Domenica, 28 Marzo 2021 08:19

Le carte del Parlamento che raccontano la storia di Bruno Chimirri

Scritto da Tonino Ceravolo
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Il viaggio di Bruno Chimirri dalla Calabria verso Roma, per occupare lo scranno parlamentare, non era stato, come egli stesso racconta, né agevole e nemmeno, c’è da ritenere, particolarmente piacevole. Infatti, non appena eletto deputato, gli era convenuto andare “in carrozza fino a Crotone ove si prendeva la ferrovia e di là per Taranto, Bari e Caserta” era giunto a Roma “dopo cinquanta ore di viaggio disagiatissimo”. Un “disagiatissimo” viaggio inevitabile viste le “miserrime” condizioni della Calabria del tempo, che, tuttavia, rappresentava, dopo l’esperienza da consigliere provinciale, il momento d’esordio di una carriera politica “luminosa”, secondo la definizione che ne avrebbe dato nel 1890 un cronista dell’epoca. Ininterrottamente deputato dalla XIII alla XXIII legislatura del regno d’Italia, tre volte ministro (che diventano quattro se si considera il brevissimo interim del ministero del Tesoro che resse dal 21 dicembre 1900 al 6 gennaio 1901), infine, con decreto di nomina del 16 ottobre 1913, senatore, Chimirri avrebbe lasciato tracce non marginali di sé non soltanto nei resoconti delle aule del Parlamento, ma pure nella pubblicistica dell’Italia liberale.

Lo attestano, per esempio, due contrapposti giudizi di Luigi Brangi e di Telesforo Sarti. Brangi, in un’opera dedicata ai “moribondi” di Montecitorio, pur definendolo “di forte ingegno […], svelto, attivo e laborioso” e sottolineando che “svolazza come farfalla intorno alle fiamme della letteratura, del diritto, della politica e delle scienze economiche”, ne aveva rilevato, con toni caustici, i limiti: “[…] Non è divenuto profondo in niente. È un valente avvocato, non un giureconsulto. È un causeur ammaliante, non un critico. È un cultore di economia sociale, non un economista. […] La forma del suo dire è sempre elegante e classica. L’argomentazione è sottile, ma non profonda. Si vede che l’oratore è un po’ sofista. Come un prestigiatore, egli nasconde quei lati della quistione che a lui non conviene di discutere. I suoi discorsi, irresistibili quando vengono uditi, diventano irresistenti quando sono letti”. Di tenore diverso le notazioni di Sarti, il quale ne descrisse lo stile quasi da annoiato flâneur per le strade di Roma: “Bruno Chimirri – scrive Telesforo Sarti – […] cammina adagio, ha lo sguardo incerto e spesso dà a vedere di far fatica a ricordarsi delle fisionomie, va da un salotto all’altro, da un’aula di tribunale ad un ricevimento aristocratico, da Montecitorio a una prima rappresentazione, conservando sempre nel viso l’impressione quasi di stanchezza infinita, quasi d’uno che cerca costantemente qualche cosa e non riesce a trovarla mai”, per esaltarne, subito dopo, le capacità oratorie e la cultura: “La parola non è soltanto una forza in quanto la esercita per convincere gli altri, ma specialmente perché diverte, avviva, appassiona lui … Quando si decide a discorrere di ciò che gli piace, l’onorevole Chimirri rivela interamente la forte struttura e la solida nutrizione del suo ingegno. Giacché egli è uno dei pochissimi fra i nostri uomini politici veramente culti”. E concluse aggiungendo una sorta di profezia sul luminoso avvenire del parlamentare di Serra San Bruno (“Il Chimirri è fra quei deputati che arriveranno”) che si sarebbe, in effetti, da lì a poco reso concreto con l’attribuzione degli incarichi ministeriali nei governi Di Rudinì e Saracco.

Quel “luminoso avvenire” Bruno Chimirri lo stava ormai lasciando dietro le spalle nel momento in cui, nel 1913, abbandonava la Camera dei deputati per indossare il laticlavio della nomina senatoriale. Di questo passaggio, che giungeva a coronamento di una brillante carriera parlamentare quasi quarantennale, l’Archivio Storico del Senato del Regno (ASSR) conserva il fascicolo con la corrispondente documentazione che è oggi consultabile pure in formato digitale e che si apre con il foglio di “verificazione dei titoli dei nuovi senatori” nel quale vengono riportate le tappe principali della nomina (dal decreto regio del 13 ottobre 1913 sino alla data del giuramento il 6 dicembre dello stesso anno), ricordando, tra i titoli gentilizi e cavallereschi, il Gran cordone dell’ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro ricevuto da Chimirri il 13 gennaio del 1911. Il secondo foglio, datato 19 ottobre 1913 e firmato dal Segretario generale della Camera, costituisce la certificazione delle legislature svolte dal politico serrese in qualità di deputato ed è introdotto dalla menzione anche della legislatura XII, non a caso indicata tra parentesi, che vide l’elezione iniziale di Chimirri e il successivo annullamento, il 10 dicembre 1874, a vantaggio di Gaetano Loffredo di Cassibile. Con il terzo documento, l’Estratto dal “Registro dei nati” dell’anno 1842 del comune di Serra San Bruno, si affaccia il contesto locale di provenienza del senatore con l’attestazione della nascita il 24 gennaio da “Donna Caterina Corapi di anni ventiquattro […] e da D. Luigi Chimirri di anni ventisette di professione Legale” e con il neonato Bruno Vincenzo Francesco condotto il 25 gennaio alla presenza del sindaco, Luigi Damiani, dal calzolaio Bruno Amato dinanzi ai testimoni Francesco Vinci e Biagio Gusmano, ambedue “ferrai regnicoli”. L’ultimo documento qui presentato è lo schematico processo verbale della “convalidazione dei titoli a senatore”, che avvenne, su 92 senatori votanti, con 87 voti favorevoli e 5 contrari. Tuttavia, l’alto incarico non avrebbe rappresentato per Chimirri la conclusione del suo attivismo nelle aule parlamentari, ben riconosciuto da sodali e avversari, del quale fa fede, tra l’altro, un importante intervento il 15 gennaio del 1914 per sostenere la neutralità dell’Italia rispetto alla partecipazione alla prima guerra mondiale.

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