Martedì, 07 Giugno 2022 07:46

La Mambrici senza tempo di Sergi. Tra Santa 'ndrangheta e ingiustizia sociale

Scritto da Bruno Greco
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C’è un periodo storico, c’è un luogo, gli avvenimenti scorrono e le storie si susseguono ma, nonostante tutto, i personaggi di Pantaleone Sergi pare indossino orologi senza quadrante o lancette. La sua Mambrici – che abbiamo cominciato a conoscere grazie al primo romanzo "Liberandisdòmini" – non è affatto cambiata ne “Il giudice, sua madre e il basilisco” (Pellegrini, 2022): si tratta sempre di un luogo dell’anima, di una madre dalla quale è difficile distaccarsi seppur sovente assuma il ruolo di matrigna. Il giornalista, storico e scrittore descrive ancora una dimensione particolare che subito assume carattere di universalità. Le ecchimosi di Mambrici sono le ferite della sua Calabria e Sergi sa bene come mettere il dito nelle piaghe. Ingiustizia, ‘ndrangheta, emigrazione, sono le costanti narrative di luoghi in cui il tempo sembra essersi fermato. E ricordarlo ha la funzione sociale di destare il lettore dal sonno dell'abitudine.

Marelina

All’inizio del nuovo romanzo dello scrittore di Limbadi il sipario si apre su Marelina. Bellissima, “pittata a sua madre”, ma questo non la priva di una vita di errori, a partire dal suo nome che sarebbe dovuto essere Maria Lina ma viene storpiato dall’udito maldestro dell’ufficiale dello stato civile. Il suo primo cruccio è quello di lasciare la sua terra e la sua casa, Mambrici. Una terra che è riuscita a confermare le sue contraddizioni già dalla fine della Seconda guerra mondiale quando Don Ciccio Vasilicò faceva il trapezista da podestà a sindaco democratico e antifascista come se niente fosse. Ad attenderlo una magra fine a causa dei soprusi consumati anche nella casa di Marelina. Ma questo è niente. Quando a 21 anni Marelina decide di trasferirsi al Nord Italia – dove l’aspetta l’amica di sempre stabilitasi a Milano con la famiglia – a Mambrici ad amministrare la giustizia (se così in questo caso di può dire) ci sono i capi cosca. Uno di questi, Rosario “don Sarazzo” Borrello, si è infilato, solo per trastullo, nel letto di sua madre, che in lui trova protezione dai signorotti locali, pronti ad approfittare delle vedove indifese. Il padre di Marelina, Salvatore Candia, reduce di guerra, è emigrato anche lui al Nord dove muore "privo di sacramenti" cadendo da un’impalcatura di un cantiere abusivo.

C’è sempre una scelta

È così che la penna di Pantaleone Sergi comincia a dipingere vite vittime di un destino avaro di letizia. Ma una scelta c’è sempre e ogni azione è frutto della volontà di costruire il proprio fato. Questa limpida verità appare chiara anche al temibile don Sarazzo, che si vede dissolvere sotto il naso l’affetto della prima figlia, Roberta (avuta con una compagna la cui famiglia lo rifiutava), che come Marelina avrebbe forgiato il proprio destino decidendo di abbandonare il contesto criminale rappresentato dalla propria famiglia. D’altra pasta, invece, la sorellastra di Roberta, Giuliana, nata dal matrimonio di don Sarazzo con la figlia di un boss e che presto avrebbe seguito le orme del padre.

La mancanza dello Stato

In un contesto politico-sociale in cui le storie familiari trovano un punto di incontro, disvelando rapporti e segreti, i retaggi del cronista fanno emergere nella narrazione la mancanza dello Stato. Operai costretti a costruire strade di propria volontà sperando che in futuro il governo ne riconosca cantieri e salari; criminalità che si sostituisce alla legge e persuade con i simboli della religione; evoluzione della Santa ‘ndrangheta che coltiva i rapporti con i colletti bianchi abbandonando i metodi tradizionali, non mancando, però, di mantenere quell’ortodossia derivante dai rapporti consanguinei. La reinterpretazione della vita criminale impone anche a don Sarazzo, che delle novità si fa demiurgo, di farsi eleggere sindaco nonostante in passato abbia ostentato il suo disprezzo verso la politica e i partiti.

Anche la fiammella di un cerino può sconfiggere il buio

Come ogni storia che si rispetti, a porsi come rottura arriva la figura del sostituto procuratore Enrico Zanda. Persona onesta costretta non solo a combattere i malavitosi ma anche a smarcarsi dai continui ostacoli che si ritrova in Procura, punta di un iceberg che nasconde trame profonde tra Stato e mafia. La sua figura, centrale fin dall’esordio, attira a sé gli altri personaggi che da velleità di protagonisti diventano invece satelliti. Si scoprirà che gli affetti di don Sarazzo sono molto vicini a quelli di Zanda e che la solidarietà criminale vince anche su quella familiare. Utilizzando il virgolettato di un’intervista che Sergi rilasciò al Vizzarro in occasione dell’uscita del suo primo romanzo, immaginiamo che anche riferendosi a “Il giudice, sua madre e il basilisco” l’autore si aspetti la medesima cosa dal lettore: «Vorrei essere riuscito a condurlo in un mondo, vero o inventato che sia, in cui egli si riconosca, tra atmosfere che non siano estranee alla sua cultura e alla sua sensibilità». Il lettore, soprattutto quello calabrese potrebbe presto accorgersi che cambiano i pupi ma non cambia la commedia. Ma, nonostante tutto, per sconfiggere il buio a volte può essere sufficiente anche la tenue fiammella di un cerino.

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