soro19Il primo di maggio del 1569 Carlo d’Asburgo, Arciduca d’Austria e fratello del nuovo Imperatore Massimiliano, è in visita a Firenze, dove viene sontuosamente accolto dal duca Cosimo e dal di lui figlio Francesco, il quale, solo quattro anni prima, aveva sposato Giovanna d’Austria, sorella di Carlo. In onore dell’Arciduca viene rappresentata la commedia la Vedova, opera del commediografo e letterato di corte Gian Battista Cini. Personaggi principali della commedia sono, tra gli altri, un soldato siciliano (Fiaccavento), un signore veneziano (Messer Marino) e un gentiluomo napoletano (Cola Francisco Vacantiello). A un certo punto dell’intreccio, Messer Marino comunica a Fiaccavento l’intenzione di dare sua figlia in sposa a Cola Francisco, affermando che quest’ultimo aveva assicurato di far arrivare dalla Calabria, sua terra d’origine, tutte le carte utili a comprovare il suo rango. All’udire che Cola Francisco è di origine calabrese, tuttavia, Fiaccavento mette in guardia Messer Marino, sbottando:

Dunque, iddu è Calabrisi? Uh santu Diavulu

Di Paliermu! Ah, ah, ah! Et vui buliti

Donar mugghieri, ah, ah! cum reverentia

A nu strunzu d’asin calavrisi? Et nun

Sapiti ancora lu muttu?

[..]

Et nun sapiti chi nostru Signuri

Deu, quandu criau lu Mundu, dissi

A chisti disgratiati: “Surgite,

Calabrorum de stercore asinorum”?

Et chi si dici de lu Calavrisi:

“Trista la casa chi ci sta lu misi,

Et si ci sta l’annu,

Ci duna lu malannu”?

Quando, nel corso della vicenda, Fiaccavento e Cola Francisco si trovano insieme sulla scena è un profluvio di insulti, con il soldato siciliano che insiste sulle origini calabresi di Cola Francisco come speciale motivo di biasimo. «Vattinni a Riggiu», incalza Fiaccavento, «non senti li Turchi comu si sunnu accunzati? chi vonnu veniri un atra vota a saturari megghiu li vostre fimmene». E se Cola Francisco prova a replicare con un «Siciliano pisciaza di Franzisi» e altre ingiurie, Fiaccavento ribatte pronto con «Bastardu di li Turchi» e «Iuda imprennasumeri».

L’inclinazione al tradimento è uno dei caratteri che più comunemente sono stati attribuiti ai calabresi, e nel Sedicesimo secolo l’immagine del calabrese traditore, spesso rinvigorita dal sospetto di familiarità di sangue col Turco, è profondamente radicata e fermamente consolidata. Non era forse stato un vecchio bombardiere calabrese colui che, passando tra le file del nemico, aveva suggerito a Saladino il modo di prendere la città di Strigonia, nel cuore dell’Ungheria, nel 1543? – Questo, almeno, è quanto riferisce lo storiografo di Francia, Gilbert Saulnier du Verdier. Nel 1569, il calabrese più famoso d’Europa è, senza ombra di dubbio, il terribile “Re” d’Algeri, il rinnegato Occhialì (o Lucalì, Uccialì, Ulucci Alì, Ulug Alì, Uluds Alì, e altri ancora), ovvero Gian Dionigi Galeni da Le Castella, rapito dai turchi nel 1536 e venduto come schiavo a Istanbul, dove si era convertito all’Islam per non incappare nella pena capitale comminata agli schiavi che si macchiavano di omicidio. Occhialì aveva percorso tutto il cursus honorum all’interno della marina militare ottomana sotto la guida del famoso Dragut, al quale era poi succeduto nella carica di Vicerè d’Algeri e Signore di Tripoli. E ora eccolo, il calabrese che non aveva avuto timore di rinnegare la propria fede per aver salva la vita, intento a versare il sangue dei suoi fratelli e a razziare le loro terre, a commerciare in cristiani e a costruire moschee in onore del Dio degli infedeli.

 D’altra parte, umanisti come Niccolò Perotti o Pietro Crinito (Pietro Baldi Del Riccio), ghiotti di curiosità filologiche e favolose, non avevano incontrato difficoltà a rintracciare, nei vecchi testi degli storici, le prove dell’iniquità connaturata al carattere calabrese. E se Perotti doveva metterci del suo per interpretare i Bilingues bruttates come i Bruzi voltagabbana (quando il grammatico Festo –rimandando a Ennio– altro non intendeva che i Bruzi bilingue, in quanto essi parlavano sia il Greco che l’Osco), per Crinito è sufficiente richiamare le testimonianze di Diodoro Siculo, Tito Livio, Strabone e Aulo Gellio per corroborare, su un piano apertamente accademico, il pregiudizio “anticalabrese”. Per Diodoro Siculo e Strabone, i Bruzi erano disperati in fuga dal territorio dei Lucani che si erano raccolti nell’impervio, estremo sud della penisola, e il cui stesso nome, Brettioi, tradiva la loro origine e indole: quella di essere schiavi. Nella storia di Roma immaginata da Tito Livio, i Bruzi sono il popolo che non perde tempo a schierarsi dalla parte di Annibale, quando questi attraversa l’Italia in groppa ai suoi elefanti. Traditori di natura, e piuttosto tardi di comprendonio, si fanno ingannare da Quinto Fabio Massimo, aiutandolo a prendere Taranto solo perché l’ufficiale della guarnigione bruzia lasciata da Annibale a guardia della città s’è infatuato d’una donna. Alla fine della guerra, agli ormai sottomessi Bruzi i Romani vincitori negano la cittadinanza e li interdicono dal servizio militare. Piuttosto, racconta Aulo Gellio, essi sono destinati al servizio più infamante: quello di flagellatori al servizio dei magistrati provinciali. Su questi elementi si costruisce, a partire dal Medioevo e poi nel Rinascimento, con Perotti in prima linea, la convinzione che vuole i Calabresi torturatori e flagellatori di Gesù Cristo. I Calabresi, anzi, sono tutt’intorno al Messia durante la passione: calabresi i fustigatori; calabrese –di Cosenza, capitale del Bruzio– Pilato; calabrese, addirittura, Giuda Iscariota. I calabresi, insomma, contendono agli ebrei il non invidiabile titolo di carnefici di Nostro Signore, quando non sono essi stessi additati malevolmente come giudei.

 Di queste accuse e delle repliche che seguono rende conto, mirabilmente, Augusto Placanica nella sua Storia della Calabria, mettendo in luce, oltreché la durezza del pregiudizio anticalabrese, la mitizzazione della Calabria operata, in contrapposizione a quel pregiudizio, dagli stessi intellettuali calabresi. Uomini di solida dottrina come Barrio, Telesio, Campanella, Fiore da Cropani e, più tardi, Posterario, si impegnano attivamente a controbattere alle accuse e riabilitare l’immagine del calabrese. Essi, tuttavia, si trovano nella difficile situazione di rivolgersi a interlocutori che della Calabria e dei calabresi quasi mai avevano fatto esperienza –e forse mai l’avrebbero fatta– e già cominciavano a infatuarsi dell’idea del calabrese come “selvaggio d’Europa”. E in questa mitizzazione ad usum externorum si rincorrono e si perpetuano, in Telesio come in Campanella, i motivi della fertilità del suolo calabrese, della bellezza del paesaggio, dell’antica sapienza pitagorica ancora riverberante nel più umile dei suoi abitanti. L’opera di Gabriele Barrio da Francica, De Antiquitate et situ Calabriae (1571), alla quale avrebbero attinto innumerevoli intellettuali e per la redazione della quale l’autore aveva ottenuto l’appoggio di un altro calabrese illustre, il cardinal Guglielmo Sirleto, bibliotecario e custode della Biblioteca Vaticana, è il primo e più sistematico –se non il più efficace e rigoroso– tentativo di autorappresentazione della Calabria e dei calabresi di fronte ai topoi della letteratura umanistica. L’obiettivo dichiarato di Barrio è quello di «riportare in luce una verità che dai detrattori viene taciuta o viene ignorata», ed è un obiettivo che viene perseguito, in primo luogo, su un piano accademico. Le pagine dell’opera di Barrio, grondanti di squisita e raffinatissima erudizione, prima ancora che col pregiudizio mentale e culturale, cercano un confronto con la tradizione storico-letteraria sedimentatasi nel corso dei secoli. La Calabria di Barrio non è meno letteraria di quella di Perotti e Crinito, ed è costruita coi medesimi arnesi da quelli utilizzati: il ricorso a un passato remoto, quando non leggendario, e l’elevazione di suggestioni al rango di prove e documenti.

 Questa letterarietà costituisce uno degli elementi portanti che caratterizza l’autorappresentazione della Calabria sino ai giorni nostri, così come l’idea del contrasto tra la natura –meravigliosa e incontaminata– e l’iniquità dei feudatari e dei padroni. Nell’opera di Barrio è già evidente quella tensione tra la bontà della natura e la malvagità dell’uomo che avrebbe condizionato pesantemente l’autorappresentazione dei calabresi nei secoli a venire, e avrebbe determinato, nella grande maggioranza dei casi, lo slittamento verso una dimensione mitico-letteraria, necessariamente ottenuta tacendo quanto si sarebbe scelto di non vedere. È esattamente a questa tensione e a questo slittamento che Corrado Alvaro si riferisce quando afferma che i calabresi «mettono il loro patriottismo nelle cose più semplici, come la bontà dei loro frutti e dei loro vini. Amore disperato del loro paese, di cui riconoscono la vita cruda, che hanno fuggito, ma che in loro è rimasta allo stato di ricordo e di leggenda dell’infanzia». La stessa tensione e lo stesso slittamento che si ripresentano puntualmente, ogni volta che un spot pubblicitario, un film o un libro ci costringono ad autorappresentarci.

Nell'immagine: Anonimo, Uomo in costume calabrese (PInacoteca del Museo Civico di Foggia)




Pubblicato in CULTURA
 
 

serra nel_volley

Dopo vari tentativi finalmente Fiorindo Lagrotteria, appassionato da  sempre di uno sport che ancora purtroppo a Serra è da considerare minore, c’è riuscito. Ed è soprattutto grazie a lui – mister e presidente, nonché finanziatore maggiore della squadra - che l’ASD Serra nel Volley oggi è divenuta una solida realtà. 
Si tratta di una squadra maschile di pallavolo composta esclusivamente da ragazzi del circondario. Quella dell’ASD Serra nel Volley è quindi una storia di puro amore per una pallavolo ancora ai margini del tessuto sportivo e culturale della nostra zona. Basti pensare che anche gli stessi tesserati hanno deciso di contribuire alle spese per il sostentamento del gruppo, versando simbolicamente una quota mensile. Insomma Serra nel Volley è proprio frutto della passione di un gruppo di giovani, che oltre a sudare e faticare in partite ed allenamenti, mettono personalmente mano alla saccoccia pur di vedere concretizzatosi il loro progetto. Preziosa è stata, inoltre, la collaborazione di poche attività commerciali sensibili alla causa e che hanno partecipato finanziando la fornitura dell’abbigliamento sportivo (tute per gli allenamenti e le divise per le gare ufficiali).
Il sogno è diventato realtà giorno 7 gennaio 2012, quando il comitato provinciale di Catanzaro con una e-mail ufficializza che l'A.S.D. Serra nel Volley é stata iscritta ai campionati interprovinciali di Prima Divisione. 
Il girone inizia con il forfait della squadra di Pizzo Calabro che non si presenta alla prima di Campionato prevista, secondo il calendario ufficiale, fra le mura amiche della palestra interscolastica di Via Guardaboschi Mulè, che versava in condizioni pietose e per l’occasione letteralmente messa a nuovo proprio dai ragazzi dell’ASD Serra nel Volley. La seconda giornata vede la compagine serrese impegnata in trasferta a Sant'Andrea dove la squadra del mister Pasquale Barone conquista la posta in palio vincendo 3 a 1. Ma è un risultato bugiardo vista la buona prestazione dei ragazzi di coach Lagrotteria, che erano perfino riusciti a portarsi sullo 0 a 1, aggiudicandosi il primo set.
Le vere emozioni arrivano quindi, in quella che di fatto è stato il primo incontro interno. Sabato scorso a Serra arriva il Blue Angel Volley Cotronei. I preparativi iniziano già tre ore prima dell’incontro, quando ancora alcuni atleti, si accingono a pulire la palestra e sistemare la rete, il campo e gli spogliatoi, fino a pochi minuti dal riscaldamento. 
Si inizia alle 18. La partenza non è delle migliori. Il Serra nel Volley va sotto di qualche punto, ma gli atleti non demordono e cercano in tutti i modi di stare attaccati all'avversario. Un doppio cambio porta a pochi punti dal traguardo del primo set, ma un po di disattenzioni e piccoli errori consegnano di fatto la prima frazione di gioco agli avversari. 
Anche il secondo set inizia male. Infatti, pur facendo vedere delle belle azioni e buoni recuperi, si arriva sul 15 a 18 per i ragazzi di Cotronei, ma un altro doppio cambio, con in battuta il piccolo Raffaele Marino (classe '99) riporta gli uomini di mister Lagrotteria in vantaggio per 23-19. Seguono ben 8 buone battute, ed il secondo set è messo in cassaforte dagli atleti di casa.
Sulle ali dell’entusiasmo, terzo e quarto set seguono una trama del tutto diversa, che vede il Serra nel Volley dominatore assoluto degli ultimi due set dell’incontro, con confermato in campo da titolare il giovanissimo Marino che dà sicurezza in ricezione e in copertura. Le ultime due frazioni di gara iniziano quindi bene e si concludono altrettanto: 25-22 e 25-19. In definitiva, più che positive le prestazioni di tutti i pallavolisti serresi. A partire da Francesco Galeano che ha messo a segno un infinità di punti e Giuseppe Bonazza, il libero, che con precisione ha girato una mole impressionante di palloni in mano all'alzatore e si è reso autore di un paio di recuperi importantissimi per l’economia del risultato. Bravi anche Vincenzo Ceniti, Giuseppe Zaffino, Giuseppe Vellone, Bruno Tassone, Fabio Valente e Fabio Pisani.
La partita finisce 3 set a 1 per la felicità del mister, dei suoi atleti e dei sostenitori accorsi al palazzetto.
Questa vittoria alza il morale di tutta la squadra che fa ben sperare per il futuro di questo sport a Serra San Bruno. Un futuro che potrebbe essere più che roseo, soprattutto perché quello dell’ASD Serra nel Volley è un progetto ben articolato, arricchito anche dalla presenza delle squadre giovanili iscritte, da tre anni a questa parte, ai campionati minori. Lo stesso settore giovanile, guidato anche questo dalla mano sapiente di coach Lagrotteria e da cui proviene proprio Raffaele Marino.
La prossima di campionato, dopo un turno di riposo, domenica 10 febbraio, vede il Serra nel Volley ospite dell'Atlas Lamezia, mentre sabato 16, a Serra arriveranno i crotonesi del  Rocca di Neto.
Le ragazze under 16, invece, domani mercoledì 30 gennaio, incontreranno il Filadelfia in un incontro valido per il campionato provinciale.
Pubblicato in SPORT

Il Vizzarro.it - quotidiano online
Direttore responsabile: Sergio Pelaia.
Redazione: Salvatore Albanese, Alessandro De Padova, Bruno Greco.

Reg. n. 4/2012 Tribunale VV

redazione@ilvizzarro.it

Seguici sui social

Associazione "Il Vizzarro”

via chiesa addolorata, n° 8

89822 - Serra San Bruno