mini piero_aielloSolo ascoltando l’analisi del viceprocuratore Antimafia, Giuseppe Borrelli, ci si rende realmente conto di quale fosse la potenza del clan Giampà e quale influenza esercitasse, incontrastato, su tutto il territorio lametino: «C'era una parte della città che pur senza svolgere attività criminali, approfittava ampiamente delle opportunità di guadagno messe a disposizione dal clan». Una vera e propria rete del malaffare, in cui convergevano, direttamente o indirettamente, diversi soggetti appartenenti alla cosiddetta “società civile”. Borrelli parla di «una struttura al servizio della città», uno sportello di servizio a cui il cittadino - sia forte che debole, sia facoltoso che povero - poteva facilmente fare riferimento per ricevere aiuto. Questa era la cosca Giampà, decimata ieri mattina dalla maxi-operazioni della Dda di Catanzaro. Un’inchiesta di ‘ndrangheta buona quindi a far affiorare anche la cosi detta “zona grigia”, che non era mai emersa in precedenza, neanche nelle due volte in cui venne sciolto il Consiglio comunale lametino per ingerenze con la criminalità organizzata, nel 1991 e nel 2002. Secondo lo stesso Borrelli: «A Lamezia la zona grigia non è in realtà un'area esclusivamente qualificata, costituita da avvocati, imprenditori, politici, ma prescinde piuttosto dalla professione».

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Domenica, 19 Maggio 2013 14:28

Lamezia, 36 condanne per il clan Giampà

mini tribunale136 richieste e 36 condanne, con risarcimento alle parti civili, incluso il comune di Lamezia. Il giudice per le udienze preliminari di Catanzaro, Giovanna Mastroianni, ha confermato l’impianto accusatorio a carico degli imputati nel processo nato dall’operazione "Medusa" del 26 giugno 2012. Condotta dalla Dda catanzarese, l'inchiesta ha portato all’individuazione di esponenti di spicco e gregari del clan Giampà di Lamezia. Con accuse che vanno dall’associazione mafiosa all’estorsione, passando per i reati di estorsione, usura, danneggiamento, detenzione abusiva di armi e favoreggiamento. La condanna più alta, 13 anni e 8 mesi, è stata comminata ad Aldo Notarianni, ritenuto la figura apicale della cosca. 12 anni al capo del gruppo criminale, Francesco Giampà, detto "il professore". Sei anni e otto mesi al figlio Giuseppe Giampà, diventato collaboratore di giustizia, e cinque alla moglie, Pasqualina Bonaddio. Per gli altri imputati coinvolti le pene variano dai dieci anni all’anno e otto mesi di reclusione.

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