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Un singolare rito ottocentesco serrese, ripreso da Vincenzo Agostino (Mammola, 1860 – Serra San Bruno, 1959) in un suo articolo pubblicato nel 1891, ha attirato l’attenzione di Raffaele Corso (Nicotera, 1885 – Napoli, 1965), uno dei più importanti etnologi e antropologi italiani del ‘900. Corso si concentrò su questo rito in Come si segna la zita, originariamente apparso sulla rivista di tradizioni popolari Folklore della Calabria, diretta da Antonino Basile, nel numero di aprile-settembre del 1956 e che si può leggere anche in uno dei due volumi che raccolgono le annate della rivista dati alle stampe dall’editore Barbaro nel 1990. E non era certamente casuale l’interesse dell’etnologo nicoterese per questo rituale se Corso, durante la sua carriera scientifica, si era molto dedicato all’osservazione delle consuetudini amorose e matrimoniali, come testimoniano diversi studi da lui pubblicati da Gli sponsali popolari (1908) a La vita sessuale nelle credenze, pratiche e tradizioni popolari italiane (uscito in tedesco nel 1914 e in edizione italiana presso Olschki nel 2001) e ancora a Patti d’amore e pegni di promessa (1925). Partiva da un analogo rituale a Galatro, in provincia di Reggio Calabria, Corso, in cui “il rito del ‘singo’ è messo in pratica dalla futura suocera, la quale, avuta la licenza dai parenti, nel giorno stabilito […] adorna la giovane di un anello, di un paio di orecchini e di un ricco fermaglio che, per antica tradizione, ella deve portare ogni giorno sino al dì delle nozze”. Ma da Galatro subito dopo si spostava a Serra San Bruno, dicendo l’usanza serrese meno semplice, nel suo svolgersi, rispetto a quella attestata nel paese del reggino.
La “zita singata” e la “rrobba jettata”
E la descrizione di questa usanza Raffaele Corso la riprendeva dall’articolo di Agostino prima richiamato, nel quale, al solito, questi attingeva ampiamente, senza citarlo, da un precedente contributo del sacerdote Bruno Maria Tedeschi (qui l'articolo del Vizzarro) e ne illustrava le fasi essenziali: “Conchiuso il matrimonio, il quale è preceduto dal così detto zitaggio, si deve singari la zita, ed ecco come. In un dopo pranzo, si riuniscono in casa dello sposo i più intrinseci parenti di lui, e poscia si recano in casa della sposa, dove si debbono anche trovare i parenti di lei, appositamente invitati. Dalla casa della sposa, si recano tutti all’abitazione dello sposo: quivi si tolgono alla giovine tutti gli oggetti d’oro, dei quali è adorna, e si sostituiscono con quelli dallo sposo comprati per la circostanza. Se le famiglie sono di bassi natali, si toglie anche il nastro, col quale la sposa ha intrecciati i capelli, come pure la cintura del grembiale, e si cambiano con altro nastro e con altra cintura di seta. Così la zita resta singata, e deve, in ogni giorno festivo, visitare la famiglia dello sposo. Un giorno, poi, prima della celebrazione del matrimonio, si jetta la rroba, si enumera cioè e si valuta il corredo. Vengono invitati i parenti che si radunano in casa della sposa, dove - dopo i complimenti di uso - si procede alla numerazione dei diversi articoli del corredo totale, e, l’un dopo l’altro, gli oggetti si depongono o si gittano sul pavimento, d’onde il detto: jettare la rrobba. Anni addietro, questa cerimonia si faceva la sera stessa degli sponsali, ed alla lettura del Pittace (elenco del corredo) lo sposo doveva mostrare il maggior contento del mondo, manifestando segni di viva approvazione alla vista di ciascun oggetto, massime se lo sapeva lavorato dalla sposa. Questa non potea partecipare alla gioia comune; anzi voleva l’usanza, che - seduta in disparte e a capo chino, quasi dimenticata - desse segni di dolore con frequenti singhiozzi e sospiri. La sera in cui deve celebrarsi il matrimonio, gli sposi vengono accompagnati all’altare per la benedizione del Sacerdote, dopo della quale i genitori, gli avi e gli zii li benedicono alla loro volta con diversi spruzzi di acqua santa. Celebrato il matrimonio, succedono le solite visite, ed i congiunti e gli amici mandano agli sposi lu prisientu. Consiste questo in commestibili, come grano, pasta, formaggio, sugna, salami...; aggiungendosi ancora, pei figli nascituri, dei giocattoli, come trottole, fusi, rocche, mortai coi relativi pastelle, palle, ecc.”.
Il prisientu, la cammisotta, la zoka
Proprio la descrizione del rituale serrese consentiva a Corso di chiarire il significato di quel termine singo che, in un precedente articolo su Folklore della Calabria, Fedele Lamari aveva interpretato come una derivazione dal latino signum, “che indica la ragazza promessa, la quale attraverso ‘il segno aureo che porta al dito e al petto’, si fa distinguere fra le altre, come prossima a sposare”. Tuttavia, non a tale termine rinviava la cerimonia serrese al dire di Corso, bensì al latino ensenium/exenium per indicare “l’atto di lasciare le proprie vesti e di assumere quelle cerimoniali”. Così, tale cerimonia alludeva, nel medesimo tempo, alla “fittizia morte del neofita, che risorge con altre vesti, un altro nome ed altra esistenza” e al mondo nuziale a cui la sposa accedeva, con la sua adozione da parte della famiglia del marito e la sua successiva vestitura e svestitura. Usi simili Corso riscontrava in altri luoghi della Calabria: a San Giovanni in Fiore dove, tre giorni prima del matrimonio, il fidanzato mandava il cistiellu con gli ori da indossare durante la celebrazione; nei dintorni di Cosenza con il prisientu, che non consisteva, come a Serra, in doni commestibili, ma nell’abito della sposa; a Castrovillari, nella quale il futuro marito donava i principali capi d’abbigliamento e gli ori. E ne ritrovava le tracce anche nei cosiddetti “capitoli nuziali”, in cui era previsto che il genitore dovesse consegnare la figlia che andava in sposa “addobbata di vesti” o come “zita calzata e vestita” o anche di “saia nuova con gonnella e cammisotta”. La stessa cosa accadeva nei paesi italo-albanesi di Pallagorio e San Nicola dell’Alto, dove la sposa è “ritualmente abbigliata”, le si fanno indossare vari ornamenti e tra i diversi indumenti vi sono l’intrecciatura e una gonnella albanese chiamata zoka. Insomma, della singatura della zita tanti altri erano gli esempi, oltre a quello serrese così ben descritto nell’articolo di Vincenzo Agostino, tanto che Corso poteva concludere come essa fosse la “parte più caratteristica della procedura che impegna i promessi sposi al matrimonio, al connubio, al consortium omnis vitae”.
*Storico, antropologo e scrittore, cura per il Vizzarro la rubrica Nuvole
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