mini Documento_-ordinanza__19-2013_revoca_1.PDF-page-001Con l’ordinanza n.19 del 29 novembre 2013, pubblicata ieri sull’albo pretorio del Comune di Serra San Bruno, il sindaco Bruno Rosi ha revocato l’atto di non potabilità dell’ottobre scorso, con cui di fatto, circa un mese e mezzo fa, si dichiarava il divieto dell’uso dell’acqua erogata dal serbatoio ‘Castagnari’ ai fini del consumo umano.
 
Il provvedimento precedente, sancito con un’ordinanza di non potabilità il 18 ottobre 2013, era stato disposto in seguito alle analisi eseguite dalla ditta Esi Lab s.r.l., che avevano evidenziato la presenza, oltre i limiti massimi previsti dalla legge, di elementi microbiologici in uscita dal suddetto serbatoio comunale. 
 
La non conformità è stata, quindi, di fatto revocata ieri dopo 43 giorni, anche se al documento sottoscritto dal primo cittadino serrese non risultano allegate le tabelle dei rapporti di prova del campionamento effettuato per misurare la potabilità, né tanto meno i parametri riscontrati in quantità anomala furono pubblicati in precedenza, al momento della dichiarazione di non potabilità del 18 ottobre. Insomma, ultimamente ai cittadini viene puntualmente segnalata la bontà o meno del liquido erogato direttamente nelle loro case, ma, come al solito, rimane ancora un arcano riuscire a capire quali siano i valori anomali e soprattutto in quale quantità questi divergano dai limiti indicati dal D.Lgs del 31/2001. 
 
L’ordinanza di revoca della potabilità dell’acqua è stata comunque diffusa, non solo con la pubblicazione sull’albo pretorio on line dell’ente comunale, ma anche mediante affissione nei principali locali pubblici. Copia dello stesso atto è stata altresì trasmessa al Distretto sanitario di Serra San Bruno, all’Asp provinciale e all’Ufficio Territoriale del Governo di Vibo Valentia.
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Il valzer delle ordinanze di non potabilità, inscenato ormai da mesi dall’amministrazione comunale serrese, sembra non volersi arrestare. Mentre ancora sussiste l’ordinanza di non potabilità per l’acqua erogata dal serbatoio ‘Castagnari’, con l’ordinanza n.28/2012 del 3 ottobre, viene dichiarata non potabile anche l’acqua del serbatoio ‘Guido’ che rifornisce Via Nicolas Green e zone limitrofe. La non conformità pare si riferisca a dei parametri microbiologici di campioni prelevati venerdì 28settembre dalle fontane pubbliche di Guido, Scorciatina, Santa Maria e piazza Mons. Barillari.
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mini municipio_serraSERRA SAN BRUNO – Come se non bastasse tutta la preoccupazione sorta nei cittadini dopo il sequestro dell’invaso dell’Alaco, l’amministrazione Rosi aggiunge ulteriori tasselli al già confusionario quadro riguardante la potabilità dell’acqua sul territorio comunale. Dopo l’ordinanza emanata in fretta e in furia sabato sera, che vietava il consumo umano dell’acqua in seguito alle comunicazioni telefoniche ricevute da EsiLab, una nuova ordinanza del sindaco, alquanto caotica, conferma che l’acqua non è potabile, ma con delle precisazioni. Innanzitutto l’ordinanza di Rosi dice che l’acqua erogata da Sorical non è potabile, e Sorical, dice sempre l’ordinanza, serve quasi tutto il territorio comunale.

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mini foto_pezzo_barrecaAveva tentato, Romano, di porre un freno alla follia popolare sfruttando l’autorevolezza del medico, le prerogative dell’Ufficiale Sanitario, la persuasività dell’uomo di scienza. Venuto casualmente a sapere della diffusione del morbillo, aveva sollecitato l’ordinanza del primo maggio con la quale i padri di famiglia, gli insegnanti di scuole pubbliche e private, le majìstre, gli osti e gli altri venditori di bevande spiritose venivano obbligati a denunciare i casi di malattie esantematiche. La sera del 21 maggio si era precipitato dal sindaco -il quasi settuagenario, illustrissimo avvocato Don Bruno Chimirri, ex ministro dell’Agricoltura e poi delle Finanze, senatore del Regno, ancora carico dei voti piovutigli addosso alle elezioni comunali di marzo che avevano scongiurato la per nulla tangibile minaccia di consegnare il paese ai socialisti come Romano- e aveva inutilmente richiesto che la processione fosse vietata. Le scuole erano state chiuse, certo, ma a che pro, se poi quegli stessi bambini venivano trascinati in riunioni e processioni affollate di muocchi, sputazze, racti e lappari sudati?

 Il 7 giugno, finalmente, di fronte a una situazione prossima all’insostenibilità, l’amministrazione comunale decideva di raccogliere tutto il suo coraggio ed emanare l’ordinanza in base alla quale si vietavano «tutti gli assembramenti di persone da qualsiasi motivo determinati sia in luogo aperto che in luogo chiuso».

 Ma si sa che il fanatismo politico e religioso –lo aveva spiegato bene il dott. Livi senese pochi anni prima- è come corrente elettrica che si propaga non vista, ma avvertita e profonda, nelle moltitudini invase da un’idea, e facilmente si acutizza, trascinando la massa in uno stato di febbre convulsiva che la rende capace solo di sentire, non di riflettere né di ragionare, per consegnarla legata mani e piedi a preti e politicanti indaffarati a perpetuare ed estendere la loro forza. Politica e religione, anch’esse colpevoli in quanto complici dell’epidemia, Romano le ritrae a tinte fosche, come forze oscure, irrazionali e impersonali, intente a complottare ai danni della luminifera verità della scienza,  con modi e toni che richiamano  da vicino quell’anticlericalismo e materialismo fin troppo schietto e becero di riviste ottocentesche come il Libero Pensiero (dal 1873 il Libero Pensatore), il sedicente «giornale dei razionalisti» uscito settimanalmente tra il 1866 e il 1875 prima a Parma, poi a Firenze e infine a Milano.

 E l’accusa più infamante dalla quale Romano deve difendersi è proprio quella, mossagli dai preti, di essersi inventato tutta la storia del contagio e della quarantena solo per dare libero sfogo al suo conclamato anticlericalismo, per impedire alla gente di andare a messa e riuscire così a minare alla radice la religiosità del popolo.

 L’amministrazione non aveva perso tempo a fiutare il sentimento popolare e ad assecondare la volontà di un popolino piegato dalle «lojolesche mene» dei preti: dopo sole 48 ore l’ordinanza del 7 giugno veniva revocata dal sindaco su «conforme parere della Giunta Comunale» sulla base della constatazione che «nessuna misura preventiva poteva ormai evitare il contagio». Una giustificazione assurda che alle orecchie di Romano suonava come un insulto personale, probabilmente dettata non da senatoriale ebetudine ma da un lucido e consapevole calcolo politico.

Ferito, insultato e offeso, Romano rassegnava quindi le proprie dimissioni dall’incarico di ufficiale sanitario, dimissioni che sarebbero state effettive non appena terminata l’epidemia. Scavalcando il Comune, si rivolgeva direttamente alla Provincia e alla Prefettura, invocando la forza bruta dei carabinieri -la bajonetta finalmente- a vigilare a che i malati non ricevessero visite e non uscissero di casa; garantiva ai cittadini e agli studenti l’accesso alle scuole e agli altri uffici pubblici solo se vestiti con abiti freschi di bucato, aumentava la frequenza delle disinfezioni, fermamente determinato a ripulire il paese dal morbo e dalla lordura.

 Alla metà di luglio, finalmente, l’epidemia era rientrata. Le scuole venivano riaperte, e Romano si apprestava a redigere la relazione da inviare all’Ufficio Sanitario Provinciale. Tuttavia, non intendendo lasciare che tutta la vicenda si riducesse ad un dattiloscritto da far ingiallire negli archivi della Provincia, al contrario fermamente deciso rendere pubblica la sua relazione, non solo come piccolo contributo alla letteratura epidemiologica sul morbillo, allora in forte aumento, ma anche e soprattutto come atto d’accusa nei confronti della gente, del Comune e della Parrocchia, il primo agosto Romano faceva frettolosamente stampare il suo resoconto alla tipografia L. De Francesco & Raho di Serra San Bruno e ne inviava una copia alla Provincia, l’altra alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, dove sarebbe stata custodita e quindi resa pubblica, un memento per ricordarsi di cosa può succedere quando una popolazione è abbandonata a se stessa, alla sua ignoranza, e viene privata della competente e continua attenzione dei propri medici.

prima parte

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