienti a mia / ‘ntra sta nuttata? / Tu, già, non si mparata? / cchiu crudeli di chistu /si ti gustasti a Cristu chi muria / jio mo chi bolaria / di mia mu sienti pena!? / Tu ti guardi la scena / e passi avanti. / […] Ma tu cu’ su’ silenziu / chi ‘nsurta puru a Dio / vidi lu cuori mieu / cuom’è chi ciangia. / […] Tu passi, ti ndi vai / ti ndi strafatti, / e supa di nui tutti / muta tu t’irgi e nchiani / lu stiessu fai dimani / e nui murimu!”

Una “luna indifferente - scrive Vittorio Torchia - come Umberto re, come il barone – padrone, e nessuno dei tre avverte la minima ansia di voler sapere quel che accada o come viva il loro suddito – zappaterra o suddito – scalpellino”, insomma, “una luna del mondo locale. Cioè componente di quella vita di paese sempre ricolma di contraddizioni, di beghe, di lotte, di stenti”.

Alla luna del Pelaggi è poesia alta che ha offerto il fianco a molti critici i quali pensano a letture leopardiane e segnatamente al “canto notturno”. E non è neanche pensabile che andasse a consultare libri e opere di valore custoditi nella rinomata e ricchissima biblioteca della Certosa serrese o in quella dell’amico Chimirri. Sapeva leggere e scrivere eccome ma aveva altro cui pensare e del resto “come faceva a tenere in mano la penna un uomo che passava tutto il santo giorno a tenere la mazzetta e lo scalpello in mano?” come scrive don Leonardo Calabretta.

Comunque sia, finalmente e a giusta ragione, tutta la considerazione favorevole venutagli dai critici letterari è stata consacrata con l’inserimento di “Mastru” Bruno in diverse opere antologiche apparse in questi anni. La prima è quella della prestigiosa Editrice La Scuola di Brescia del 1986 curata da Pasquale Tuscano e adottata nei Licei. In questo lavoro il Pelaggi è accomunato ai vari Gioacchino da Fiore, Galeazzo di Tarzia, Campanella, Schettino, Jerocades, Padula, Misasi ed altri. Del poeta serrese sono ospitate le poesie migliori, o, se volete, le più conosciute, Lettera al Padreterno, Alla luna e Alla Vergine Maria. Per il curatore Tuscano “Mastro Bruno ha una personalità prorompente, definita e quasi incisa con quello scalpello che certamente gli sarà stato più familiare della penna”.

Nel 1997 il Pelaggi è ospite di “Storia della letteratura calabrese – Novecento” edita da Periferia di Cosenza e curata da Pasquino Crupi. Per questi, la poesia di Mastro Bruno “è una virata vigorosa, decisa verso lo sfasciume umano, perdurante pur dopo il compimento dell’unità nazionale. Non ci sono tentazioni verso l’idillico né deviazioni verso il faceto. La sua possente satira, che talvolta si trasforma in impietoso sarcasmo, si aggira nelle visceri infette della storia, nella geografia della fame senza esiti di uscita e di speranza. […] Capì subito che la povertà calabrese dipendeva da come lo Stato funzionava nei suoi rapporti con il Mezzogiorno. Non disse, perciò, solo quello che la povertà rappresentava, ma da dove nasceva e perché”. Insomma, scrive Giampiero Nisticò, “lo scalpellino non arriva a postulare capovolgimenti strutturali, ma ha chiara la visione della dimensione disumana della società, in cui le parole servono ad ingannare il povero per meglio difendere i ricchi, ingordi e ciechi”.

Infine, nell’opera postuma del caro Sharo Gambino, edita da Città del sole di Reggio Calabria nel 2011, “Calabria erotica”, Mastro Bruno, insieme ad altri scrittori e poeti calabresi, viene ricordato come colui che “gridava sdegnoso non solo a titolo personale, ma prestava voce a ‘parecchi milioni’ di cittadini che, nel ’60, avevano gridato: ‘Simu ‘taliani’ ed ora trovavano di che pentirsene”.

Al postutto, mi piace sottolineare un ultimo, e non secondario, aspetto della vita e della poetica del Serrese. Se si va a leggere Alla vergine Maria, lirica di alta sublimità da essere accostata, come fa don Calabretta, alla preghiera che Dante “mette in bocca a S. Bernardo nel canto XXXII del Paradiso”, non si potrà mai dire che Mastro Bruno sia stato ateo, anzi, come scrive ancora Calabretta, “non solo non fu un senza Dio, ma fu un’anima profondamente e direi delicatamente religiosa. Egli fu di dichiarata e manifesta religione cattolica. Una fede intrisa di religiosità popolare, se vogliamo, ma non per questo meno bella e meno sentita. Anzi”.

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