Sabato, 04 Aprile 2020 19:36

La lettera | «Un tumore ci ha portato via mio padre. Ma ci hanno trattato da appestati»

Scritto da Redazione
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Riceviamo e pubblichiamo:

Mentre dai balconi di tutta Italia le voci si uniscono al grido di “Ce la faremo!”, mio padre non ce l’ha fatta.

Sono la dottoressa Irene Rotiroti e solo pochi giorni fa ho subito la perdita del mio caro padre, paziente oncologico da ormai quattro anni. Non so quanti di voi abbiano assistito un malato oncologico o in quanti conoscano la natura e la portata delle complicanze della malattia, ma vi basti sapere che una manifestazione clinica frequente nelle fasi terminali del cancro al pancreas prende il nome di linfangite carcinomatosa polmonare e conduce ad un progressivo peggioramento della capacità respiratoria. E’ un quadro clinico che si suppone il personale medico-sanitario conosca o che, ad ogni modo, debba considerare qualora si dovesse trovare di fronte un paziente simile.

Ebbene, nonostante quanto ho appena scritto, la mattina del 30 marzo un’ambulanza del 118 ha trasportato d’urgenza mio padre in piena crisi respiratoria all’Ospedale di Serra San Bruno, dove è stato trattato da appestato.  I medici non hanno esitato un momento a diagnosticare il Covid-19, seppur ancora in assenza di una tac, un tampone o un qualsiasi altro strumento diagnostico. Poco dopo, la tac è stata effettuata e dopo averne preso visione i medici hanno erroneamente diagnosticato una polmonite interstiziale. Io e i miei cari siamo stati inevitabilmente allontanati da mio padre, che è stato così trasferito nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Lamezia Terme, dove è morto poche ore dopo. La malattia ci ha strappato mio padre, ma sono state la scarsa sensibilità e le diagnosi affrettate del personale medico a rendere questa separazione spietata: mentre mio padre si spegneva da solo in un letto d’ospedale, la sua famiglia veniva isolata in casa perché per tutti ormai eravamo contagiati. Per i giornali, per i medici e i carabinieri casa mia era diventato un focolaio e tutto questo non ha fatto che alimentare il dolore mio e della mia famiglia, già provati dalla notizia dell’improvvisa scomparsa del nostro familiare. Ci sono volute molte ore affinché la verità venisse finalmente a galla: i tamponi effettuati su mio padre mentre era ricoverato - il primo, un tampone rinofaringeo eseguito al pronto soccorso dell’ospedale di Serra San Bruno e il secondo, ancora più accurato, un tampone su lavaggio bronchiale effettuato presso l’ospedale di Lamezia Terme - sono risultati entrambi negativi, così come negativo è stato il risultato dei tamponi a carico della sottoscritta e di mia madre. Infine, un’analisi più accurata della tac ha rivelato che quella che era stata presa per polmonite interstiziale altro non era che linfangite carcinomatosa polmonare, come confermato dall’oncologo che ha seguito mio padre nel corso di tutta la sua malattia.

Mai come in questo momento drammatico della storia dell’Italia stiamo venendo educati al rispetto della nostra vita e di quella degli altri e forse nessuno più del personale sanitario e degli addetti all’informazione sta mettendosi al servizio della collettività. Tuttavia, la vicenda che mi ha colpito personalmente qualche giorno fa mi ha reso testimone di un fatto increscioso e doloroso: la superficialità di certi medici e la mancanza di tatto di alcuni di loro possono colpire inesorabili, proprio come il virus. La nostra apprensione per una diagnosi troppo affrettata - nonché infondata, data la storia clinica di mio padre - è stata sbattuta in prima pagina. I giornali hanno reso ancora più vivida, più pietrificante la nostra paura, oltre a seminare il panico tra i cittadini. La diagnosi di Covid-19 è stata smentita con ogni strumento medico possibile, anche con queste mie parole adesso. Non sarà una rivincita, perché nessuno esce vincitore da una storia come questa, ma mi auguro di aver in qualche modo riscattato la dignità di mio padre, che è stata lesa proprio nelle ultime ore della sua vita. 

Irene Rotiroti

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