Domenica, 26 Luglio 2020 10:05

Il business dei boschi e il “ritorno” di Luigi Mancuso. Così si ruppe il legame tra i boss “fratelli” Anello e Vallelunga

Scritto da Sergio Pelaia
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Damiano Vallelunga era «come un fratello» per Rocco Anello. Poi qualcosa si è rotto, inesorabilmente, e i rapporti tra i due si sono incrinati fino a interrompersi. Anzi, fino a farsi ostili. C’entrano, come sempre, i boschi. E c’entrano, come sempre, i Mancuso. È la storia della ‘ndrangheta, un intreccio di affari e sangue che ha segnato, negli ultimi 40 anni, il territorio a cavallo di tre province che ha il suo punto nevralgico nelle Serre. Rocco, boss di Filadelfia capace di rigenerare i suoi legami e i suoi interessi a dispetto di arresti e guerre di mafia. E Damiano, capoclan storico delle Serre che, dopo anni duri di faide e carcere, aveva costruito attorno a sé un potere e un carisma tale da tenere testa ai Mancuso.

Il mancato saluto al matrimonio e il “malincuore” con quelli della montagna. Fino al 27 settembre 2009, giorno in cui è stato ucciso davanti al santuario dei santi Cosma e Damiano a Riace, l’autorità di Vallelunga era riconosciuta in un vasto territorio compreso tra Guardavalle, Soverato e Serra San Bruno. Secondo il pentito Gianni Cretarola, Damiano Vallelunga era il vertice a cui facevano diretto riferimento sette ‘ndrine. Ma evidentemente, nel corso degli anni, l’equilibrio si è spezzato e si è venuto a creare “malincuore” tra «quelli della montagna» e alcune famiglie molto influenti nel panorama criminale calabrese. È successo anche con gli Anello, come testimonia un episodio raccontato in un interrogatorio di novembre 2017 dall’ex boss emergente di Vibo (oggi pentito) Andrea Mantella: «Ricordo in particolare quanto mi è stato riferito dai Bonavota in occasione di un matrimonio, verificatosi qualche tempo prima della morte di Damiano Vallelunga. Il figlio di Anello Rocco si era avvicinato a Damiano Vallelunga per salutarlo, Damiano Vallelunga gli aveva risposto di non conoscerlo». Mantella spiega che Vallelunga contestava agli Anello di aver emarginato un’impresa boschiva a lui vicina e di avere «cattivi rapporti con quelli della montagna, tutto nell’ottica di un’espansione del loro controllo».

Torna il boss di Limbadi e tutti devono essere «belli garbati e precisi». Quello che sarebbe successo in quegli anni lo racconta, intercettato, proprio un imprenditore boschivo, Tonino Monteleone, che secondo gli inquirenti che hanno condotto la recente inchiesta “Imponimento” sarebbe il braccio affaristico degli Anello. Di seguito riportiamo integralmente una conversazione molto eloquente inserita nelle carte dell’inchiesta “Imponimento” da cui emergono alcuni dei motivi della rottura tra Anello e Vallelunga e, soprattutto, da cui si evince chiaramente come tutte le dinamiche mafiose del territorio siano cambiate con l’uscita dal carcere di Luigi Mancuso. Il superboss di Limbadi, infatti, sarebbe riuscito a imporre la sua “politica di pace” tra le famiglie ricomponendo le fratture del passato, assegnando ad ognuno il suo territorio («belli garbati, precisi») e facendo «le cose col silenzio: chi sbaglia, paga!».

Anello, Vallelunga e i Mancuso. L’intercettazione. A parlare sono Tonino Monteleone e Nazzareno Bellissimo, entrambi arrestati perché ritenuti sodali della cosca di Filadelfia.

TONINO: invece sempre il solito difetto. Ma Rocco non li ha presi anche per quello, perché, dobbiamo dire la verità, Rocco ha preso le distanze perché... i MANCUSO, i MANCUSO cosa hanno fatto? Quando è successa la guerra di quelli, che c'era la guerra... là sopra coso, come si chiama?...VALLELUNGA Damiano...
NAZZARENO: Damiano;

TONINO: Loro sono saliti e l'hanno difeso. Sennò -inc.le- e quegli altri lo eliminavano (testualmente “su ’mbuccavano”, ndr) a Damiano! Capito?;

NAZZARENO: -inc.le- hanno difeso Damiano;
TONINO: la guerra loro gliel'hanno fatta! Senza nessun problema. Che è successo poi. Che c'erano loro, i MANCUSO, che avevano il totale dominio. E ogni cosa, di grosso, non di piccolo, gli dovevi passare voce e dire "qua c'è da fare questo lavoro grosso”.Damiano...;

NAZZARENO: -inc.le -;

TONINO: No. Damiano invece si è attaccato là! E loro hanno detto, «Benissimo», dice, «quando vengono e ti rompono le corna, d’ora in poi ce ne laviamo le mani!». Capito? Sennò Damiano oggi, non muore mai! Rocco, siccome poi aveva preso questa amicizia con lui, con Damiano, con Damiano è diventato come un fratello. Che ha fatto Damiano? Damiano ha provocato tutto sta - inc.le- tutta una trappola! Solo che a lui gli è andata bene per due motivi: uno che in quel periodo l'hanno arrestato, a Rocco, e due perché poi ha visto che già Damiano ... cercava di fare il furbo, non era più sincero, un po’ sincero non c'era, MALLAMACE gli metteva disturbi tra loro due, -inc.le- casini –inc.le- ... Damiano ha cominciato a ...(inc)... invaghito del mondo del business che doveva diventare peggio di quelli di là sotto, allora lui ha preso e si è allontanato un pochino i rapporti con lui. E si è salvato per questo, sennò nella – inc.le- di Damiano cadeva anche lui. Qual è il problema? Attenzione, che là sono caduti tutti, -inc.le- tutti gli amici di Rocco sono caduti tutti.
NAZZARENO: solo lui

TONINO: Però lui già tre anni prima aveva abbandonato tutti, capito?

NAZZARENO: e poi come si riappacificarono?;

TONINO: con chi? Con Damiano o coi MANCUSO?

NAZZARENO: inc.le 
TONINO: Con i MANCUSO ha fatto pace tramite questo discorso di Milano, poi uno di quelli che aveva il bar che è amico dell'avvocato, lui è andato con lo zio Mico a trovarlo, si sono chiariti i discorsi vecchi, «vedi che ci sono delle sentenze», poi quello gli ha detto «non ti preoccupare che ho parlato io, come scendi adesso, vai a trovare con Luni e vi chiarite tutti i discorsi» -inc.le- non c’è problema. Poi ...(inc)... lucidamente;
(Omissis fino al minuto 00:18:51 
Trascrizione integrale dal minuto 00:18:52 al minuto 00:19:43)
TONINO: Rocco l’ha capito al volo. E guarda pure tu che devi capire con chiarezza: ...(pp inc)... successo un manicomio qui nelle zone. Stava perdendo tutti gli equilibri...Uscendo Luigi, che ha fatto? Ha detto a Luni: «qua te la vedi tu!»...E lui si è messo a fare un sistema: ha chiamato a tutti: Rocco, a tutti quanti. Dice: qua le cose si devono mettere a posto: ognuno ha il suo territorio...e non deve andare a rompere i coglioni all'altro. Ognuno sta nel suo, belli garbati, precisi. Vediamo se c'è qualche malincuore con qualche limitante (confinante, ndr), qualche problema, qualche discussione. Li metti da parte (fonetico). Però quando ci stringiamo la mano, deve funzionare (fonetico) niente, perché se no qui ci attaccano (arrestano, ndr) a tutti! Dobbiamo fare le cose, da oggi in poi, col silenzio: chi sbaglia, paga!...Hai capito che ha fatto Luigi? Allora là ha ricompattato a tutti.
(Omissis fino al minuto 00:23:17 
Trascrizione integrale dal minuto 00:23:18 al minuto 00:23:40)
NAZZARENO: ma lui fino a Capistrano prende? (come competenza, ndr)

TONINO: uh (in tono di assenso, ndr)...qua sotto, sotto, gira Cortale, Acconia, tutti cosi...non è un problema, capito? Per un amico suo, che gli interessa a lui, se ha un problema, che ti dico, fino a Soverato, un pò prima.

La spartizione delle Preserre. La geografia criminale del territorio a cavallo tra l’entroterra vibonese e quello catanzarese avrebbe dunque avuto degli assestamenti, e dalle indagini sulla galassia del clan Anello emerge il «chiaro interesse da parte dell’organizzazione di avere il pieno controllo sugli appalti boschivi, e sugli imprenditori che li gestiscono». Secondo quanto si legge nelle carte dell’inchiesta, il territorio boschivo a cavallo tra le Preserre vibonesi e catanzaresi oggi rientrerebbe «nella zona di competenza di tre cosche di criminalità organizzata: la famiglia Iozzo, con competenza sui comuni montani di Chiaravalle Centrale, San Vito sullo Ionio, Cenadi, Gagliato e Petrizzi; la famiglia Bruno, con competenza sui comuni di Vallefiorita, Amaroni, Girifalco, Palermiti, Squillace, Olivadi, Centrache e Cenadi; la famiglia Anello, con competenza sui comuni di Filadelfia, Polia, Monterosso Calabro, Capistrano e Cenadi». La spiegazione della spartizione territoriale dei lotti boschivi tra le cosche di ‘ndrangheta la fornisce il collaboratore di giustizia Salvatore Danieli, appartenente alla cosca Bruno di Vallefiorita, nel corso dell’interrogatorio del 7 aprile 2018, nel quale spiega che, «in considerazione della presenza di numerose aree boschive e, conseguentemente, di un maggior numero di gare espletate (in effetti, solo negli ultimi cinque anni sono state indette ben quattordici gare boschive), il territorio, confinante con i Comuni di competenza di tutte e tre le famiglie, veniva ritenuto di competenza “collettiva”».

Gli equilibri che si spostano. Il caso di Vallefiorita Ecco il racconto del pentito, da cui emerge chiaramente come dopo alcuni omicidi eccellenti gli equilibri si erano spostati facendo crescere l’influenza del boss di Filadelfia: «Ero legato alla famiglia Bruno di Vallefiorita che controlla anche il territorio di Amaroni, Palermiti, Pietragrande, Squillace e altri vicini. Ero a disposizione prima di mio cugino Giovanni e poi di Giuseppe Bruno dal 2007. A quell’epoca comandava Giovanni Bruno il quale mi diceva che in passato aveva avuto buoni rapporti con la famiglia Anello di Filadelfia ed in particolare con Rocco Anello. Lo stesso Giovanni mi spiegava che comunque non voleva avere più a che fare con Rocco Anello che aveva litigato con Damiano Vallelunga al quale mio cugino Giovanni era rimasto fedele. Non conosco le ragioni del contrasto intercorso fra Vallelunga e Anello e conseguentemente fra Anello e mio cugino Giovanni. Giovanni Bruno comunque non mi aveva indicato Rocco Anello fra i nemici di cui tra virgolette “guardarmi”. Me lo presentava come una persona con la quale, ribadisco, non voleva più avere a che fare. Damiano Vallelunga è stato ucciso nel 2008, mio cugino Giovanni nel 2010. …omissis... Una volta preso il comando della cosca, Giuseppe Bruno mi diceva che avrebbe voluto i rapporti con la famiglia Anello e quindi con Rocco ed il di lui fratello Tommaso. Effettivamente, mi risulta che Giuseppe Bruno, in più occasioni, si sia recato a Filadelfia per incontrare Rocco Anello».

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