Domenica, 09 Ottobre 2022 09:31

FIMMINA DI RUGA | Nostalgia/4

Scritto da Giuseppina Vellone*
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Foto di Salvatore Federico Foto di Salvatore Federico

Entravo con papà nel corridoio in penombra. Non so se papà tossicchiava o se era solo il suo passo: la zia lo riconosceva immediatamente: “Ah Turìnu (diminutivo di Salvatore), si tù?”. Il tempo della risposta ed eravamo in cucina.
La zia mesceva il latte. Lo prendeva con due bicchieri di plastica dai secchi di zinco che lo zio aveva portato in casa dalla stalla.
Il latte, nella cucina, appariva quasi un miracolo: bianco, lucente, luminoso, ma soprattutto caldo.
Molti della famiglia Vellone “li Sapenti” (questo il soprannome della famiglia) la sera passavano dalla zia Giuseppina per il latte.
Il latte e le uova erano il pretesto per ritrovarsi lì, scambiare due parole, aggiornarsi sugli ultimi avvenimenti del paese, semplicemente incontrarsi.

L’entrata dalla zia era sempre trionfale: lei mi avvolgeva con lo sguardo, mi accarezzava con lo sguardo; mi diceva quanto era fiera di me con lo sguardo.
La zia mi amava; sentiva – ed io pure sentivo – la mia appartenenza. Le piacevano come mi vestivo, come parlavo, le cose che dicevo: le piacevo com’ero.
Quando sostenni gli esami di maturità, a casa dei miei erano in corso dei lavori di ristrutturazione; allora la zia mi ospitò: il silenzio quasi claustrale avvolgeva le mie ore di studio. Poi la sua voce: “Ah, Pina mia, ti mangi qualcosa?”. Arrivava con pane e salame o pane e cotolette. Salame, cotolette spesse, irregolari: quando li addentavo, il sapore e il piacere mi investivano; la zia mi saziava.

Mentre mangiavo, mi ripeteva quanto è importante la cultura. Mi faceva racconti articolati su personaggi spesso sconosciuti. La famiglia Poletto era la prima nella lista dei suoi riferimenti. Ogni cosa, ogni aneddoto finiva sempre con lo stesso epilogo: “Studia, fatti una cultura, non ti dimenticare mai da dove vieni, ma vai avanti!”.
Così ha fatto con i suoi figli: si è privata di loro, della loro quotidianità e della loro presenza perché potessero andare avanti, oltre lei, oltre Serra, oltre la campagna.
Ma è nella sua terra, nelle sue galline, nelle cotolette e nell’olio di oliva, nelle sue magliette blu, nei suoi capelli scomposti e anche nella sua casa che c’è un pezzo di me.

La casa della zia: fresca d’estate e fumosa accogliente d’inverno. A casa della zia Giuseppina c’era un odore che penso non ritroverò mai più: un misto di erba, di fieno, di olio, di frutta matura, di pioggia.
Le porte aperte: chiunque poteva entrare senza bussare; bastava dire il suo nome e lei rispondeva. Se aveva finito il latte, c’erano le uova; se non c’erano più uova, offriva la verdura; se proprio aveva finito tutto, ti regalava una promessa per l’indomani.
Mi sentivo libera dalla zia: libera dagli schemi rigidi, ma ancorata alle cose che contano.

All’epoca del matrimonio di Pino e Pina eravamo in un momento economico drammatico: papà aveva chiuso la macelleria ed eravamo sull’orlo del fallimento; ma io per la zia dovevo “esserci”: non potevo avere nulla di meno di quello a cui ero abituata, per lei era intollerabile. Ecco allora che il mio vestito per la cerimonia lo comprò lei.
La mia zia Giuseppina è stata, insieme a mia mamma, a zia Maria e nonna, la sostenitrice più forte perché io continuassi l’università.
La sua generosità non era limitata ai bisogni culturali: era moneta corrente.

Il massimo della sua tenerezza l’ho visto applicato alle nipoti. Quando arrivò Roberta, la prima nipote, la zia si pose al suo servizio. Mi diceva che, siccome la nuora non aveva la mamma vicina, lei doveva esserci per tutte e due.
Se Roberta non mangiava, lei abbandonava ogni faccenda, senza tregua, si aggirava per l’aia, seguita dalle galline – o all’inseguimento delle galline – col piatto in mano. Solo il pasto completato da Roberta le dava quiete; Roberta aveva mangiato: la zia era sazia!

C’era un vecchio tavolino nel suo salotto: come mi piaceva! Quest’anno l’ho rivisto; sotto il vetro ci sono delle conchiglie, un cavalluccio marino e rami simil-corallo: il mare. Poggiavo i miei libri su quel tavolino, oppure i libri di Angela Bruna o di Brunello che sfogliavo e leggevo con avidità. Il tavolino faceva da sfondo; mi faceva sognare e, contemporaneamente, era una base sicura.
Quel tavolino rappresenta quello che trovavo nella casa della zia: un’atmosfera di rispetto, di semplicità, un clima naif, ma anche il volano di sogni.

Le mani grandi dello zio e lo sguardo tenero come quello di Pino si mescolavano ai discorsi filosofici con Brunello o alle speculazioni sull’anima con Angela.
Come stavo bene in quella casa!
Affetto, sapori e libri; fieno, frutta e prime discussioni poli- tiche; cultura e terra: connubio felice.
Il collante è stata lei: zia mia Giuseppina.

Certe volte immagino di comporre il suo numero di telefono o di bussare alla sua porta color crema: sono certa che direbbe: “Ah, Pinuccia mia!”.
Pinuccia sono a Serra e solo a Serra; dove un fiume, l’Ancinale, è uno spartiacque. A Verona sono Giuseppina, solo Giuseppina, psicoterapeuta, responsabile di Casa di Deborah. Qui ancora una volta, un fiume, l’Adige, è uno spartiacque.

*Psicoterapeuta, fondatrice della Onlus Famiglieperlafamiglia e responsabile di Casa di Deborah, nel 2021 ha pubblicato Fimmini di ruga, il libro da cui è tratto questo brano e da cui prende il nome la rubrica che cura per il Vizzarro.
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