mini fabriziaRiceviamo e pubblichiamo:

Il trasformismo dei politici esperti e presuntuosi, all’occasione spacciato per ovvia e quasi dovuta formalità, non ha mai limite. La legalità violata, anche dopo i ritocchini propinati con una presunta “completa definitiva istruttoria”, non è per nulla ristabilita. Il Sindaco che insiste nel fare il responsabile gestionale, mostra nuovamente di voler fare a forza le cose secondo le sue leggi. La graduatoria approvata l'altro ieri, tamponata con inutili ed ipocriti accomodamenti formali, sarebbe divenuta perfetta e “definitiva”, nonostante definitiva fosse stata dichiarata la precedente della determina n. 61 del 17 maggio. Ma definitiva rispetto a che cosa? Non si può pensare che una definitività procedurale sia un qualcosa che si possa inventare a seconda delle necessità del superbo sindaco fabriziese, sol perché è conscio del fatto che coloro che potrebbero richiedere l’azione di giustizia, non hanno la forza civica per farlo, ritenendo più opportuno attendere vanamente il favoritismo personale. D’altro canto lui è spudoratamente tranquillo sulla rischiosità delle denunce democratiche pubbliche: presume che la scarsa diffusione e le coperture che cerca di crearsi, lo rendano intoccabile. Tuttavia non si può escludere che possa iniziare a rendersi conto che prima o poi dovrà fare i conti con l’esito delle sue operazioni politiche.

La serietà dei contenuti sui quali è improntato questo discorso avrebbe già potuto essere idoneo a provocare la rivolta civica degli interessati e delle loro famiglie. Invece passa in sordina, prevalendo il primitivo senso di utilità attendista, ma anche di rassegnazione all’impotenza. Nonostante ciò, crediamo giusto riprendere il discorso dell’illegalità per precisarlo in sintesi a partire dalla redazione del bando, che potrebbe già di per sé apparire come fonte di diversi abusi in termini di trasparenza.

Cominciamo dal criterio “reddito”, che poi viene anche detto “ISEE”. Non si sa quale dei due sia stato preso in considerazione: la conclusione è che si è dovuto operare una scelta arbitraria e non democraticamente chiara.

Inoltre, quello che doveva essere il criterio più semplice, e cioè,“essere iscritti presso le sedi circoscrizionali …”, manca anch’esso di certezza. Occorre considerare che per il possesso dello stato di disoccupazione è semplicemente prevista un’auto dichiarazione che l’interessato deve rendere, non una “iscrizione” come è stato richiesto nell’avviso. Ma pur accogliendo l’impropria definizione dello status dell’avente diritto, si deve osservare che neppure è stato specificato se la fantomatica iscrizione doveva preesistere o poteva anche essere acquisita nell’occasione, trattandosi di pura e semplice disponibilità all’occupazione da parte di un disoccupato.

Solo dubbi, ovviamente provvidenziali al perfetto oscurantismo politico, a spregio della trasparenza.

Passiamo al più importante criterio, gravemente compromesso da un’interpretazione personale: quello del requisito riguardante l’essere “braccianti agricoli disoccupati”. Pare di leggere chiaramente nei risultati statuiti con le delibere, che il Sindaco non abbia tenuto conto del significato legale della qualificazione richiesta. Risulta chiaro da alcune esclusioni contenute nella famosa determina di maggio. Con essa sono stati “approvati” degli elenchi che in realtà dovevano funzionare da graduatoria definitiva con contestuale atto di avviamento. In quell’atto vi erano elencati diversi aventi diritto scartati con la dicitura “avviato”. Dopo ben quattro mesi dal bando, i lavoratori indotti in errore anche dalle stesse dicerie interne, non credendo più all’attuazione del progetto hanno giustamente accettato qualche giornata di lavoro per sostenersi. Chi è responsabile tecnicamente e politicamente dell’azione amministrativa, non può valersi di un’infelice ambiguità terminologica oltre il limite della legittimità. Non può far finta di ignorare che lo stato di disoccupazione, per legge della Repubblica, si perde solo al superamento del limite di reddito annualmente previsto e non certo per l’accettazione di un breve lavoro a tempo determinato e, per di più – come nel caso della categoria dei braccianti agricoli – con chiamata il più delle volte giornaliera. Tra l’altro, bisognerebbe domandarsi il perché, stando alla regola che il Comune si è data con il bando pubblico, la graduatoria (provvisoria nda) doveva essere stilata entro sette giorni dalla scadenza del termine per la presentazione delle domande; ciò non è avvenuto e comunque non è certo l’unica pecca. Non si può capire e giustificare che le inefficienze del Comune le debbano pagare i poveri cittadini in cerca di qualche opportunità anche precaria.

Sarebbe stato auspicabile un riparo all’ingiustizia, ma questa curiosa ed atipica occasione di una speciale “approvazione” definitiva non è servita neppure a questo. Il Sindaco con la determina n. 73 del 3 giugno, non si è minimamente speso a riparare ai marchiani errori, preoccupandosi invece di tenere buoni tutti con l’autorità. Infatti, non solo non ha preso in considerazione le giuste proteste di alcuni interessati perseverando nella negazione dei diritti, ma vi ha pure associato l’anomalia di approvare una graduatoria (arbitrariamente denominata definitiva) assolutamente “monca”. Infatti questa determina – incomprensibilmente – invece di riportare una graduatoria di 158 persone, più un escluso per istanza fuori termine, ha fatto sua, incondizionatamente e definitivamente, una graduatoria che “gradua” soltanto 75 persone. Questo procedimento è “speciale” anche in questo senso. Il concetto di definitività viene prima strumentalizzato come iter decisionale fuori da qualsiasi logica conosciuta nell’attuale fase democratica, per poi sfociare in un atto che vuole imporsi come definitivo, ma che di definitivo non ha nulla non avendo subito alcun efficace controllo spettante agli interessati aventi l’inviolabile diritto di proporre i legittimi reclami nei termini e modalità che dovevano essere chiari per tutti allo stesso modo.

Con queste premesse, non ci si meravigli più di tanto della mancanza di quel controllo democratico di competenza delle opposizioni elettive, che a Fabrizia sono del tutto utopistiche. Ma la pura rassegnazione non fa ancora parte del tutto del bagaglio di civiltà del paese. Qualche civica indignazione trova il coraggio della pubblica critica denunciando un sacrosanto dissenso contro le illegittimità a profusione. Non si può per sempre rimanere civilmente inerti nei confronti di quella che si sta pericolosamente delineando come una vera e propria antidemocrazia, fuori contesto storico, stonata anche per un piccolo paese abituato a molto, ma non a tutto.

Maria Cirillo

 

 

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mini egizianiSERRA SAN BRUNO – Stavolta non si tratta della solita figuraccia a cui ci hanno ormai abituato gli amministratori serresi. No, è molto peggio. I 50 studenti egiziani venuti a Serra con il progetto Pitagora Mundus potrebbero essere costretti, a fine febbraio, a tornarsene a casa, perché il Comune non ha rispettato gli impegni che aveva assunto, soprattutto di carattere finanziario, per garantire a questi ragazzi un soggiorno di studio adeguato e dignitoso. Una situazione paradossale

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Venerdì, 20 Gennaio 2012 16:04

Quel maniero perso tra i boschi della Lacina

mini simbario_com_bkumbria_1200412457BROGNATURO - «Ci stava 'nu castellu alla Lacina; duvi si dicia ca la terra 'ntrona; e mo lu riduciru a 'na rovina, ma tandu 'nci stacìa 'na gran matrona». Così cantava qualche anno addietro il medico menestrello Bruno Tassone che, in “Lu castellu di la barunissa”, ricordava, quando sui “Piani de la Lacina”, arroccato su un acrocoro che domina la vallata sottostante svettava un maniero ormai diruto ed abbandonato. Un luogo arcano, permeato dal fascino misterioso tipico dei luoghi senza storia e senza tempo. Poche, frammentarie ed inverosimili le notizie che circondano le vicende di un castello edificato in quella che è stata una delle foreste più impervie ed inospitali dell’intera Calabria. Il toponimo “Lacina” secondo taluni deriverebbe da Hera Lacinia, la dea al cui culto sarebbe stato elevato, dai tagliatori di bosco che rifornivano di legname le colonie della magna Grecia, un piccolo tempio rurale. Una tesi suggestiva ma non comprovata da alcuna fonte documentale e con ogni probabilità da derubricare al novero delle favole da focolare. E pur vero che l’area in questione in passato potrebbe aver ospitato una struttura sociale di qualche rilievo. Non è un caso che nelle limitrofe montagne di Cardinale siano stati rinvenuti alcuni reperti riconducibili al neolitico; mentre nella vicina Spadola, fino ai primi anni trenta, erano custoditi due leoni in pietra che, secondo il resoconto fatto dal sacerdote Bruno Maria Pisani in una relazione inserita in “Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato” e pubblicata a Napoli tra il 1853 ed il 1859, servivano a sostenere «l’altare dedicato a Minerva». In una singolare filiazione religiosa, sui luoghi in cui un tempo doveva ergersi il tempio dedicato alla divinità romana oggi sorge una chiesa elevata al culto di Santa Maria sopra Minerva. In ogni caso sulla genesi del piccolo borgo di Brognaturo non si hanno notizie certe, tranne quelle riportate nella citata opera, nella quale si asserisce, che a dare origine al piccolo villaggio siano stati i mandriani ed i guardiani di “porci” dei paesi vicini. Per il sacerdote serrese «L’etimologia del suo nome sembra alludere a questa particolarità; poiché la prima parte del vocabolo, Brogna, nel linguaggio volgare significa quella specie di conchiglia, con cui i porcari chiamano a raccolta le loro mandrie. Avvi però qualche oscura tradizione dell’esistenza di un antico paese posto in cima dei monti, i cui abitanti si sarebbero trasferiti nell’attuale Brognaturo. In un diploma del Conte Ruggiero si fa menzione di una località coincidente a quella di questo paesetto, sotto la denominazione greca di Brondismenon». Seguendo un metodo deduttivo si è portati a pensare che il villaggio greco, di cui parla l’estensore della menzionato relazione, potrebbe essere sorto in prossimità dei piani della “Lacina” dove una rigogliosa radura, in passato può aver ospitato un insediamento di una qualche importanza. In tale contesto troverebbe una logica spiegazione un “castello” edificato sulla sommità di un monte dal quale era possibile dominare la pianura sottostante. L’ipotesi suggestiva, anche in virtù della vicinanza della costa jonica, induce a pensare ad un villaggio sorto per favorire lo sfruttamento forestale ed a difesa del quale potrebbe essere stata schierata una piccola guarnigione. Al di là delle congetture, le poche notizie degne di essere seriamente prese in considerazione fanno risalire la costruzione del primo nucleo in muratura ai primi del ‘500. Di certo vi è che l’ultima proprietaria sia stata Maria Enrichetta Scoppa, baronessa di Badolato, nata a Sant’Andrea, nel 1831, che avrebbe eletto il maniero a propria dimora estiva fino al 1912, anno della sua dipartita. Nonostante sia descritta come donna di profondi sentimenti religiosi, la baronessa o qualche sua lontana antenata sarebbe all’origine di una leggenda che in passato doveva suscitare non poco i pensieri pruriginosi di una comunità tutta dedita alle attività agro-pastorali. Fino a qualche decennio addietro, infatti, si narrava che la nobildonna, alla ricerca di facili ma silenti avventure amorose, fosse solita ospitare nella sua magione aitanti giovani dei paesi vicini destinati, dopo aver goduto dei piaceri della carne, a sparire nelle paludi circostanti. A rendere la storia verosimile la presenza, dove oggi sorge il lago Alaco, di un’estesa torbiera nella quale erano possibile rinvenire diversi fenomeni carsici nei quali, secondo il racconto di vecchi pastori, “poteva sparire un’intera coppia di buoi”. Lasciata la leggenda, di quell’antica residenza, alla quale doveva essere associata una chiesa di cui si è persa ogni traccia, oggi non rimane che un imponente rudere sul quale imperiosi si ergono le caratteristiche torri angolari. Le poche persone che ancora conoscono il sentiero che conduce la castello di tanto in tanto vi fanno ritorno per ammirare il lago sottostante, sul quale sembra specchiarsi l’ennesimo pezzo di storia perduta. 

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