Domenica, 17 Gennaio 2021 11:34

Rinascita-Scott, il punto di vista degli avvocati. Dal diritto di difesa ai problemi logistici del maxi-processo

Scritto da Redazione
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Con la partenza del maxi-processo scaturito dall’inchiesta “Rinascita-Scott”, “Detto tra noi”, su Radio Serra, ha dedicato uno speciale all’evento per analizzare il “sistema” di potere che ruoterebbe attorno al clan Mancuso e che vede coinvolti oltre 300 imputati tra cui anche politici. Ai microfoni di Daniela Maiolo e Sergio Pelaia, per la regia di Bruno Iozzo, dopo l’intervista rilasciata dal procuratore Nicola Gratteri (qui l’articolo) sulla questione è intervenuto anche l’avvocato Giuseppe Mario Aloi, presidente della Camera penale di Vibo. Come ricordato nello studio radiofonico, dopo qualche giorno dal maxi-blitz del dicembre 2019, un intervento dell’Unione delle camere penali diceva «no al processo mediatico» commentando la conferenza stampa di presentazione delle indagini di Gratteri. Sul fatto se si siano, ad oggi, placate le “scintille” con la procura di Catanzaro l’avvocato Aloi ha risposto: «Il nostro intervento come Camere penali di Vibo e Catanzaro era finalizzato a mettere in evidenza quelle che sono state alcune lamentele e discrasie che si sono create a seguito dei disagi dopo il trasferimento del processo nell’aula bunker di Roma, nella fase dell’udienza preliminare. Noi abbiamo denunciato – ha continuato Aloi – come ciò abbia arrecato una serie di problemi di ordine logistico che si sono tradotti poi in scelte di strategie processuali. Buona parte delle persone indagate non ha neanche la possibilità di avere una difesa buona, in termini soprattutto di spese. Una cosa è apprestare una difesa sul posto altra è la necessità di sostenere delle spese a distanza di 700 chilometri».

Dopo questa prima contestazione di carattere logistico, il legale ha posto l’accento sul numero eccessivo degli indagati e che oggi sono sotto processo. «Come Camera penale – ha spiegato ancora Aloi – avremmo preferito una divisione in più procedimenti. All’udienza di ieri (13 gennaio, ndr) la sola costituzione delle parti ha occupato tutta la mattinata fino alle 16,30 quando abbiamo terminato il primo processo». Stando alle parole del presidente della Camera penale di Vibo, questi grandi numeri potrebbero, dunque, rendere meno efficiente l’azione in seno al procedimento. «Si tratta della scelta – ha spiegato ancora dal suo punto di vista – di unire più contestazioni sotto un’unica indagine che creano delle problematiche. Ma in tutto questo restano anche delle cose positive. Si è dovuta preparare un’aula che rimarrà e che rimarca le capacità organizzative del dottore Gratteri, della Corte d’Appello, del Tribunale di Vibo e di tutti gli attori che in poco tempo hanno allestito un luogo all’avanguardia, segno che anche in Calabria, quando si vuole, le cose si possono fare».

Per quanto concerne poi il distacco che la professione deve tenere, soprattutto quando si ha a che fare con un imputato in un processo di ‘Ndrangheta, il legale ha risposto: «Il rapporto deve essere sempre professionale, sia che si tratti di reato di mafia o altro reato minore. La nostra difesa all’interno del processo è una prestazione. È necessario mantenere la giusta distanza con i nostri assistiti e soprattutto nel nostro territorio, fortemente colpito dalla ‘Ndrangheta, formalizzare ancora di più il rapporto per evitare equivoci o interpretazioni sbagliate. Anche se il fattore professionale deve essere valido qui come altrove».

Infine, spostando il tema sull’equilibrio degli addetti all’informazione, che hanno l’obbligo di analizzare l’accusa come la difesa, Aloi ha specificato: «Voglio precisare che gli avvocati sono una parte fondamentale del processo che non può essere confusa, come spesso si fa, con la parte assistita. Noi sposiamo a volte in maniera passionale la difesa ma questo non comporta l’adesione al reato. Ad ogni modo, fino a quando non lo definisce un tribunale si è comunque innocenti».

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