Mercoledì, 15 Aprile 2020 15:13

Addio a Vincenzo Calabrese, "U Cardiju"

Scritto da Valentino Santagati
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Foto di Francesco Macrì Foto di Francesco Macrì

Il 10 aprile di questo 2020 l’umanità ha perso Vincenzo Calabrese, della cui piacevole presenza aveva cominciato a beneficiare fin dal 14 settembre del 1917, quando era venuto al mondo a Camocelli, contrada di fondovalle adagiata lungo il corso della fiumara Romanò, che nel 1948, dalla disponibilità dell’antico Comune di Gioiosa Jonica, passò a quella del neonato Municipio di Marina di Gioiosa Jonica. Uomo secolare dunque, multiforme ma compatto e armonioso come i saperi territoriali – rurali, artigianali, musicali – che si addensavano nella sua persona e come le memorie individuali, familiari e comunitarie di cui si era fatto consapevole custode mentre la società italiana, mai più sobria dopo l’ubriacatura del boom economico, imboccava una direzione a suo avviso rovinosa.

Non condivideva nulla, infatti, della cultura e delle prassi contemporanee, e inoltre, non avendo gli occhi foderati di prosciutto dei conformisti ma lo sguardo libero, acuto e lungimirante dei dissidenti, pensava che il peggio deve ancora venire, anche se era nato nel corso dell’abominevole massacro apparecchiato dal sistema industriale e detto poi “Grande guerra”, e nonostante avesse vissuto per intero la buffonesca tragedia del ventennio fascista. La piena coscienza del guaio in cui si è cacciato il forsennato e cieco uomo globale, dedito al culto dell’economia e servo del capitale finanziario, lo aveva reso facile profeta di débâcle planetarie come la pandemia di questi giorni, per via della quale ai tantissimi che lo hanno amato e apprezzato è stato precluso l’ultimo saluto.

Vincenzo Calabrese, campagnolo affascinante e carico di storia, non ha svolto solo l’importante funzione di lucido testimone del passato, ha pure comunicato a chi entrava in contatto con lui un progetto di società radicato in un’epoca precedente ma capace di futuro, al contrario della guerra contro la natura e i poveri in cui siamo precipitati. Coincideva con il desiderio di innumerevoli generazioni rurali memori delle usurpazioni delle terre demaniali, e protagoniste di lotte per vivere dignitosamente da uomini della terra senza il fiato sul collo dei grossi proprietari. Vincenzo sapeva quello che finge di ignorare la maggior parte dei politici e degli imprenditori calabresi, dediti al consumo di suolo e alla distruzione del territorio con metodi vari: Veni u iornu c’a natura si vota cuntra e ndi subbissa a tutti, e tandu pati u giustu p’u piccaturi (verrà il giorno in cui la natura reagirà alle offese degli uomini e li subisserà, e allora soffrirà anche il giusto per colpa del peccatore); così diceva spesso e altrettanto di frequente recitava o cantava i versi di Giuseppe Carlino, un suo amico poeta analfabeta di Roccella Jonica nato nel 1878, che pure si era inoltrato nell’età veneranda senza condividere l’evoluzione del mondo intorno a lui: Vui cu la terra siti nimici ndavi gran tempu chi non vi parrati/…/conzativi la testa si boliti/e li terreni vi li curtivati/ch’a la raccolta li casi linchiti/non aviti bisognu m’accattati (siete diventati nemici della terra/e da tanto tempo non dialogate più con lei/provate a rimettere la testa a posto/ricominciando a coltivare/così riempirete le case di cibo/e verrà meno il bisogno di comprarlo). I versi esprimono una visione della vita tutt’altro che ingenua o utopistica: per Vincenzo e Giuseppe la condizione di chi si dedica all’agricoltura di sussistenza non è arretrata e ferina come ritiene oggi il calabrese medio, la terra è madre da godere e non matrigna bassa e turpe da evitare. Il novantenne Carlino, di soli tre lustri più giovane del rapace Regno d’Italia, e il cinquantino Vincenzo Calabrese, nato quaranta giorni prima della disfatta di Caporetto, alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso si concedevano spesso il piacere di conversare tra loro, e si trovavano d’accordo sulle cause delle difficoltà e delle fatiche che avevano afflitto tante vicende biografiche di contadini del loro comprensorio: non potendo credere, per esperienza diretta, all’esistenza reale del buio e rozzo medioevo agro-pastorale di cui fantasticavano gli inurbati delle marine permeati di horror rustici, puntavano l’indice contro le scelte criminali dei ceti dominanti del passato, che avevano impedito alle moltitudini volenterose di accedere in maniera soddisfacente all’uso della terra. Nonostante le ingiustizie la Calabria che avevano vissuto, in cui non mancavano le attività produttive connesse alle risorse locali, sembrava loro molto più sensata di quella che il tarlo della modernizzazione aveva cominciato a svuotare e sconvolgere. Numerosi storici, economisti e sociologi concordano con i due amici e ci dicono che la crescita del PIL calabrese nella seconda metà del Novecento si è accompagnata all’aumento vertiginoso della disoccupazione (la qual cosa dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, che la crescita economica non comporta un maggiore benessere per la collettività). I grandi investimenti hanno provocato più danni ambientali ed economici che utilità sociale, e sono stati anche una manna (Carlino avrebbe detto una minna) per la criminalità organizzata e le imprese cementofile del Nord Italia.

La concezione del lavoro di Giuseppe e Vincenzo, antropologicamente fondata negli ambienti da cui provenivano, implicava un’intima connessione delle attività umane con l’arte, la spiritualità e la cura delle relazioni; il lavoro doveva essere tempo di vita anche nell’eventuale fatica fisica, e non becero e alienato produttivismo senza respiro. E i due si sono incontrati anche sul terreno dell’espressività poetico-musicale: Carlino è stato un poeta improvvisatore noto nel circondario, a lungo protagonista delle farse di Carnevale a Roccella, Vincenzo, come suo padre, i suoi zii e i suoi fratelli, ha avuto una stretta confidenza con quel fluido patrimonio collettivo che si suole chiamare musica di tradizione orale. Vincenzo Calabrese, ben oltre la soglia dei suoi vivacissimi cento anni, è stato un cantante meraviglioso, padrone di tecniche di emissione vocale ampiamente diffuse nel bacino sud-orientale del Mediterraneo, e come tale sarà per sempre ricordato da chi ha avuto la fortuna di ascoltarlo. Ha frequentato per la bellezza di diciannove lustri la festa dei Santi Medici di Riace, vissuta da lui e i suoi familiari, impegnati tra l’altro nel commercio di bovini, innanzitutto come una fondamentale fiera del bestiame, e la sua presenza era diventata da molti decenni un pilastro della macchina cerimoniale, di quella densa trama rituale e devozionale che accoglie una molteplicità di espressioni sonore. Negli ultimi trent’anni Vincenzo arrivava la mattina del 25 settembre, alla vigilia della carnevalesca processione famosa per il ballo devozionale animato soprattutto dagli zingari, e nel “reparto zingaro” vicino al santuario stazionava fino all’alba del giorno dopo, cantando accompagnato dalla chitarra battente principalmente in una baracca allestita ogni anno da compaesani che preparano cibo per i pellegrini. La sua azione musicale, di grandissimo valore estetico, era al contempo azione sociale che rinnovava e celebrava i legami con chi si univa a lui nel canto o con chi tra gli astanti di volta in volta diventava destinatario dei suoi omaggi poetici improvvisati. Vincenzo Calabrese, in una cultura musicale connotata da scelte timbriche nell’uso della voce, come pure nella costruzione e nell’accordatura degli strumenti, strettamente intrecciate ai suoni della natura, si era guadagnato un soprannome onorevole, chiaro segno del riconoscimento collettivo della sua arte: a Camocelli Vincenzo era U Cardiju (Il Cardellino), e noi oggi lo piangiamo ringraziandolo per averci additato una dimensione dell’uomo alta, sapendo bene che il dialogo con lui continuerà oltre la morte.

Vincenzo Calabrese con Bruno Citino, grande musicista e depositario di saperi territoriali delle Serre (foto di Francesco Macrì)

Vincenzo Calabrese e Bruno Citino, in un raduno di suonatori di chitarra battente del 2001 che li aveva fatti incontrare, si sono annusati e riconosciuti: uomini entrambi d’un altro tempo, misurati e pazienti, attaccati alle stesse cose. E poi, nella prima visita dell’uno all’altro dopo il primo viaggio in macchina da Camocelli a Novalba di Cardinale, Vincenzo ha scoperto la confortevole famiglia dell’amico, alla quale s’è presentato appoggiando sulla chitarra battente solenni parole cantate d’omaggio e di saluto. Nell’idillio tra Vincenzo e i Citino-Macrì-Trecozzi s’è inserito Peppino Donato, legato a Bruno fin dall’infanzia e pronto a duettare con il più anziano ma non meno prestante cantante sulle ali dello stile vocale alla riggitana, pervaso da slanci musicali ed affettivi.

Giuseppe Donato, Vincenzo Calabrese e Bruno Citino

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