mini vigili_del_fuocoMomenti di panico oggi a Spadola intorno all'ora di pranzo, quando un incendio ha praticamente distrutto un'abitazione situata in pieno centro cittadino, a pochi passi da piazza Ionadi. Sul posto si è reso necessario l'intervento dei Vigili del Fuoco di Serra San Bruno e di Chiaravalle Centrale - i quali hanno evitato che le fiamme si estendessero anche alle abitazioni limitrofe - oltre che quello degli agenti del Commissariato di Polizia della cittadina della Certosa. Incerte, al momento, le cause dell'accaduto. Fortunatamente non ci sono stati feriti.

 

 

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alluvione vibo 2006È partito ieri mattina dinanzi al Tribunale di Vibo Valentia il processo sui drammatici fatti dell’alluvione del 3 luglio 2006 che mise letteralmente in ginocchio tutto il territorio provinciale e, in particolare, le zone tirreniche del Vibonese. All’epoca dei fatti a pagarne maggiormente le spese furono le frazioni marine del comune capoluogo, dove si registrarono tre vittime e novanta feriti, oltreché danni per 200milioni di euro. A 17 mesi dalla prima udienza subito rinviata, a 21 mesi dal rinvio a giudizio, a 3 anni e otto mesi dalla conclusione delle indagini ed a 4 anni e 5 mesi dagli avvisi di garanzia, il processo atto a far luce sulle responsabilità di quanto accaduto in quei tragici giorni è quindi finalmente ripreso. La fase di stallo - determinata da una serie di problematiche, fra cui, errori di notifica, cambi di collegio e la mancanza cronica di giudici nel Tribunale Vibonese – aveva inevitabilmente fatto dilatare i tempi del processo.

Sono quindici gli imputati che erano stati rinviati a giudizio il 18 giugno 2012, chiamati a rispondere, a vario titolo, per le accuse di disastro colposo, inondazione colposa, omicidio colposo ed omissione di atti d’ufficio. Fra questi vi sono Gaetano Ottavio Bruni, all’epoca dei fatti presidente della Provincia di Vibo ed attuale consigliere regionale in quota Udc; Paolo Barbieri, ex assessore provinciale oggi elemento di spicco del Pd vibonese; Domenico Corigliano, ex comandante della Polizia Municipale di Vibo; Ugo Bellantoni, Silvana De Carolis e Giacomo Consoli, tutti ex dirigenti del Comune di Vibo oltreché diversi dirigenti della Regione e del Nucleo Industriale. Fra le parti civili in causa vi sono le famigli delle vittime, 17 privati cittadini, il Wwf e Legambiente.

Il Tribunale collegiale presieduto dal giudice Filippo Ricci è riuscito, quindi, ieri mattina ad avviare il dibattimento ed a programmare per le prossime udienze le escussioni in aula del colonnello Michele di Nunno e del maresciallo Marcello Amico, appartenenti entrambi della Guardia di Finanza e testi dell’accusa. Il processo proseguirà il 10 aprile prossimo.

 

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mini Botti_di_Capodanno_-_Foto_Giovanni_DallOrto_1-1-2007Dieci feriti, di cui uno grave nel Vibonese, colpito da un proiettile di fucile vagante. E' il bilancio del capodanno calabrese, che vede Catanzaro come unica provincia in cui finora non si sono registrati feriti. Tre feriti a Vibo: a San Costantino Calabro un giovane romeno di 26 anni è stato raggiunto da un colpo di fucile vagante e ora si trova all'ospedale di Vibo con prognosi riservata. Gli altri due feriti hanno solo 8 e 13 anni, e hanno riportato ferite giudicate guaribili in quindici giorni. La provincia con il maggior numero di feriti è Crotone: 4 persone finite in ospedale, tra cui un ragazzo di 20 anni a cui è stato amputato un dito della mano sinistra. In provincia di Reggio Calabria due persone hanno riportato ferite non gravi alle mani ed alle gambe.

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mini breccia«Durante gli ultimi dodici anni la stella polare di Vittorio Emanuele fu l'aspirazione all'indipendenza nazionale. Quale sarà questa stella riguardo a Roma? La nostra stella, o signori, ve lo dichiaro apertamente, è di fare che la Città eterna, nella quale venticinque secoli hanno accumulato ogni genere di gloria, diventi la splendida capitale del Regno italico». Con questa dichiarazione, pronunciata al cospetto del parlamento, l’11 ottobre 1860, Cavour prefigura la presa di Roma quale momento conclusivo e culminante dell’unità d’Italia. Un evento per il quale bisognerà attendere fino al 1870, prima che i bersaglieri del generale Cadorna possano infrangere la simbolica resistenza delle truppe pontificie e consegnare Roma all’Italia. Un episodio militare secondario, per un fatto storico rilevante, cui prese parte, in un ruolo decisivo, un calabrese, nato a Soverato diciotto anni prima. Il primo ad aprire il fuoco dei cannoni, intorno alle 6,30 di martedì 20 settembre, fu, infatti, un giovanissimo sottotenente d’artiglieria, Carlo Amirante. Le salve andarono avanti per cinque ore, prima che i bersaglieri riuscissero a conquistare la breccia che avrebbe decretato la fine del potere temporale della chiesa. A propiziare l’evento una lunga serie di antefatti. Nel 1862 Garibaldi parte da Caprera alla volta di Palermo con l’intento di ripercorrere le tappe dei Mille, questa volta con destinazione Roma. La marcia dell’Eroe dei due mondi viene, però, fermata sull’Aspromonte dai bersaglieri, intervenuti per evitare complicazioni diplomatiche con Napoleone III dichiaratosi protettore di Roma. Segue, quindi, la Convenzione stipulata, a Parigi, il 15 settembre 1864 con la quale la Francia s’impegna a ritirare entro due anni le proprie truppe da Roma; in cambio l’Italia dichiara di voler rispettare l’integrità territoriale dello Stato Pontificio. Ad ulteriore garanzia, l’accordo prevede una clausola con la quale il governo italiano s’impegna a trasferire la capitale da Torino a Firenze. Un atto simbolico di rinuncia a Roma capitale destinato a suscitare nei torinesi proteste popolari talmente vibranti da indurre l’esercito ad aprire il fuoco sui manifestanti. Al termine degli scontri rimarranno sul terreno 54 morti e 187 feriti. Tre anni dopo, nel 1867 Garibaldi parte da Terni con 10.000 volontari e conquista la piazzaforte pontificia di Monterotondo, poi è costretto a capitolare a Mentana, sotto i colpi dei soldati pontifici e di quelli francesi. A mutare radicalmente il quadro e ad offrire una significativa possibilità di successo, il 2 settembre 1870, interviene la sconfitta di Napoleone III a Sedan e la conseguente fine del Secondo impero. Con la sconfitta francese, la convenzione del 1864  può essere ignorata senza il timore di un intervento a difesa di Pio IX. A metà agosto, con il giungere delle notizie delle prime sconfitte francesi sulla frontiera alsaziano-lorenese, la diplomazia sabauda si mette immediatamente all’opera alla ricerca del casus belli. Il 29 agosto, il ministro degli esteri italiano, il marchese Emilio Visconti Venosta, invia a Parigi un dispaccio nel quale, seppur in maniera sibillina comunica l’intendimento di voler trovare una soluzione alla mancata “conciliazione tra il Santo Padre, i Romani e l’Italia”. Nelle stesse ore, una circolare del Ministro degli esteri viene inviata agli ambasciatori italiani per segnalare alle potenze europee la costituzione di un esercito mercenario con il quale lo Stato Pontificio si propone di muovere un’improbabile crociata. Alla circolare è allegato un memorandum in dieci punti nel quale vengono delineate le condizioni e le proposte per salvaguardare la libertà di azione del Papa e della Chiesa. Acquisito il tacito consenso delle potenze europee, Vittorio Emanuele II rompe gli indugi e l’8 settembre fa recapitare al Pontefice una lettera nella quale comunica «l'indeclinabile necessità per la sicurezza dell'Italia e della Santa Sede, che le mie truppe, già poste a guardia del confine, inoltratesi per occupare le posizioni indispensabili per la sicurezza di Vostra Santità e pel mantenimento dell'ordine». L’11 settembre, il Pontefice replica: « Maestà, Il conte Ponza di San Martino mi ha consegnato una lettera, che a V.M. piacque dirigermi; ma essa non è degna di un figlio affettuoso che si vanta di professare la fede cattolica, e si gloria di regia lealtà». Nelle ore in cui Pio IX verga la sua risposta, al generale Raffaele Cadorna viene diramato l’ordine di predisporre la marcia dei suoi 60 mila uomini alla volta di Roma. Domenica 18, l’esercito italiano è accampato alle porte della capitale. A fronteggiarlo 15 mila soldati, prevalentemente Zuavi, comandati dal generale Kanzler. Con lo scontro ormai imminente, Pio IX decide di non abbandonare Roma e di opporre una simbolica resistenza a prova della violenza subita. La mattina del 20, si preannuncia come una giornata calda, anche dal punto di vista climatico. Come appunta, sarcasticamente, nel diario dell’Osservatorio meteorologico del Collegio Romano, il direttore padre Angelo Secchi, «20 settembre. Bello. Cannonate al mattino, furfanterie fino a sera. Nord e sud – ovest leggero. Cresce poco il barometro. Magneti poco regolari». Alle 6,30 le prime salve di cannone investono le mura della Città eterna, alle 10 si apre la prima breccia, pochi minuti dopo parte l’ordine di capitolazione, la bandiera bianca viene issata su Castel Sant’Angelo e sul torrino del Quirinale. Lo scontro, durato una mattinata, lascia sul terreno 13 ufficiali, 43 soldati e 141 feriti da parte italiana; 20 morti e 49 feriti tra i papalini. Il 2 ottobre si celebra il rito del Plebiscito con i seguenti risultati: a Roma 40765 sì e 46 no; in tutto lo Stato 133681 sì e 1507 no. L’apertura della breccia di Porta Pia spesso è stata celebrata dalle diverse confraternite anti-clericali come il trionfo sull’oscurantismo cattolico. Tuttavia,  poche volte viene ricordato che autore materiale della breccia fu il calabrese Carlo Amirante il quale, dopo essere rimasto ferito negli scontri, indirizzerà a Pio IX una lettera nella quale spiega: «La mattina del 20 settembre scorso dovetti come militare eseguire senza discutere gli ordini che mi erano stati dati. Fui ferito e chissà che la Beata Vergine non mi abbia salvato concedendomi il privilegio di inginocchiarmi ai piedi di Vostra Santità». Il Pontefice lo convocò subito e lo ricevette in udienza privata. Dopo l’incontro il giovanissimo capitano, era stato promosso sul campo per la ferita subita, decide di lasciare la divisa italiana per abbracciare le insegne del papa. Nel 1877 viene ordinato sacerdote ed inviato a Napoli dove morirà nel 1934. Nel corso della sua vita, oltre a spendersi in opere caritative, si interessa di matematica, musica e lettere, annoverando tra le proprie allieve la scrittrice Matile Serao. Il 19 giugno 1980 viene aperta la sua causa di beatificazione. Per una sorta di eterogenesi dei fini con la medesima cannonata la Chiesa ha perduto il potere temporale e conquistato un beato. Per uno degli strani scherzi di Clio, invece, gli anticlericali celebrando Porta Pia, ricordano, anche, quel soldato fattosi prete.  

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mini bottiCome ogni anno, nel giorno in cui tra auguri e buoni propositi si smaltiscono i postumi di cenoni e veglioni, tocca fare il consuntivo delle persone che nella notte hanno rischiato grosso a causa di petardi e colpi d'arma da fuoco esplosi per festeggiare l'arrivo del nuovo anno. Il bilancio del capodanno in Calabria è di 22 feriti a causa di botti e petardi, con diverse persone colpite anche, in modo non grave, da proiettili vaganti. In provincia di Vibo Valentia i feriti sono tre, di cui il più grave è sicuramente un uomo di Soriano che ha dovuto subire l'amputazione del dito per i danni riportati nell'esplosione di un potente petardo. In provincia di Reggio Calabria almeno tre persone, tra cui una donna di 60 anni, sono state raggiunte da proiettili vaganti e hanno riportato ferite comunque non gravi. 6 feriti a causa dei botti nella provincia reggina e 8 in quella di Catanzaro. Un 25enne catanzarese ha perso un occhio, mentre due persone, sempre nel capoluogo di regione, hanno perso una mano. A Crotone, un ragazzo di 10 anni è stato ferito ad una gamba da una pallottola vagante, ma le sue condizioni non destano preoccupazione. 

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