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Mentre in diverse zone del mondo la marijuana è stata destinata al libero mercato, non solo per scopo terapeutico ma anche per utilizzo ricreativo, in Italia la legalizzazione della cannabis appare ancora un argomento tabù. A dire il vero negli ultimi mesi anche nel Parlamento italiano è stata avviata una discussione su un apposito disegno di legge, ma la confusione generata dal dibattito attorno alla questione ha portato a sempre maggiori equivoci sulla materia, soprattutto rispetto all’opportunità di portare alla luce ciò che fino ad ora è stato avvolto dall’oscurità più cupa dettata dal mercato nero in mano alle mafie.
Applicando alla cannabis la stessa imposta del tabacco lo Stato italiano incasserebbe in tasse tra i 6 e gli 8 miliardi di euro. Ma, al di là dell’aspetto economico, è chiaro che la questione saliente sarebbe quella di privare le maggiori organizzazioni criminali di moneta sonante e di un rodato sistema che va dal controllo del territorio locale fino alla dimensione internazionale. Basta ricordare che l’attentato in Spagna del 2004 fu finanziato con l'hashish che i gruppi vicini ad Al Qaeda hanno venduto anche alla camorra napoletana; Lazarat, in Albania, una delle “capitali” della marijuana, è finita sotto il controllo di gruppi criminali che sostengono Daesh e l'Isis controlla ormai una produzione da oltre 5 miliardi di dollari.

La ‘ndrangheta calabrese non è chiaramente rimasta indietro rispetto a tale business e a raccontarlo bene sono le foto del reportage inedito di Salvatore Federico, fotografo serrese, già impegnato in diversi lavori di informazione e denuncia caratterizzati da quell’attrazione fatale verso l’immagine come documentazione, discreta ma con grande cura di ogni dettaglio.
Il nuovo reportage di Federico, “Green ‘ndrangheta”, mette nell’obiettivo «la produzione di marijuana che è per i clan un business “fatto in casa”, che segue rotte diverse da quello, consolidato su scala internazionale, della cocaina. In alcune vaste aree della Calabria – spiega il fotoreporter nel commento al reportage costruito a contatto diretto con lo squadrone dei carabinieri “Cacciatori di Calabria” –, in particolare nel Reggino e nel Vibonese, le coltivazioni di cannabis vengono messe in piedi di anno in anno in territori sempre diversi, spesso inaccessibili, e finiscono per rappresentare una proficua fonte di guadagno per i clan, che controllano ogni fase del traffico, dalla produzione all’esportazione. Pur essendo capaci di affari assai più lucrosi, le ‘ndrine non rinunciano agli introiti, comunque milionari, derivanti dalla coltivazione di marijuana. Migliaia di piante vengono sequestrate, ogni anno, nel periodo che va da maggio a ottobre, e si tratta di una minima parte di quelle che vengono prodotte sul territorio calabrese, che in questo campo primeggia in Europa. I carabinieri dello squadrone eliportato “Cacciatori di Calabria” hanno ormai sviluppato, in quasi 30 anni di esperienza sul territorio, la capacità di scovare le piantagioni in mezzo alle montagne».
Le foto rese disponibili al pubblico sul sito web di Federico, al link http://salvatorefederico.eu/albums/green-ndrangheta/, sono chiaramente solo un assaggio, pochi scatti, del lavoro completo che sta già suscitando grande interesse fra gli addetti ai lavori ma non solo.
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