GIRDA ROTTAMI
Domenica, 29 Novembre 2020 10:04

L’ultimo avamposto del feudalesimo

Scritto da Francesco Barreca
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Foto di Salvatore Federico Foto di Salvatore Federico

LA "QUESTIONE CALABRESE" Le recenti vicissitudini della Calabria, la vicende tragicomiche (tragiche per chi la vive, comiche per chi vi assiste) delle ultime settimane hanno portato alla luce una realtà nota – notissima – ai calabresi, ma quasi del tutto ignota ai forestieri, e in questo rivelare agli altri, agli “estranei”, quel che veramente succede pare che siano gli stessi calabresi a prenderne coscienza per la prima volta, come se dal “così vanno le cose” stessero ora finalmente passando al “ma perché devono andare così?” A quest’ultima domanda, grazie alla rinnovata scoperta della Calabria, si sono provate a offrire una moltitudine di risposte; risposte provenienti dai calabresi in primis, ovviamente, ma anche da chi si sentiva d’aver qualcosa da dire, magari per esser stato una volta (o anche due) in Calabria, oppure per aver visto dipanarsi gli eventi come una continua conferma alle idee che aveva già; e perciò giù con editoriali, articoli e articolesse, opinioni eccetera eccetera. E tutti, o quantomeno la parte statisticamente rilevante di quel “tutti”, non vedevano l’ora d’immergersi nel mare magnum del “che cosa è la Calabria”, “chi sono i Calabresi”, “qual è la cultura calabrese”, e perciò, in ordine sparso, abbiamo letto di mari e montagne che s’incontrano, contraddizioni che vivificano, ’ndrangheta, nonfinito, peperoncino e ’nduja, la Calabria-è-questo-ma-anche-quest’altro, come-faccio-a-spiegare e voi-come-fate-a-capire, è colpa nostra, ma anche colpa vostra e via dicendo e argomentando; come se la Calabria fosse un’anomalia, una stranezza difficile, quasi impossibile a comprendersi, perciò condannata senza rimedio al triste destino di sofferenza che al momento l’attanaglia. C’è una questione calabrese, insomma, che ha ormai valicato i confini regionali (all’interno dei quali, all’apparenza, se ne stava tutta tranquilla) per diventare questione nazionale, e sulla quale le migliori menti italiche offrono la loro pretesa e spesso poco richiesta saggezza. E come spesso accade quando si parla di Calabria, il passo è stato breve, fin troppo breve: dall’analisi disincantata di quel che avviene si è caduti nella tentazione dei fattori culturali, del calabrese lombrosianamente inteso: un sadico, un masochista, la feccia del contadiname, incapace di scegliere se non il peggio del peggio. Perché (chi potrebbe negarlo?) se in Calabria siamo in questa situazione è colpa dei politici; e d’altra parte, chi li ha votati, quei politici? E se dieci anni di commissariamento della sanità non hanno risolto nulla, di chi è la colpa? Chi ci vive, in Calabria, se non i calabresi? - Messa così, verrebbe da dare ragione pure a Morra. Eppure, nel vortice di interpretazioni e disquisizioni sotto- e sovra-strutturali, a me sembra ci sia sempre un vizio di fondo, un errore prospettico; mi pare, dico, che non si faccia mai abbastanza caso al fatto che i calabresi hanno una terra sotto i piedi, vivono in case di cemento e percorrono strade d’asfalto; perché la Calabria stessa ha una geografia, una realtà materiale non trascurabile quando si discute di quel che i calabresi fanno e decidono. Tutto questo è quasi rimosso, ignorato, come se fosse qualcosa di ridicolo da considerare: sono i fattori culturali a contare; la terra sotto i piedi ce l’abbiamo tutti, ed è per tutti uguale.

IL SOSTRATO MATERIALE Mi si perdoni la vanità d’usare il termine “sostrato”; vanità perché quel che voglio dire è molto semplice, e cioè partiamo dalla terra che abbiamo sotto i piedi. In una ideale classifica delle regioni fatta in base ai dati demografici, la Calabria starebbe in mezzo, senza infamia e senza lode: quasi due milioni di abitanti (decima in classifica), distribuiti su una superficie di più o meno quindicimila chilometri quadrati (decima, ancora) per una densità di 126 abitanti per chilometro quadrato (tredicesima). Una regione non grandissima, dunque, ma neppure piccola; non popolosa, ma neanche spopolata; non affollata, ma neanche disabitata. Tutto molto coerente, fin quando non si considera il numero dei comuni, perché qui ecco l’anomalia, la particolarità della Calabria, grazie alla quale, magari, si ha un punto di partenza per correggere l’errore prospettico delle analisi culturali: in Calabria ci sono 404 comuni (quinta in classifica), cioè un centinaio in meno della Campania, che però ha quattro milioni di abitanti in più e una densità abitativa quasi quattro volte superiore. Un solo comune calabrese (Reggio Calabria) ha oltre 100.000 abitanti; cinque soltanto superano i 50.000, mentre 374 (su 404) non arrivano neanche a 10.000. E in questi 374 comuni con meno di diecimila abitanti vive la metà della popolazione calabrese. Per intenderci, in Liguria (popolazione: un milione e mezzo di abitanti), la cui superficie è un terzo di quella della Calabria, due terzi della popolazione vive in comuni con più di diecimila abitanti. Questi numeri indicano che la popolazione calabrese vive frammentata in piccoli centri o in realtà cittadine di modeste dimensioni –  i cinque capoluoghi di provincia calabresi messi insieme non arrivano a raggiungere la popolazione della sola Genova – e questo è comprensibile, se si guarda alla storia e alla conformazione geografica della Calabria, e non sarebbe neppure di per sé rilevante, se non si considerasse come la maggior parte di questi comuni sono collegati tra di loro e coi centri più grandi, e cioè male, malissimo – di fatto con le vecchie mulattiere ripezzate dai Borbone prima e dal fascismo poi. E visti in tale ottica, questi asettici numeri cominciano a parlare e a diventare cruciali per capire la situazione della Calabria, per capire che quaranta chilometri in Calabria possono essere molto diversi da quaranta chilometri in Liguria, e che fare analisi senza tenere conto di questo dato di fatto conduce a errori gravi di valutazione, e ci fa cadere in quell’apparente contraddizione per cui di calabresi capaci sembra essere pieno il mondo intero tranne che la Calabria stessa. Perché, se proprio dobbiamo tirare in mezzo i fattori culturali, allora occorre prima di tutto riconoscere che mezza Calabria vive confinata in piccole comunità, e almeno un quarto (escludiamo, infatti, i comuni più vicini ai centri più popolosi e quelli in zone costiere a importante flusso turistico) in comunità isolate, con tutti i pregi e difetti che questo comporta. Tali comunità, infatti, sono sopravvissute e in buona parte continuano a sopravvivere perché esiste una rete locale di “surrogati normativi”, ossia di relazioni personali che suppliscono alla difficoltà fisica di raggiungere la popolazione attraverso il regolare funzionamento della normatività istituzionale. Provo a spiegarmi brutalmente: i sembra brutto, i la gente parla, i quello è una brava/cattiva persona, la nominata, tutte queste piccole sottigliezze che regolano le interazioni sociali nella vita di un paese e spesso sembrano opprimerlo sono in realtà le norme tacite che ne garantiscono il vivere sociale quando il paese stesso è isolato e costretto all’autosufficienza; perché è, ad esempio, la nominata a determinare l’accesso al credito presso un negoziante in caso di difficoltà o l’affidamento di un incarico lavorativo. Lì dove non riesce ad arrivare la norma, si spera arrivi la nominata. È da questa realtà che scaturisce quella mitizzazione della Calabria, fatta soprattutto dagli emigranti, i quali, trasferendosi, si ritrovano di colpo in un mondo urbanizzato perlopiù regolato in maniera impersonale. Così, essi vagheggiano dell’ospitalità, della vitalità e della passione della loro terra d’origine. Il problema è che questa rete di relazioni personali che assicura la sopravvivenza della metà della popolazione calabrese può essere pervertita e sfruttata contro di loro – e di fatto è questo che è avvenuto – conducendoli alla rovina. 

UNA SOCIETÀ (NEO)FEUDALE Se qualcuno mi chiedesse di consigliargli un libro per capire la Calabria, più che le numerose e pregevoli opere letterarie e accademiche aventi a che fare direttamente con la regione gli suggerirei di leggere La società feudale di Marc Bloch, e in particolare la sezione seconda del libro primo, intitolata “Le relazioni tra uomo e uomo.” Perché, per come la vedo io (e ovviamente potrei sbagliarmi; anzi, sicuramente mi sbaglio e mi perdo in folli fantasie), davvero la società calabrese dei piccoli comuni isolati è l’ultimo avamposto del feudalesimo – e in fondo, quando chiediamo a cui appartieni? cosa facciamo se non rivelare un bagliore di feudalesimo? – nel senso che la preponderanza dei legami personali ne replica le dinamiche, e questo ha effetti pesanti sulla vita pubblica della regione. Per sopravvivere abbiamo creato una complessa rete di affetti e relazioni – oltre ai parenti più prossimi e ai parenti acquisiti basti pensare alla molteplicità di legami creati da un sangianni, o a tutte le varie sfumature delle relazioni amichevoli, le quali prevedono un certo “investimento sociale”, nel senso che una relazione di tipo personale comporta, in senso genuinamente feudale, obblighi e benefici, perché in qualche modo la nominata si estende anche a chi abitualmente frequenta la persona in questione. E tutto questo tessuto di relazioni, obblighi, rispetti, lealtà, impegni e doveri è tutto lì, già pronto per chi è abbastanza furbo o spietato da sfruttarlo. Uno dei problemi che più spesso viene indicato quando si parla della politica calabrese è quello della facilità con la quale la ’ndrangheta riesce a insinuarsi nei centri del potere: nell’albo d’oro 1991-2020 dei consigli comunali sciolti per infiltrazioni mafiose la Calabria sta saldamente in testa alla classifica con 117 comuni. Ecco, questo è facile da capire se si tiene a mente quello che abbiamo appena detto; perché nella ’ndrangheta il rapporto personale è riproposto in forma quasi quintessenziale, tanto è vero che la ’ndrangheta è prima di tutto famiglia, e in quanto tale è stata ed è più difficile da penetrare rispetto alle altre associazioni criminali, che invece, se così si può dire, sono passate dal feudalesimo a un associazionismo di tipo capitalistico, quasi da società per azioni. La ’ndrangheta, per ora, no: reinveste, certo, i suoi capitali in ambiziose operazioni finanziarie, ma come società malavitosa in sé si regge sulla concessione di benefici e sugli obblighi che da quei benefici derivano – basta accettare un favore, un minimo favore, per essere caricati di un corrispondente obbligo e dunque trascinati in questo sistema e non potervi più uscire: d’altra parte questo è quello che già avviene all’interno delle dinamiche sociali richiamate sopra. È chiaro, perciò, come sia facile, per chi ha da offrire benefici, penetrare un in una realtà sociale che si regge sui rapporti personali, piegarla ai propri interessi e trasformarla in una vera e propria rete clientelare. Grazie all’interscambio beneficio-obbligo il malaffare penetra nel profondo tessuto sociale calabrese, e in un certo senso lo costringe a produrre una classe politica a sua immagine e somiglianza: corrotta, disinteressata, obbligata lei stessa nei confronti di chi l’ha beneficiata, e del tutto incline a mantenere lo status quo. Nei piccoli centri il tengo famiglia è più potente – e non potrebbe essere altrimenti – di un’idea o di un principio, per il semplice fatto che con l’idea o il principio non mangi e non fai mangiare i tuoi figli. Ci si lega perciò alle persone: si diventa letteralmente, come scriveva Bloch, “uomini di altri uomini”. Il politico locale crea il suo bel feudo, lo cura con benefici opportunamente dispensati e lo reclama quando si tratta di andare in battaglia – sarebbe a dire, quando si vota. E così, i bei discorsi sui politici ladri, sulla necessità di cambiare, tutti quei discorsi che ogni calabrese fa, in perfetta buona fede e con assoluta convinzione, svaniscono di fronte alla dura realtà dell’obbligazione nei confronti del potente. Così vanno le cose. 

QUELLO CHE È, QUELLO CHE POTREBBE ESSERE In buona sostanza, la Calabria è una regione di sfruttati, chi più chi meno. Quei rapporti personali e umani che tengono in vita la sua popolazione sono rivolti contro di loro e oggi, con una crisi sanitaria in corso, minacciano di ucciderli. Di soluzioni se ne propongono, anche valide, e tuttavia mi sembra che spesso si manchi di sottolineare la condizione necessaria per il cambiamento: occorrono prima di tutto strade, infrastrutture. La rete calabrese complessivamente consiste di 15700 chilometri di strade, per la maggior parte comunali (6700 km) e provinciali (5700 km) in pessime condizioni; ci sono poi 851 chilometri di ferrovie di cui solo 279 a doppio binario. Ad oggi, un quarto della popolazione non ha un ospedale a meno di mezz’ora d’auto, e cento comuni calabresi si trovano addirittura a più di quaranta minuti. La difficoltà di spostamento ha effetti importanti nell’accesso ai servizi, ma ha effetti ancor più importanti nella formazione di un fronte d’opinione fondato più su idee e principi che su legami personali. Le reti clientelari, infatti, reggono meglio quando le comunità sono mantenute isolate, separate le une dalle altre, in un equilibrio sempre precario; funzionano finché funziona il tengo famiglia.  Bisogna rompere l’isolamento geografico in cui versa la buona parte della popolazione calabrese se si vuole evitare che i legami personali finiscano con l’asfissiare qualsiasi proposta di cambiamento, e perciò si deve pretendere da chi governa un impegno serio e prioritario per la viabilità e il consorziamento. Oggi, comunità come Serra, Mongiana, Fabrizia, Nardodipace vivono vite parallele, anche se in teoria avrebbero interessi comuni. I comuni del Chianti fiorentino – giusto per citare qualcosa che conosco – si sono da tempo associati, in varie forme, per la gestione concertata delle politiche territoriali, così da far valere i propri interessi in sede provinciale e regionale non singolarmente come Radda (popolazione: 1577 abitanti), Castellina (2871) o Greve (13767), ma in quanto realtà istituzionali rappresentanti comunità di più di venticinquemila persone, come nel caso dell’Unione Comunale del Chianti fiorentino (formata dai comuni di Barberino Val d’Elsa, Tavarnelle Val di Pesa, San Casciano Val di Pesa e Greve in Chianti) e del Distretto rurale del Chianti (Barberino Val d’Elsa, Castellina in Chianti, Castelnuovo Berardenga, Greve in Chianti, Radda in Chianti, Tavarnelle Val di Pesa e San Casciano Val di Pesa, oltre a consorzi agricoli privati e fondazioni). Il fatto è che per percorrere 21 chilometri da Nardodipace a Serra ci vogliono 40 minuti, condizioni meteo permettendo, mentre per percorrerne 20 da Greve in Chianti a Castellina in Chianti s’impiega un quarto d’ora. C’entra la conformazione fisica, ovvio, perché le aspre montagne delle Serre non sono le dolci colline del Chianti, ma c’entra anche e assai di più il peso specifico di una comunità che può imporre alla regione Toscana e alla città metropolitana di Firenze la regolare manutenzione delle strade secondarie, il mantenimento dei servizi e l’attenzione generale al territorio e alle esigenze specifiche di questo tipo di realtà. Nessuna di quelle comunità, per quanto piccola, è davvero isolata. A nessuna è richiesto di essere autosufficiente o di attrezzarsi in proprio. Si dirà: facile, in Toscana ci sono i soldi. È vero, ma non è questo il punto. Il punto è la capacità che quelle comunità hanno di unirsi per meglio rappresentare nelle sedi istituzionale le proprie necessità. Per la particolare demografia calabrese abbozzata sopra, la situazione attuale è che gli interessi di metà della popolazione sono scarsamente rappresentati e alcuni in particolare (quelli dei comuni delle aree interne) non lo sono affatto; e la difficoltà fisica di muoversi e spostarsi tra un centro all’altro e da questi al capoluogo è il primo e principale ostacolo sulla via dello sviluppo. Solo allentando le maglie del clientelismo attraverso la formazione di principi e interessi geograficamente trasversali è possibile procedere in una nuova direzione. Altrimenti, continuerà tutto sempre uguale, e sarà sempre colpa degli altri, dello Stato, dei politici, dei giovani, del conoscente, del vicino di casa; e si resterà sempre soli, sfruttati e abbandonati.

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