processione-oppido-mamertinaNonostante la religiosità ostentata la domenica in chiesa dal popolo calabrese e la “completa” sottomissione alle parole di Papa Bergoglio (dimostrata giusto quindici giorni addietro durante la visita pontificia a Cassano Jonio), sembrerebbe che il rispetto delle cattive convenzioni (non) sociali abbia il sopravvento su tutto. Il singolare gesto di Papa Francesco, che dalla piana di Sibari ha tentato di tracciare un futuro migliore per il popolo di Calabria scomunicando i mafiosi, non ha avuto seguito.

Come tutti oramai sanno, la processione della Madonna delle Grazie ad Oppido Mamertina (2 luglio scorso) è stata teatro di un vile atto che ha allarmato il campanello della cronaca nazionale. Durante il consueto corteo in occasione della festa religiosa, i fedeli al seguito della statua e coloro che la portavano in processione, hanno fatto una sosta sotto la casa del presunto boss Giuseppe Mazzagatti (82 anni, agli arresti domiciliari), in segno di omaggio. Nei giorni trascorsi, sulla scorta delle parole di Papa Bergoglio, tutti hanno cercato a loro modo di denunciare il fatto. Il risultato, in termini di sensibilizzazione è stato alquanto deludente.

Ieri, la figlia di Mazzagatti, con uno sproloquio tra il sacro e il profano, ripresa da Il Fatto Quotidiano, ha smentito tutto, sostenendo che durante la processione non c'è stato nulla di anomalo, che la 'ndrangheta non esiste e che i suoi familiari – ingiustamente detenuti – sono stati condannati «come Giuda ha condannato il Signore». I detenuti del carcere di Larino, in provincia di Campobasso, hanno disertato la messa domenicale per protesta contro la scomunica lanciata dal Papa, quasi come per dire «siamo tutti mafiosi e dunque, colti dalla scomunica, non vale la pena andare a messa». Due giorni fa, durante la celebrazione della messa a Oppido Mamertina, il giornalista Lucio Musolino de Il Fatto Quotidiano è stato allontanato dalla chiesa dopo che il parroco dall'altare aveva intimato i presenti a prenderlo a schiaffi. Gli stessi non hanno mancato di eseguire l'ordine di don Benedetto Rustico quasi aggredendo il giornalista. Nemmeno in veste di fedele, dunque, qualcuno si è risparmiato nell’ostentare comportamenti malavitosi. Certo la gente non ha fatto e non sta facendo la sua parte, ma dal canto suo, la Chiesa dopo la prima uscita sul proscenio, sembra sparire nel nulla. Le parole di Monsignor Milito, che all’occasione cerca di rassicurare tutti promettendo «chiarezza su quanto avvenuto», non convincono per nulla.

Come ha ricordato ieri in un editoriale il direttore del Corriere della Calabria, Paolo Pollichieni, quando scoppiò il caso di don Memè Ascone, storico parroco di Rosarno che non ha esitato a deporre in Tribunale in difesa di quei boss mafiosi che Papa Francesco ha inteso, invece, scomunicare, monsignor Milito fece visita al sacerdote e gli diede solidarietà. Davanti ai giudici, nel luglio dello scorso anno, il prete si era accomodato per dire: «Penso che Rosarno sia stata messa in una cattiva luce. È stata chiusa la sede scout per mafia, e siamo passati per razzisti, per cattivi contro i negri, c'è stata una serie di cose che hanno buttato fango su Rosarno e sui rosarnesi, e molti stanno pagando innocentemente penso». Tra gli innocenti, don Memè poneva Francesco Pesce, Domenico Varrà e Franco Rao, tutti imputati nel processo “All Inside” e arrestati nel maggio dell’anno scorso. A suo dire la colpa è dello Stato che non dà il lavoro, mentre i mafiosi sarebbero da elogiare perché il lavoro lo danno. D’altronde la Calabria è così assuefatta a commistioni anche molto più gravi di quelle palesatesi lo scorso 2 luglio a Oppido Mamertina, che, forse, se non fosse stata così recente la scomunica del Papa, l’evento sarebbe passato quasi inosservato.

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mini OK1-240x214Confesso. Ho ucciso centinaia di uomini, forse migliaia. Soldati, indiani, cowboy. Senza alcuna pietà. Impassibile, come il migliore cecchino, ho sparato colpi mortali con pistole e fucili di ogni genere e tipo. Avevo sulla coscienza chissà quanti massacri e poi, senza pensarci più di tanto, ogni sera, con freddezza assoluta, andavo a letto presto. Alle 8 e mezza, massimo le 9. E ci dormivo su, tranquillo. Come se nulla fosse. Succedeva alla fine degli anni Ottanta. Avrò avuto sei anni e come tutti i bambini della mia età giocavo alla “guerra” con i miei fratelli. Con i cugini. Con gli amici che credevi potessero essere quelli di una vita e poi, per un motivo o per l’altro, li hai persi per strada. Lo ricordo sorridendo, con angoscia e malinconia. Soldatini, pistole ed armi giocattolo: i nostri passatempi preferiti. 

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Venerdì, 28 Dicembre 2012 16:28

‘Ndrangheta. Una piaga d'importazione

mini sharo_-_la_stampaA ben leggere nelle vicende storiche della 'ndrangheta, il suo dapprima lento e poi via via sempre più accelerato accrescimento è anche frutto di grossolani errori di valutazione. L'onorata società calabrese è stata in ogni tempo sottovalutata e ritenuta pericolo minore rispetto a quella siciliana. La riprova è nell'intervento delle forze dello Stato nella Locride e sull'Aspromonte, prima quasi inesistente ed ora massiccio in seguito alla frustata inferta moralmente da una madre scesa da Pavia in Calabria por cercare di recuperare il figlio prigioniero dell’anonima.

Il primo errore fu commesso all'alba dell'unità nazionale, allorché si provocò l'innesto sul suolo continentale della mafia siciliana. Avvenne sotto il governo Minghetti. Il ministro Tantelli, per rompere collusioni tra l'associazione criminosa e la pubblica sicurezza nelle province di Palermo, Trapani, Girgenti e Caltanissetta, adottò energiche misure di prevenzione. A partire dal 1874 per tre anni centinaia di mafiosi furono arrestati e condannati al domicilio coatto nelle isole di fronte alla Sicilia. Un contingente ebbe a destinazione la dirimpettaia Calabria

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mini liberaRiceviamo e pubblichiamo:

I Coordinamenti di Cosenza, Vibo Valentia  e Lamezia di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie esprimono la loro assoluta ed incondizionata solidarietà a Francesca Viscone, autrice (tra le altre cose) di pregiatissime riflessioni sul fenomeno della ‘ndrangheta a Claudio La Camera, coordinatore del Museo della ‘ndrangheta di Reggio Calabria  per le vili e volgari intimidazioni ricevute da Francesco Sbano e Domenico Siclari nei cui confronti  è stato prontamente depositato un esposto alla Procura della Repubblica di Reggio Calabria. Evidentemente turbati e infastiditi dalle attività educative svolte negli ultimi anni, che mirano, tra le altre cose, a smascherare l’uso strumentale che i mafiosi hanno fatto della musica popolare, smitizzando i capi mafia e la viltà dei loro gesti, il sedicente autore ed il sedicente suo manager-produttore del cd. “i canti di malavita”– come può leggersi nell’esposto – hanno dato in escandescenza riservando a Francesca Viscone il solito epiteto che gli uomini a corto di idee riservano alle donne. Se per questi due signori la riproposizione mediatica degli pseudo valori mafiosi è attività finanche lucrosa, per noi di Libera e per tutti quelli che come Viscone si impegnano quotidianamente per la legalità e contro tutte le mafie valgono ben altri valori che hanno a che fare con la emancipazione sociale di questa terra a partire dalla demistificazione del sostrato culturale che alimenta la cosiddetta “onorata società”.

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