Giovedì, 08 Gennaio 2026 08:44

Il cuore antico di Paolo Nucera

Scritto da Valentino Santagati
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Paolo Nucera con la zampogna a la moderna, insieme a Pietro Traclò e al bambino Giovanni Taormina, fotografato a Bova nel 1966 da Jan Brogger Paolo Nucera con la zampogna a la moderna, insieme a Pietro Traclò e al bambino Giovanni Taormina, fotografato a Bova nel 1966 da Jan Brogger

Paolo Nucera, grandissimo musicista calabrese nato nel 1931, il 5 gennaio ha chiuso in via definitiva gli occhi sul suo secondo secolo, il cui tono generale, celebrativo dei trionfi dell’efferatezza, della prevaricazione e della discriminazione, certamente non gli si addiceva. Cresciuto nella comunità rurale autarchica di Cavaddu, ancora beneficiaria degli antichi usi civici sul territorio dei Campi, Paolo si congeda anche dal triste declino di Bova, sua residenza dalla fine degli anni cinquanta del Novecento. L’antica capitale della Calabria ultra meridionale grecofona negli ultimi lustri ha purtroppo partecipato in maniera chiassosa, aderendo alle modalità più tipiche della società dello spettacolo, alla fase culminante di un processo iniziato con la mala unità, causa di progressivo disfacimento del tessuto socio-economico dell’ ex Regno Delle Due Sicilie. La retorica risorgimentale alla luce della storia si è rivelata una copertura ideologica dell’ espropriazione mediata dalla macchina elefantiaca dello stato nazionale, che costringe oggi tutti i volenterosi animati dal bisogno di riscossa e di cambiamento a muoversi sul versante dello sfaldamento di questo nostro territorio, del suo linguaggio, del suo volto, della cultura che lo ha plasmato; dell’invasione, da parte di qualcosa proveniente da fuori, della produzione, del lavoro, dello spazio, delle menti.

Francesco Tassone, l’illustre e accorato meridionalista appena citato, di cui adesso ricorrono i cento anni dalla nascita, direttore per più di mezzo secolo dei fondamentali “Quaderni Calabresi“, non pensava certo a un’essenza o a una condizione originaria da difendere come una fortezza, ma cercava percorsi da seguire per restituire ai meridionali dignità di soggetto sul proprio territorio e nel consesso dei popoli. Lo stesso Tassone, fondatore tra l’altro della casa editrice Qualecultura, attraverso i resoconti del poeta grecofono di Cavaddu Bruno Casile, aveva avuto notizia del contesto in cui Paolo Nucera era venuto al mondo, sapeva della nicchia immune, fino alla fine degli anni cinquanta, dai feroci rapporti di classe, dalla deruralizzazione e dalla modernizzazione che avevano afflitto altre porzioni geografiche della regione. E quando nella Valle dell’Amendolea e nelle zone limitrofe le associazioni culturali locali hanno finalmente inaugurato una prassi assembleare, sospinta al contempo da un bisogno di riflessione collettiva sulle vicende storiche e dalla volontà di contribuire alle decisioni amministrative dei comuni del comprensorio, Paolo Nucera è diventato subito per tutti, abitanti dei luoghi e intellettuali di provenienza cittadina fiancheggiatori di quell’esperienza, un punto di riferimento da cui non si poteva prescindere.

Il pieghevole messo a punto e distribuito in vista della prima assemblea, svoltasi poi ad Amendolea il 27 settembre 2014, esibiva il suo nome in cima all’elenco dei partecipanti, accoppiato a quello della buonanima di Domenico Micu Milea, altro pilastro della cultura e della memoria storica di Cavaddu e delle sue relazioni con Bova e l’intera Calabria meridionale. Vale la pena citare alcuni brani di quel testo consapevole dello spessore antropologico di Paolo Seppi Nucera, prezioso nell’ottica di chi provava ad avviare una elaborazione socio-culturale collegata al vissuto e ai saperi delle persone più anziane del territorio :  è tempo che tutti i luoghi e le comunità della Terra riprendano in mano il loro destino – scrivevano le associazioni dell’area un anno prima dell’Accordo di Parigi e dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco -, affidato negli ultimi tempi al forsennato e devastante produttivismo dell’economia industriale… in funzione di questa necessità un gruppo di persone mosse dall’interesse per le vicende e l’integrità del territorio, la salute e la sicurezza degli umani e delle altre specie viventi, la salubrità dell’aria, della terra e delle acque, si riunirà nella piazza di Amendolea sperando di conversare con chi, animato dagli stessi sentimenti, è chiamato a raccolta da questo manifesto accoppiato al passaparola. In un dialogo a più voci tutto sarà possibile, feconde e pacate interazioni si potranno affiancare al tormentato accavallarsi di storie e argomenti; promettiamo soltanto il punto di partenza : alcuni anziani custodi dei saperi rurali (agricoli, pastorali, artigianali, musicali ) di tradizione orale racconteranno come si viveva nell’area grecofona in anni che sembrano lontani e invece sono appena trascorsi. Dalle loro esperienze bisogna ripartire per diventare più sobri e compatibili con la natura, per recuperare la sovranità alimentare e consegnare alle generazioni future un patrimonio di risorse e cultura.

Siamo così arrivati al dunque: Paolo Nucera in questi ultimi decenni torpidi e bui ha brillato come uomo di un altro tempo e di un’altra pasta, radicalmente diverso dai suoi simili artefici dell’abbandono delle campagne e della dismissione di stili di vita sensati ed ecocompatibili, e da ogni persona che ha contribuito ad appiattire Bova sui presunti standard del contemporaneo turismo sostenibile, saturando il paese e i suoi edifici di elementi banali e volgari, di materiali impropri e di azioni connesse al cosiddetto marketing del territorio, del quale hanno piuttosto annichilito il corpo e l’anima. Paolo è stato musicista poliedrico, in particolare meraviglioso dispensatore di suoni ammalianti con la zampogna a la moderna, lo strumento elettivo dell’ area bovese per una lunga serie di decenni del secolo scorso. Il livello della sua arte rimarrà irraggiungibile se non ci accosteremo all’ universo e all’ ambiente che ci circonda come faceva lui, immerso nella spiritualità dell’antica religione agraria, rimodellata ma non scalzata dal sopraggiunto cristianesimo. Il flusso fantasioso e incessante delle concatenazioni melodico-ritmiche scatenato dalla maestria di Paolo ipnotizzava, induceva alterazioni degli stati di coscienza, ed era comunicazione con il soprannaturale (con l’affollato panteon di forze in azione nella natura ben presente nell’immaginario rurale calabrese fino alla fine del Novecento), gioco, piacere estetico, azione sociale oltre che musicale, supremo accordo con l’ambiente di insediamento e le forme di vita che ospitava. Bova ha attratto negli ultimi tempi molto denaro pubblico e l’ha fatto scorrere poi nei numerosi rivoli dell’autolesionismo; non mi sembra abbia destinato risorse a una operazione editoriale dedicata a Paolo Nucera, che fino a ieri è stato un monumento vivente della sua cultura più profonda. Forse questa disattenzione ha un aspetto positivo, visti i connotati più consueti di ciò che viene definito valorizzazione. L’importante è capire che Paolo deve diventare un esempio per tutti perché il futuro, se ci sarà, potrà avere solo un cuore antico.

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