GIRDA ROTTAMI
Lunedì, 14 Marzo 2022 08:32

Chiudete l’ospedale di Serra (ché non ci salvano neanche i Pink Floyd)

Scritto da Francesco Barreca e Sergio Pelaia
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Chiudiamo l’ospedale. Chiudiamolo subito. Demoliamo l’edificio, se necessario, ma liberiamoci di quest’ospedale il prima possibile. Così non ha senso. Non serve a niente continuare a discutere, a progettare, a sperare, a tenere in piedi quell’enorme sarcofago grigio alle porte di Serra San Bruno. Buttiamo giù tutto, e liberiamoci del cadavere che quel sarcofago custodisce.

Perché – bisogna riconoscerlo – l’ospedale è un cadavere. Non lo è da oggi né da ieri, ma da quasi un ventennio. In questi anni abbiamo buttato soldi, energie e pazienza nella speranza di vederlo risorgere. Ma alla fine – bisogna dirlo con chiarezza – è diventato merce di scambio politica proprio perché cadavere. Allora, diciamo basta. Buttiamo via il cadavere e ricominciamo da capo. Proviamo a far rivivere quel sentimento comunitario che, un tempo, quell’ospedale lo fece erigere e poi difendere. Partiamo da zero, dimentichiamoci di quel che è e di quel che è stato: chiediamo che l’ospedale venga chiuso definitivamente.

Ci auguriamo, da queste stesse colonne che hanno riaperto il dibattito – se così si può chiamare – sulle sorti della struttura e dei servizi che dovrebbe garantire a migliaia di persone, che la provocazione venga colta. Perché è inaccettabile assistere a una discussione così carente sia di sostanza che di pudore. Nessuno aveva avvisato i cittadini che la nuova frontiera della Casa della Comunità si fosse spostata dal Distretto all’ospedale. E tutti ora capiscono che una struttura che ha vocazione territoriale, o «di prossimità» come va di moda dire ora, non può avere al contempo vocazione ospedaliera. E viceversa. Tanto più che si parla di una Casa della comunità “Spoke”, ovvero dipendente da quella “Hub” prevista a Soriano. Non è la novità che fa paura, anzi, ben venga. È la scelta del luogo che fa pensare. E che si tratti di un luogo altrimenti vuoto non è una giustificazione, bensì un’aggravante.

Prendiamo un esempio: la Casa della comunità – si legge nel Pnrr, che ne fissa l’attivazione entro la metà del 2026 – prevede la presenza di un punto prelievi che, dunque, a Serra sorgerebbe a pochi metri dall’attuale laboratorio analisi. Allora che si farà? Un doppione, o si chiuderà da una parte per aprire dall’altra? E che senso avrebbe? Consideriamo poi un dato fondamentale: il quadro economico (potete consultarlo qui) assegna per questa struttura un finanziamento da 1,4 milioni di euro. Di questi, 816mila euro sono per lavori, 168mila per progetto e collaudo, 248mila euro di Iva e solo 122mila euro per «attrezzature, arredi e forniture».

Dunque che si farà? Giusto un bel restyling, come per altro è stato già fatto con il “cappotto” esterno negli anni scorsi. E il personale? Se non si riesce, o non si vuole, o non si può trovare nessuno che venga a lavorare oggi all’ospedale di Serra, non varrà lo stesso discorso domani per la Casa della comunità? Il «team multidisciplinare» di medici di medicina generale, pediatri di libera scelta e «infermieri di comunità» – perché è di questo che sulla carta si parla – come verrà costituito se non togliendo personale ad altre realtà territoriali che già, come confermato drammaticamente dalla pandemia, sono ridotte al lumicino?

Forse sarebbe meglio che la politica – maggioranza, opposizione, destra, centro, sinistra e civici – provasse per un volta ad avere davvero rispetto per i cittadini, quel rispetto che è mancato ogni qual volta si è fatto ricorso al consigliere o assessore regionale di turno per farsi impapocchiare di promesse rivelatesi puntualmente da marinaio. Da Loiero a Scopelliti, da Oliverio (e Scura) a Occhiuto, ognuno ha sempre fatto il gioco delle parti vestendosi da pompiere quando stava con chi governava e da incendiario quando passava all’opposizione. Sta succedendo ancora ed è tutto grottescamente rappresentato nella discussione di questi giorni.

Ospedali di montagna, Case della comunità: a ogni tornata riformistica ci hanno detto che l’ospedale sarebbe diventato qualcos’altro, che il diritto alla salute sarebbe stato garantito e tutelato, ma in realtà ogni volta un pezzo ulteriore di quel diritto alla salute è stato rimosso e cancellato. Quel che è rimasto è il sarcofago, perché il sarcofago, dal punto di vista politico, è un asset, qualcosa da utilizzare per costruire carriere e guadagnare incarichi, anche se il corpo che vi sta dentro è morente o già morto – anzi, proprio perché il corpo all’interno è morente o già morto.

Allora, piuttosto che fare comunicati stampa, convegni, post sui social, consigli comunali aperti in cui si affermerà con certezza, come sempre, il contrario di quello che poi avverrà, mettiamoci l’anima in pace. Tanto a Serra non abbiamo l'influenza degli amministratori di San Giovanni in Fiore, che ora hanno una Chirurgia h24 mentre noi spasimiamo per un Day surgery in cui togliere qualche verruca. E non abbiamo nemmeno la tempra della gente di Cariati, che ha occupato fisicamente l’ospedale per così tanto tempo da arrivare a farselo riaprire dopo aver coinvolto nella lotta perfino una leggenda della musica come Roger Waters.

Noi non verremo salvati dai Pink Floyd né dai nostri politici. Dunque chiudiamola qui, altrimenti non se ne esce. Si fa solo caciara. Dovrebbero dirlo i politici, se avessero rispetto della comunità, ma visto che non vogliono o non possono lo diciamo noi: chiudiamo, demoliamo, cancelliamo. E poi ripartiamo. Questa volta, però, per bene.

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