Sabato, 05 Maggio 2018 12:53

Il turismo, noi e la Quercia di Pinocchio

Scritto da Salvatore Albanese
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Progettare il turismo non è opera da giornalisti, ma probabilmente neanche da amministratori locali visto che il comparto pare essere vittima di un’eterna “calma piatta” che nel corso dei decenni – nonostante l’avvicendarsi di più generazioni di amministratori e classi dirigenti – non ha condotto né a catastrofici passi indietro, né a salutari passi in avanti. I numeri, tedesco in più, tedesco in meno, galleggiano nella media e sembrano essere pertanto quelli di sempre. Sembrano, perché nulla di preciso rispetto ai dati dei turisti che sono attraccati nelle varie stagioni nella ridente Serra San Bruno è stato diffuso, fatto trapelare, illustrato e mai probabilmente neanche misurato da chi dovrebbe occuparsi della materia e della sua pianificazione. Già, chi dovrebbe occuparsi della materia? Né i giornalisti, dicevamo, né gli amministratori. I primi perché non hanno competenze e conoscenze programmatiche e gestionali in merito, né presumono di averle. I secondi invece – non solo quelli attualmente al potere – non se ne sono mai realmente occupati pur riproponendosi costantemente di farlo. Nel tempo, ogni pietanza servita agli elettori (dai comizi in piazza, ai convegni in sala, fino ai libretti striminziti dei programmi da campagna elettorale) è stata farcita di turismo e turismo. Poi nulla più per proposte che restano parole e si disperdono nell’aria se non ci metti dentro un contenuto, una visione, un progetto che possa dargli un senso. Se non si utilizza un approccio professionale alla cosa, a qualsiasi cosa, anche a quella che tutti noi chiamiamo “turismo” senza capire nel concreto cosa sia o cosa possa essere.

Non è probabilmente più la visione nostalgica della Colonia estiva che nei pressi del Calvario concedeva soggiorno a frotte di adolescenti e non è, come non lo è mai stato, quella vacanza “discotecara” ad alta densità di nightclub e rumori, con i buttafuori, le piscine, i massaggi, le sdraio e le aree cocktail all’aperto con vista panoramica. Insomma, sappiamo di certo quello che il turismo a queste latitudini non è, ma non sappiamo quello che potrebbe essere. E non lo sappiamo perché per saperlo si dovrebbe quantomeno partire dall’attualità, da quello, poco o assai, che già c’è. Anche perché per capire se è poco o se è assai prima dovremmo quantificarlo. Quanti e quali sono i visitatori arrivati nella cittadina della Certosa, ad esempio, negli ultimi 5 anni? Sono uomini? Sono donne? Sono giovani e bambini? Sono anziani? Sono adulti? Hanno con loro degli animali domestici? Da dove arrivano? Con che arrivano? E poi, soprattutto, ritornano? Per avere un riscontro concreto della cosa, un punto di partenza dal quale iniziare a muovere i primi timidi passi, pare imprescindibile la consultazione dei dati che le strutture ricettive, molte sul territorio, raccolgono e conservano per legge ad ogni pernottamento. Un fantomatico assessore al Turismo (che a Serra San Bruno, cittadina che crede e spera di avere vocazione turistica, non esiste: c’è semplicemente una delega alle “Attività culturali, Turismo, Programmazione eventi e Rapporti con l'associazionismo ed il volontariato” in mano a un consigliere comunale) potrebbe a esempio iniziare da una siffatta raccolta dati, magari con l’ausilio della locale sezione della Pro Loco (che, compatibilmente con le possibilità, ha fatto molto di recente per il territorio) per, semplicemente, cumulare i numeri che hotel, alberghi, bed & breakfast, agriturismi e simili hanno in archivio. Il passo successivo sarebbe, ancora più semplicemente, quello di consegnarli in mano a manager del turismo. In Italia ci sono 105 corsi di laurea in turismo, tra diplomi di primo e secondo livello, e in più una cinquantina di master. In pochi anni l’offerta si è moltiplicata e oggi gli atenei sfornano più di 3mila laureati triennali all’anno, che in teoria dovrebbero trovare sbocco in lavori manageriali o comunque ad alto livello organizzativo nel settore turismo. Ci sono operatori che si occupano della creazione e gestione di eventi o fiere di ogni genere, altri che pensano e implementano piani di sviluppo, altri che individuano i punti hard e soft sui quali fare forza o meno per tentare di potenziare una rete di servizi e di offerte pensata su misura del visitatore e che di certo non potrà accontentarsi di quanto definito dai limiti territoriali comunali. Si pensi a un “triangolo” Serra-Mongiana-Soriano: tanta carne al fuoco che impegnerebbe almeno per una settimana. Un triangolo che vedrebbe ai rispettivi vertici la Certosa di San Bruno, le Reali Ferriere, il Convento di San Francesco, ma non solo. A cascata tutto il resto: i centri storici, i musei, l’artigianato, l’agricoltura sostenibile, la natura e l’ambiente, la spiritualità, l’architettura, l'arte, la gastronomia, le tradizioni fino alle cose fino ad ora, forse per “vocazione”, sottovalutate. Ad esempio, La Repubblica (non un giornalino di quartiere ma il quotidiano più diffuso in Italia) di due giorni fa, giovedì 3 maggio, metteva in evidenza un fenomeno in continua e progressiva espansione in un articolo dal titolo “Faggi e cipressi come quadri. Il boom del turismo degli alberi”.

«Non importa sapere se si è davanti a un Quercus pubescens o a un Quercus ilex, quel che conta è lasciarsi rapire dalla bellezza delle fronde come si fosse davanti a una scultura di Michelangelo o a un dipinto di Giotto». Quella che parla è la penna di Cristina Nadotti, che dalla corrispondenze dalle aree di crisi e passata di recente alle gallerie d’arte. E proprio di arte scrive riferendosi agli alberi monumentali e ai viaggi di chi, sempre più numerosi, li vuole ammirare, «una delle varie forme di turismo che l'Italia è riuscita di recente a declinare». «Gli apripista dei tour organizzati per vedere querce e lecci secolari – si legge ancora su La Repubblica – sono stati Comuni e Regioni che, chiamati dalla legge 10 del 2013 a censire e segnalare al ministero delle Politiche agricole alimentari e delle foreste gli alberi monumentali nel loro territorio, si sono resi conto di avere in casa un patrimonio di facile fruizione e tutela. A Sanremo, per esempio, la visita guidata agli alberi monumentali dei parchi della città è un classico fin dal 2014, e il comune ligure gioca al meglio le sue carte di città dei fiori e della giovinezza di Italo Calvino per indicare ai turisti, oltre a begonie e camelie, ficus, araucarie e palme nei parchi delle ville, su tutte Villa Ormond, gli alti fusti che ispirarono allo scrittore “Il barone rampante”». Dunque, la varietà floreale sanremese, quella presente nei parchi e nei giardini, nelle ville pubbliche o private, affascina i turisti. Ora, pensate all’overdose sensoriale che gli stessi visitatori potrebbero rischiare di avvertire nei nostri boschi. Ed è lo stesso articolo di Repubblica a citare proprio l’abete bianco di Serra San Bruno, indicato tra gli «esempi di maestosità e longevità» assieme alla sequoia di Longarone, testimone del disastro del Vajont, che l'ondata del 1963 non riuscì a sradicare, ma ferì lasciando sul tronco un'enorme cicatrice, e la “Quercia di Pinocchio” citata da Collodi, a Gragnano in provincia di Lucca, dove Pinocchio venne impiccato dagli assassini che volevano rubargli le quattro monete d’oro e vicino alla quale poi lo stesso burattino incontrò il Gatto e la Volpe, che lo convinsero a sotterrare i denari nel Campo dei Miracoli nella città di Acchiappacitrulli per far crescere un albero carico di zecchini d'oro.

I nostri alberi non saranno carichi di zecchini ma rappresentano un patrimonio naturale e paesaggistico di immenso valore. Sarebbero solo un tassello di un mosaico molto complesso e che molto potrebbe offrire in termini di vasta proposta ai turisti. Una ciliegina sulla torta di tutto quello che c’è da vedere e da vivere per un lasso di tempo esteso a sicuramente più di un giorno, che non sia e che non può più essere il turismo “mordi e fuggi” del picnic di Pasquetta o del ponte del Primo maggio: un fenomeno relegato a una dimensione che evapora presto lasciando l’alone dell’ingannevole appagamento transitorio. Ma un mosaico è composito se c’è una rete che ne tiene assieme i pezzi e a tal proposito il preside Tonino Ceravolo – proprio dalle pagine del Vizzarro – aveva invitato diversi mesi fa gli amministratori di Serra San Bruno a prendere spunto dal «“gran libro del mondo” e vedere anche come vanno le cose altrove» per la realizzazione di «un “museo diffuso” reale e virtuale» che tracci una via di collegamento tra la pinacoteca sita alle porte del paese, completata ma mai consegnata alla comunità, e le chiese, le piazze, i musei (delle confraternite, di San Biagio, della Certosa), i monumenti e tutte gli altri elementi di interesse artistico e architettonico collegati sull’asse viario che da San Rocco conduce a Santa Maria. «Identità plurali di ciascun singolo bene culturale mantenute distinte in quanto tali e, al tempo stesso, strutturate in rete per proporre un’identità condivisa, che racconta la storia plurisecolare di una comunità» aveva indicato Ceravolo. Proposta rimasta al momento lettera morta per gli amministratori di Serra, e che forse a questo punto conviene rivolgere ai sindaci Iorfida e Bartone, di Mongiana e Soriano, affinché la estendano ai loro territori (si tratterebbe in tal caso di un “museo diffuso intercomunale”) e si rendano promotori loro di un progetto che, a quel punto sì, potrebbe realmente catapultare l’intero territorio in una dimensione da turismo permanente, stabile e duraturo.

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