Venerdì, 10 Aprile 2020 12:05

Buon viaggio Valeria

Scritto da Antonio Cavallaro
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La notizia che non avrei mai voluto ricevere è arrivata stamattina con un WhatsApp di una tua amica d’infanzia: «Valeria non c’è più».
Le preghiere con le quali ti abbiamo accompagnata in questi anni di sofferenza non sono state ascoltate. E dire che, quando quest’estate ti ho incontrata, mi ero rallegrato nel vederti quella di sempre, col tuo solito sorriso e la tua voglia di vivere e ridere… ridere sempre, a crepapelle, fino alle lacrime.
Non riesco a immaginarti che sorridente.
E se forse le tue labbra ‒ chi lo sa ‒ in questo momento non fossero distese in un sorriso, sono certo che la tua anima lo sia e che brilli radiosa come la stella più luminosa del firmamento.
Te ne sei andata il Venerdì santo, il giorno in cui il mondo si ferma attonito guardando al corpo di un uomo morto sulla croce che diventa immagine del dolore dell’umanità e che grida all’ingiustizia di una morte come la sua. E come la tua.
Nulla avviene per caso, dice qualcuno. E, in questo momento, mi è impossibile pensare che questo tuo viaggio, il viaggio più lungo, sia iniziato per caso in un giorno così particolare.
Quando eri ancora studentessa alle superiori e io un pensoso laureando che si faceva troppe domande, intraprendemmo insieme ad alcune tue compagne di scuola un piccolo cammino di catechesi post-cresima. Scelsi di leggere e commentare insieme a voi la Prima lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi. Ci fermammo a lungo sul capitolo 15 senza riuscire ad andare oltre.
È lì che San Paolo affronta il grande tema della resurrezione dai morti. «Se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti?» si chiede l’apostolo. E, subito dopo, affronta un tema spinoso, quello del corpo di coloro che risorgono.
«Perché diciamo “credo la risurrezione della carne”?», mi chiedeste un giorno dando inizio a lunghi pomeriggi di dibattiti sulla Scrittura, la filosofia, il pensiero dei Padri, le testimonianze dei santi...
Quei sabato pomeriggio divennero un appuntamento irrinunciabile della nostra settimana. Un giorno tuo padre mi raccontò che gli avevi detto che non saresti mancata per nessuna ragione al mondo ai nostri incontri e che era perciò diventato impossibile anche recarsi fuori paese al sabato pomeriggio per spese o altro.
Da stamattina, da quando ho saputo che ti sei alzata dal tuo letto di dolore per rimetterti in cammino non riesco a smettere di pensare a quelle cose che ci siamo detti in quei brumi pomeriggi d’autunno a Nardodipace. Chissà, mi chiedo, se una scintilla di luce di quella Parola sta brillando nel tuo cuore e sta accompagnando il tuo viaggio?

«Come conciliare la resurrezione dopo la morte con l’evidenza della decomposizione dei nostri corpi?»
Era questa la domanda che assillava le vostre giovani e curiose menti. Provai a rispondere dicendo che il tempo, la materia e lo spazio sono dimensioni della nostra esistenza e che la morte spalanca le porte a una dimensione ulteriore in cui non vi è più un “prima” e un “dopo” ma solo un eterno presente. Il momento del passaggio sarebbe stato esso stesso il momento della resurrezione gloriosa: chi è già passato oltre la vive già mentre chi è al di quà è ancora nell’attesa. Un po’ come quando si guarda dall’alto un treno che corre, vi dissi. Le persone all’interno del treno vivono una loro esistenza che è però a sua volta contenuta in un’esistenza più grande.
In questo momento, mentre scrivo queste parole, le mie mani tremano sulla tastiera e i dubbi si affastellano insieme alle lacrime. Guardo a quell’uomo piagato sulla croce… penso a quella processione che non celebreremo questa domenica di Pasqua durante la quale la nostra Madonna avrebbe lasciato cadere il velo nero del lutto per fare spazio a quel sorriso eterno e beato che incanta chi la guarda.
Penso alla tua mamma, a questa ancora giovane addolorata che vive il dolore più grande di tutti i dolori che una donna possa mai vivere. Al tuo papà, a tuo fratello. Prego e spero che anche i loro manti neri lascino il posto al manto della gloria e della gioia.
E, intanto, cerco di tenere impresso nella mente il tuo sguardo pieno di vita.
Forse non bestemmio se penso che Dio stesso ti stia cantando, a mo’ di ninna nanna, quei versi di Battiato che tanto amavi: «Sei un essere speciale, e io avrò cura di te» mentre insieme a Guccini, l’altro cantautore di cui avevi imparato a prendere a prestito le parole mi ripeto: «Voglio però ricordarti com'eri, pensare che ancora vivi, voglio pensare che ancora mi ascolti e che come allora sorridi e che come allora sorridi».
Addio Valeria, abbi cura di te.
Sì, ne sono sicuro, ci rivedremo presto.

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