Il Vizzarro.it - quotidiano online
Direttore responsabile: Bruno Greco
Redazione: Salvatore Albanese, Alessandro De Padova
Reg. n. 4/2012 Tribunale VV
Una sinistra e una destra liberale degne del loro nome e della loro storia cercherebbero di contrastare la dismisura economica che le sta fagocitando, la religione della crescita illimitata delle merci, dei flussi di materia ed energia, della produzione di servizi e giochetti finanziari accoppiata ai profitti di pochissimi. Un centro-destra e un centro-sinistra capaci di fare politica pretenderebbero di governare il delirio in cui siamo precipitati, non accetterebbero la loro attuale misera condizione di amministratori delegati dei gruppi economico-finanziari più potenti, i meno indicati a dirigere il corso delle cose visto che stanno rendendo impossibile la vita su un Pianeta sempre più pieno di rifiuti, liquami, sostanze chimiche cancerogene e sempre meno ricco di ecosistemi in buone condizioni. Invece pressoché tutta la classe politica nazionale, dopo decenni di martirio della Costituzione Repubblicana, di privatizzazioni, di dismissioni del patrimonio collettivo degli italiani (beni demaniali, artistici, culturali etc.) ha mostrato, in maniera inequivocabile, di militare in un campo avverso all'interesse generale della popolazione attribuendo a Mario Draghi il ruolo di salvatore della patria. Un nome una garanzia: di allineamento alle politiche della Banca Centrale Europea, di prevalenza della finanza e dei mercati sulle necessità dei cittadini, di irrisione dei più elementari principi democratici.
La famosa lettera spedita nel 2011 da Trichet (presidente uscente della BCE) e Draghi (suo successore in quel momento entrante) al Presidente del Consiglio italiano dell'epoca conteneva un articolato programma (poi realizzato da governi tecnici, di centro-destra, di centro-sinistra, di centro-sinistra-destra in sostanza omogenei dietro il fumo delle loro chiacchiere), basato innanzitutto sul rafforzamento di regole sul lavoro e le pensioni svantaggiose per i lavoratori. Nel testo spiccava l'invito a privatizzare ancora di più i servizi pubblici mentre la volontà popolare si era appena espressa in direzione opposta: 27 milioni di italiani avevano partecipato al referendum denominato dai promotori "Acqua bene comune", il cui esito escludeva i profitti privati nella gestione dei servizi idrici. E lo stesso salvatore Draghi, interpretando a sua volta dieci anni dopo il ruolo di Presidente del Consiglio in Italia, ha perfezionato, con i decreti 199/2021 e 50/2022, il trionfo dei guadagni privati garantiti da soldi pubblici nel campo dei servizi energetici in generale (vedi i miliardi destinati a sostenere chi costruisce rigassificatori), e in particolare nel controverso settore della produzione da fonti rinnovabili. E il successivo governo ora in carica, in questa e in altre materie, ha mostrato di essere fedele esecutore della cosiddetta "agenda" dell' economista-banchiere. Al pari dell' esecutivo Draghi, per esempio, anche l'attuale ha piazzato alla guida del dicastero che prima si chiamava "dell' Ambiente" un ultrà del nucleare e della crescita economica: come mettere un lupo a custodire le pecore.
Noi ci stiamo occupando di rinnovabili nella nostra regione, in collegamento con altri coordinamenti e comitati di tutta Italia, perché vogliamo, come già in parte succede grazie a tante esperienze rigenerative in corso da tempo (attività eco-agricole, escursionistiche etc.), che la Calabria intera dia il suo valido contributo alla guarigione dell'ecosistema terrestre, e non vogliamo che consegni altre porzioni del suo territorio a bande di predoni protagoniste di una farsa, il cui canovaccio consiste nella trasformazione del dramma chiamato riscaldamento globale in una nuova frontiera dell'affarismo. Per chi si candida alla guida della Regione la drammatica farsa è un' occasione di riscatto: i politici impegnati nell'agone elettorale possono dimostrare di non meritare il termine dispregiativo politicanti, con il quale vengono designati dalla popolazione, provando a limitare i danni che causerebbe al territorio calabrese un'applicazione pedissequa delle vigenti norme sulla produzione sporca di energia pulita, disposizioni peraltro eversive perché in contrasto con la legalità costituzionale. I 3,2 GigaWatt che la Calabria dovrà produrre entro il 2030 possono essere ricavati da superfici già compromesse (tetti delle abitazioni, dei capannoni, infrastrutture dismesse, parcheggi etc.). Sui suoli già consumati si individueranno le cosiddette aree idonee, secondo le indicazioni dell'ISPRA, dell'ENEA e di altri autorevoli studi. E, siccome la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino, i politicanti che aspirano al titolo di politici devono proteggere, da chi ha creato l'opportunità speculativa con un sistema di incentivi copiosi e perversi e da chi intende sfruttarlo senza ritegno, i suoli, i boschi, i terreni agricoli, la bellezza dei paesaggi, il senso di appartenenza dei calabresi ai luoghi di residenza.
Anche noi pensiamo che l'incremento della produzione energetica da fonti rinnovabili sia un interesse pubblico, ma il far west e l'assalto delle cavallette per la realizzazione di grandi impianti eolici e fotovoltaici rappresentano soltanto la negazione di questo interesse, perfettamente compatibile in realtà con la tutela di tutti i valori espressi dalla Costituzione, in primo luogo dall'articolo 9 e dagli articoli 41- 43. L'interesse collettivo alla decarbonizzazione si persegue davvero con la lotta per preservare i suoli naturali dall'avanzata del cemento, con l'applicazione rigorosa del regolamento europeo Nature restoration law sul ripristino degli ecosistemi e con una produzione energetica fotovoltaica ricavata in maniera capillare dall'ubicazione di pannelli fotovoltaici sui tetti. Ma perché gli impianti di piccola scala integrati nei vari contesti territoriali non sono un obiettivo primario per i politicanti nazionali e per le loro articolazioni regionali? Secondo il GrIG (Gruppo di intervento giuridico) un'energia prodotta in modo diffuso, più facilmente controllabile dalle popolazioni interessate, danneggerebbe i grandi produttori. Costoro tendono a scongiurare la nascita di esperienze democratiche di gestione dell'energia, il suo ritorno all'alveo costituzionale, alla sua natura di bene comune attraverso la realizzazione di comunità energetiche. Queste ultime, che evocano la previsione costituzionale delle comunità di lavoratori e utenti, come sottolinea Monica Bolognesi della Società italiana dei Territorialisti e delle Territorialiste, sono le soluzioni più appropriate, definite sulla base della specificità dei luoghi e coerenti con la normativa europea. Comunità energetiche come forme di democrazia partecipata, comunità territoriali in cui costruire coscienza di luogo, protagoniste nell'elaborazione e nell'applicazione di strategie di sviluppo in armonia con il patrimonio locale.
Noi continueremo a essere una spina nel fianco dei politicanti complici del massacro energetico dei territori, e offriremo ancora la nostra collaborazione, con i nostri tecnici e le nostre proposte, ai politici interessati a promuovere la produzione di energia rinnovabile senza servire la lobby del settore ma soltanto le esigenze dei cittadini. Senza raccomandare cioè la pecora al lupo.
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