GIRDA ROTTAMI
Domenica, 24 Aprile 2022 07:23

FIMMINA DI RUGA | Le trame della vita, di madre in figlia

Scritto da Giuseppina Vellone*
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La bambina con il pallone, 1980, foto di Letizia Battaglia (5 marzo 1935 - 13 aprile 2022) La bambina con il pallone, 1980, foto di Letizia Battaglia (5 marzo 1935 - 13 aprile 2022)

«Il filo rosso che attraversa il mio lavoro negli ultimi anni: il tema dell’eredità… in gioco c’è la modalità con cui si trasmette il desiderio da una generazione all’altra… è il grande tema della filiazione simbolica che il nostro tempo ci costringe a ripensare perché mostra, con sempre maggiore evidenza, che il processo di filiazione non dipende dalla dimensione naturalistica della famiglia».
(Le mani della madre; Massimo Recalcati)

Quando mi sono imbattuta in queste frasi le ho sentite pregnanti.

In esse ci sono parole preziose che mi accompagnano da tempo: eredità, generazione, filiazione e desiderio! La parola eredità mi rimandava, inevitabilmente, a ciò che ricevevo: «L’ha lasciato la nonna… era il terreno della zia…; era la casa della zia Nazzarena…». Adesso si mescola con ciò che dono, a ciò che posso donare io, a ciò che posso passare… nel frattempo c’è l’intermezzo del costudire.

Nel corredo c’è tutto.

Quello che ti viene donato, quello che viene conservato, quello che attraverso qualcuno (tua madre) arriva da altre per te, quello che serve, quello che è e sarà superfluo; c’è il prezioso ed il quotidiano, il familiare, il pensato.

Dentro il corredo c’è l’esplicito permesso di andare oltre, in un’altra casa, in un’altra famiglia, in un'altra vita.

Dentro il corredo è, inoltre, costudito il principio della differenziazione: chi ricama è una donna, il corredo è per una donna; donne insieme, sorelle nel progetto.

«Noi donne liberate ed affidate alle relazioni fra sorelle, non spegneremo il nostro sguardo, non soffocheremo la nostra voce, cercheremo di tenere sempre vivo il desiderio, cercheremo, ancora, l’amante capace di parlare con noi, senza provare paura del nostro potente saper sostare nella mancanza».
(La solitudine della donna, Sarantis Thanopulos)

Annarosa Buttarelli, scrittrice filosofa, è una grande sostenitrice della necessità di persistere nel differenziarci. Mette in guardia dal mimetismo, dal malinteso senso di parità.

La Buttarelli sottolinea, anzi sostiene a gran voce, l’amore per la differenza. Con la stessa intensità la professoressa richiama la nostra attenzione «all’amore che le donne hanno per il superfluo»; il misterioso e, tanto scioccamente ironizzato, amore per il superfluo contiene, in realtà, una forza dirompente che vira verso l’esistenza di un’economia radicale che la Buttarelli propone di chiamare “Economia di sopra mercato”.

Passando attraverso Cristina Campo, la filosofa ci spiega che il sopra mercato consiste nella gioia abbondante di chi guarda le cose del mondo con occhi celesti, per la loro qualità e non per la quantità…

Ed ecco che torna il corredo.

Pezzi unici, che richiedono mani sapienti, amore infinito, tempo donato.

Stoffe impalpabili, ricami fini, colori accostati secondo natura.

Telai grandi per tessere tele robuste e coperte fitte con tramature che si intersecano.

Telai piccoli tondi per punti precisi, diritto e rovescio che si devono confondere, non ci sono nodi, l’inizio e la fine coincidono.

Ogni tanto una pausa per una parola, una risata, uno sguardo magari verso il celo.

«Antonia Cristallo, mia nonna, dice che noi fummo sempre poveri e mai tamarri; tamarro è uno che la terra gli basta, il povero invece alza gli occhi in cerca di azzurro»
(Il cielo comincia dal basso, Sonia Serazzi)

Tutte le nostre donne avevano un corredo, anche le più povere. Mi piace pensare che quello che ad un certo punto della storia si trasformò in una “pretesa” (senza corredo alcune ragazze non potevano sposarsi) era di fatto la necessità (simbolica) che una ragazza, per potersi “maritare”, doveva avere un corredo, ossia avere alle spalle una famiglia, delle donne che l’avevano pensata, che l’avevano accompagnata, che avevano per lei sognato e poi lavorato.

La famiglia vecchia costruiva le basi per quella nuova: tovaglie per la tavola, per quelle di ogni giorno, per quelle delle feste… tovaglie da dodici per stare insieme.

Lenzuola di tela per l’inverno, di lino per la frescura antidoto per l’estate, per la prima notte, per i battesimi e, poi, per la morte.

Asciugamani grandi e piccoli per avvolgere corpi bagnati.

Il bello sovrano anche nelle case più modeste.

«Un’ansia indomabile di bellezza, che lei considerava l’unica possibile consolazione ai più cupi sconvolgimenti della realtà, alle volgarità di un presente la cui opacità faceva coincidere con la bruttezza…
Alice, sai fino a quando si è vivi?
Fino a quando si è capaci di lasciarsi sopraffare dal bello».
(Iaia Caputo, Era mia madre)

*Psicoterapeuta, fondatrice della Onlus Famiglieperlafamiglia e responsabile di Casa di Deborah, nel 2021 ha pubblicato Fimmini di ruga, il libro da cui prende il nome la rubrica che cura per il Vizzarro.

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